Quella Terra di mezzo corrotta e illiberale
09 Dicembre 2014
di Redazione
Mafia Capitale riaccende i riflettori sulla disonestà italiana. Pochi giorni dopo la pubblicazione di Transparency International della graduatoria sulla percezione della corruzione in cui l’Italia occupa la 69esima posizione mondiale – al pari con la Romania(!) – risultando ultima nell’Eurozona, scopriamo che quella classifica è generosa.
I più ingenui – vai a sapere se in buona o cattiva fede – si erano indignati sul metodo adottato dall’organismo internazionale di valutazione, sputando sentenze sull’affidabilità di un indicatore della percezione che nulla avrebbe a che fare con la realtà. Ebbene, se esistesse un metodo per misurare concretamente il livello di corruttela della nostra società credo che l’Italia starebbe ancora più indietro.
Tra coloro che invece non mettono in dubbio la nostra patologia ci sono i soliti giustizialisti generici, quelli che danno la responsabilità di tutto a un sistema penale severo coi delinquenti comuni e morbido coi colletti bianchi. Il nostro codice penale prevede per i reati di corruzione la reclusione fino a otto anni, con ipotesi di maggiorazione in caso di aggravanti. Non sono forse otto anni di galera sufficienti per un delinquente della periferia romana cha corrompe l’assessore comunale? La risposta è sì, se i corruttori fossero pochi.
Il punto non può essere la pena, il punto è che non può fare l’assessore della grande Roma, capitale di una potenza economica mondiale (ancora per poco…), un soggetto che si lascia avvicinare e corrompere dal delinquente di quartiere. L’entità della pena e per certi versi anche la certezza – anche se su questo si può discutere viste le crepe del nostro sistema giudiziario – non ci sembrano i motivi principali della deriva italica.
Negli Stati Uniti esiste la pena di morte, eppure non sembra che ci sia un numero di omicidi statisticamente irrilevante. Al contrario, a sentire le notizie, sembra proprio proliferare quel tipo di stragi e omicidi in serie che portano dritto-dritto alla sedia elettrica.
Se si risale la classifica di Transparency International, al primo posto troviamo la Danimarca, seguita dalla Nuova Zelanda e dalla Finlandia. Non ci risulta che questi siano nazioni in cui la pena per la corruzione sia molto più alta che in Italia. Piuttosto, dando uno sguardo alla mappa della corruzione (percepita), troviamo tra i più virtuosi tutti i popoli che si distinguono per senso civico, per politiche sociali, per efficienza della pubblica amministrazione, per basso tasso di litigiosità. Molto semplicemente troviamo popolazioni che non rubano. Semplice.
Alla radice dei nostri mali non c’è una politica debole, una polizia inefficace e una magistratura incapace, ma ci sono una mentalità, una cultura e una struttura sociale che assecondano il marcio, che hanno generato una ragnatela di regole in cui a muoversi a loro agio ci sono anche i ragni e i vermi più schifosi.
È così che nasce una società strutturalmente fondata sulla mediocrità e non sul merito. Un sistema illiberale che non stimola l’iniziativa individuale, anzi la ostacola. Un coacervo di norme primarie contraddette da quelle secondarie e dagli incomprensibili regolamenti attuativi che non creano le condizioni per creare ricchezza. Non potendo creare ricchezza, pochi mediocri personaggi si adoperano per accaparrarsi quel poco che c’è, a scapito della gente comune e dei disgraziati, dei senza tetto e financo degli immigrati.
