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Il Papa emerito

Ratzinger, una voce più forte di ogni censura

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All’indomani di un pronunciamento ufficiale o meno del Papa emerito, ecco che si scatena subito l’ennesimo dibattito tra progressisti e conservatori, un dibattito che non accenna a placarsi e che ha radici profonde, quelle più scoperte riconducibili forse, alla frattura in seno al Concilio Vaticano II. Polemiche che oggi vengono cavalcate –dobbiamo essere franchi– da molti giornalisti, o pseudo tali, che sull’onda del popolarismo cercano di porre in contrasto l’emerito al regnante, il più delle volte senza ottenere il risultato sperato, ma contribuendo solo ad esacerbare gli animi e a confondere il popolo di Dio, che dalla Chiesa (da ogni battezzato) si aspetta unità, seppur nella diversità.

Certamente, quello di Ratzinger, è stato un pontificato molto travagliato, caratterizzato da uno degli scandali di più grande impatto degli ultimi decenni, amplificato dall’era dei social media, che hanno fatto da cassa di risonanza ad una piaga, che è esplosa in tutta la sua gravità. La pedofilia all’interno del clero ha provocato un impatto sociale non indifferente, portando la Chiesa a prendere le dovute misure e ad un mea culpa che iniziò nella famosa via crucis del 2005, quando tutte le televisioni trasmettevano il Papa di spalle, ormai malato e sofferente stringere una croce, e il Cardinal Ratzinger pronunciare quella meditazione che scosse molte coscienze, soprattutto nel mondo clericale.

Lo scandalo dello IOR, fu un’altra falla nel pontificato ratzingeriano, che si concluse con l’allontanamento di Ettore Gotti Tedeschi, e con l’istituzione dell’AIF (Autorità di Informazione Finanziaria), così come la fuga di notizie dall’appartamento privato del Papa ad opera di un suo collaboratore, la polemica scaturita da una lectio magistralis tenuta all’università di Ratisbona, ove il Papa pronunciò alcune frasi, descrivendo la fede musulmana, da alcuni ritenute offensive e discriminanti, tanto da provocare un’ondata di proteste a livello mondiale, senza parlare, non per ultimo, delle proteste da parte di alcuni studenti, che hanno portato ad annullare la visita del Papa all’Università “La Sapienza” di Roma. Insomma, un pontificato osteggiato e attaccato da molte direzioni, e come fece notare qualcuno, forse c’era da aspettarselo, giacché Ratzinger da Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, si era fatto più nemici che amici, nell’Urbe come nell’Orbe.

Proprio il 4 maggio, è stato pubblicato in Germania, in lingua tedesca, (la versione italiana uscirà in autunno), un nuovo volume dal titolo: Benedikt XVI – Ein Leben (Benedetto XVI – Una vita), che parla della vita e delle opere del Papa emerito Benedetto XVI, a firma di Peter Seewald, già noto ai più per essere il biografo ufficiale del Papa emerito. Il testo, una biografia poderosa, quasi 1000 pagine riporta un’intervista intitolata «Le ultime domande a Benedetto XVI», nel corso della quale Ratzinger affronta vari temi, ciò che risulta centrale è come secondo Ratzinger, i mali della società moderna oggi possono essere ravvisati tanto nel secolarismo come nel relativismo, nulla di nuovo si potrebbe pensare, per i più smemorati è necessario tornare indietro nel tempo, alla missa pro eligendo Romano Pontifice, officiata proprio dall’allora Decano del Sacro Collegio, il Cardinal Ratzinger, che nella sua omelia diceva: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare “qua e là da qualsiasi vento di dottrina”, appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie».

Ma non si ferma qui, nella stessa intervista il Papa emerito spiega che qualche teologo lo «voglia far tacere», anche su quest’ultimo aspetto non c’è da stupirsi poi tanto, per tali ragioni, mi permetto di ripercorrere alcuni avvenimenti che negli ultimi 7 anni, da quando Benedetto ha rinunciato al Ministero Petrino, hanno occupato le prime pagine di numerosi giornali con il solo scopo di delegittimare la figura di Joseph Ratzinger acuendo la sua ̒voce̕, riducendolo di fatto al silenzio o, peggio ancora, dipingendolo come retrogrado, in altre parole, un ̒pensionato̕ che ormai non ci sta più con la testa.

  • La prima polemica scaturì da un testo, una missiva inviata in risposta da Ratzinger al Prefetto della Segreteria per la Comunicazione, Mons. Dario Edoardo Viganò, la lettera fu “censurata” (ne venne tagliata una parte), questo portò alle dimissioni del Prefetto.
  • La seconda polemica è scaturita dalla pubblicazione di un saggio sul rapporto tra cristiani ed ebrei, pubblicato dalla rivista Communio (4, 2018), si trattava di una riflessione di Benedetto XVI intitolata Anmerkungen zum Traktat «De Judeis» (Annotazioni sul trattato «De Judeis»).
  • La terza polemica nacque da un testo, 18 pagine in tutto, che Ratzinger scrisse a pochi giorni dalla riunione in Vaticano dei Presidenti delle Conferenze episcopali per trattare il tema degli abusi sui minori, e proprio su richiesta, Ratzinger, scrisse qualche riflessione sul perché e sul quando ravvisare il ̒collasso della teologia morale della Chiesa̕.
  • La quarta polemica è ancora calda e tratta della pubblicazione del libro del Cardinale Robert Sarah “Dal profondo del nostro cuore” in cui figurano alcuni appunti che il Papa emerito ha concesso al Cardinale guineano, che trattano del celibato sacerdotale, pochi giorni prima della pubblicazione dell’Esortazione Apostolica “Querida Amazonia”.

Indubbiamente Ratzinger non è stato di quelli che “le mandava a dire”, e nemmeno di quelli che “preferivano tacere”, ma di quelli anzi, che ha ricercato il vero per tutta la sua vita; Cooperatores Veritatis (Cooperatori della verità) era il suo motto episcopale, egli ha sempre seguito questa linea direttrice, nonostante tutto, sapendo di attirare critiche allorquando trattava argomenti difficili. Lo ha fatto nonostante «i lupi» che ha più volte additato e che certamente oggi, spentisi i riflettori possiamo ben identificare.

Lo ha fatto perché riteneva che fosse la cosa giusta, ciò che il Signore gli chiedeva in quel momento, in pace con la sua coscienza, «Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia».

Ratzinger è stato quel servo obbediente che ha fatto la volontà di Dio a qualunque costo, mettendo al primo posto Dio e amando la Chiesa, senza schierarsi per l’una o l’altra corrente, senza guardare all’uomo ma a Dio, senza condannare la persona ma l’idea, senza violenza, ma proponendo il Risorto con la sola arma dell’amore.

Non ricorderemo il ̒Panzerkardinal̕ o il ̒Pastore Tedesco̕ della fede, ma il «semplice e umile lavoratore nella vigna del Signore».

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