Repubblica fa il juke box delle intercettazioni
20 Dicembre 2007
di Redazione
Le intercettazioni
telefoniche sbattute sui giornali senza veli e senza regole a sostegno
di indagini giudiziarie traballanti erano già una specialità tutta italiana. Oggi il sito internet Repubblica.it ci fa fare un salto di qualità sostanzioso nella
corsa a precipizio della nostra civiltà giuridica.
Repubblica ha infatti deciso
di mettere on-line l’audio della conversazione telefonica tra Silvio Berlusconi
e il direttore di Rai Fiction, Agostino Saccà.
L’intercettazione, già pubblicata integralmente dal
quotidiano anche prima che gli atti fossero pubblici, serve ai magistrati
napoletani per motivare il reato di corruzione contro Silvio Berlusconi.
L’inchiesta poggia tutta su quell’unica intercettazione sui
cui gli investigatori sono capitati per caso seguendo le fila di un’altra
vicenda. Così per far montare la panna, prima è finita sulle pagine di
Repubblica, poi è diventata una ghiottoneria buona per tutti gli Ipod dei
sinceri democratici.
Berlusconi e Saccà parlano tra loro al telefono come
chiunque di noi parla al telefono con chi vuole nell’illusoria presunzione di
non essere ascoltato e trascritto e infine registrato e trasmesso.
Faceva già impressione leggere quella sbocconcellatura di
frasi nelle righe di piombo dei giornali, ma ora sentire le voci, le pause, gli
intercalari, i saluti di due persone messe su internet per il solo gusto di
sputtanarle e farne oggetto di scherno (il diritto di cronaca era già stato
divorato con la pubblicazione), dovrebbe superare il livello di tolleranza di
chiunque.
C’è un fondo di violenza cieca e spregiudicata nella
decisione di mettere in pubblico quella registrazione; una voglia di far male
senza nessuna plausibile giustificazione.
Dagli alfieri in alabarda della moralità
nazionale non ci si poteva attendere che questo esito di sanguinoso
giacobinismo.
In Italia si fa un uso rivoltante e burocratico di tutti i
temi legati alla tutela della riservatezza. Ma il concetto ci è talmente
estraneo che dopo l’ossequio se ne fa strame senza paura . Forse è per questo
che si continua a chiamarlo “privacy”, in un’altra lingua, come qualcosa di
intraducibile.
