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Fase 2

Riapriamo le aziende! Le modalità per lavorare in sicurezza ci sono

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Grande è la delusione delle imprese per l’ulteriore rinvio di tre settimane della ripartenza delle attività produttive e, più in generale delle attività economiche. Questa decisione sembra sottovalutare l’effetto che tale rinvio avrà sulla capacità delle imprese di garantire la continuità dell’attività e, di conseguenza, i livelli di occupazione pre-emergenza. Ma se tali sono gli indirizzi, ad essi dobbiamo attenerci ed utilizzare il tempo che ci separa dal 4 di maggio per prepararci ad affrontare in modo ancor più strutturato il tema della salute nei reparti produttivi delle nostre fabbriche, nelle officine, nei laboratori dei nostri artigiani e nei negozi dei nostri commercianti.

E’ altresì importante che l’opinione pubblica conosca l’impegno e la serietà con cui gli imprenditori stanno affrontando questa sfida epocale. Fin dai primi avvisi dell’epidemia le imprese, dalle micro alle grandi, hanno adottato protocolli severissimi affinchè fosse salvaguardata la salute negli ambienti di lavoro. Hanno costituito gruppi di lavoro o Comitati di Crisi, in cui i lavoratori, il management, i rappresentanti sindacali ed i medici del lavoro hanno condiviso iniziative e standard comportamentali.

Smart working, rispetto delle distanze, dispositivi di sicurezza individuali, regolazione degli afflussi alle mense e agli spogliatoi, organizzazione dei turni e del lavoro, sanificazioni periodiche: tutto è stato fatto con l’obiettivo primario della salute. A vigilare su questi protocolli stanno il senso di responsabilità dell’imprenditore, il sindacato ed il medico del lavoro. In particolare vorrei porre l’attenzione su quest’ultima figura, di cui si sono perse le tracce nei dibattiti di queste settimane. Il medico del lavoro potrebbe essere il braccio esecutivo delle istituzioni nel percorso che ci porterà alla ripartenza. Facendo leva sulle sue competenze tecniche e sulla necessaria capillarità della figura presso ogni luogo di lavoro, il Governo potrebbe mettere in campo un programma di assessment circa la salubrità dell’ambiente di lavoro, il rispetto degli standard di tutela della salute e del distanziamento sociale e, successivamente, grazie ad un suo coinvolgimento attivo, un sistema di monitoraggio, valutazione e benchmarking a cadenza stabilita.

Sarebbe una figura di controllo, con le giuste leve per controllare le criticità e le non conformità, segnalandole agli organi deputati, e che potrebbe quindi discriminare i comportamenti virtuosi da quelli superficiali o addirittura illegali. Tale attività, oltre che orientare il dibattito pubblico sulle soluzioni pratiche e sulle modalità per tornare a far vivere le nostre imprese, farebbe emergere che in molte situazioni le nostre aziende si possono considerare salubri, sicure ed in grado di operare già da subito. Da qui la delusione a cui accennavo all’inizio e che trova riscontro nelle sollecitazioni che riceviamo da tanti colleghi imprenditori. Ma lo spirito imprenditoriale che caratterizza la nostra comunità ci spinge a guardare avanti e a trovare le soluzioni necessarie per rendere compatibili la massima tutela della salute e l’attività economica.

Coerentemente con questo approccio trovo molto significativa l’iniziativa della Prefettura che, con Sindacati, Università, Associazione industriale Bresciana e ATS, intende sperimentare l’efficacia di un protocollo ancor più puntuale e preciso in alcune realtà industriali campione. Dobbiamo sforzarci perchè questa terribile emergenza sanitaria e sociale non divenga sterile terreno di scontro ma, al contrario, rafforzi la collaborazione di tutti i protagonisti dell’impresa, perchè nulla come la salute è un bene pubblico primario. In questi tempi avversi mi preme sottolineare il significato più profondo dell’attività imprenditoriale che risiede nel principio della responsabilità: l’impresa deve garantire sviluppo, profitti e prosperità senza trascurare la comunità in cui opera e nella quale risiede la sua intelligenza e capacità competitiva.

Il mio auspicio è che il dibattito non diventi ideologico, fuorviante nel contrapporre profitto e salute e che non si perda in futili distinzioni di settori, filiere, aree geografiche o codici Ateco, ma che, semplicemente, distingua le aziende responsabili da quelle che non lo sono. E le aziende responsabili devono lavorare e non essere lasciate sole. Condivisione, seri programmi di controllo, professionalità istituzionale e responsabilità: sono questi gli ingredienti per superare questa durissima prova.

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