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Coinvolte le flotte navali musulmane e quelle cristiane

Riflessioni sul 440ennale della Battaglia di Lepanto, più che mai attuale

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Ricorre il prossimo 7 ottobre il 440ennale della più grande battaglia navale che la storia del mediterraneo ricordi, essa rappresenta la resa dei conti tra due civiltà e due religioni, sia per lo straordinario schieramento di forze impegnate in mare sia per l’importanza strategica economica e culturale dell’epoca. E’ la battaglia di Lepanto (1571) tra le flotte navali musulmane dell’impero ottomano e quelle cristiane, detta “Lega Santa”, federate sotto le insegne pontificie, composta pressoché da quasi tutti gli stati cristiani sparsi in Europa e nella nostra penisola. Fu una carneficina che sancì la fine della supremazia ottomana nel “mare nostro” e l’inizio della fine delle mire espansionistiche islamiche verso l’Europa che da alcuni anni aveva registrato lo sgozzamento di centinaia di cittadini innocenti ad Otranto, il porto ambito dai razziatori di professione dell’epoca. Ancor oggi ogni anno nelle sale vaticane, per commemorare quell’evento, si riuniscono i discendenti degli “eroi di Lepanto”.

E noi, uomini contemporanei, alle prese con problemi per certi versi simili a quelli di un tempo, siamo pronti a fronteggiare un’eventuale offensiva destabilizzatrice come quelle subite a Parigi nel 1995, a New York nel 2001, a Madrid nel 2004 o a Londra nel 2005? Come gli struzzi, ci apprestiamo a trattare con costoro, snaturando od occultando le nostre gloriose tradizioni nella speranza di non urtare la suscettibilità di quei “signori” che proclamano apertamente la riconquista dell’Occidente con l’inganno e con le intimidazioni. Come abbiamo fatto con il crocifisso, rimosso da alcune scuole e dalle Case comunali della sinistra, così abbiamo fatto con la famosa tela attribuita forse al Veronese che evoca la battaglia di Lepanto. Qualcuno ricorderà che i primi di aprile del 2007 fu rimossa per ordine dell’ineffabile ex presidente Bertinotti dalla sala di Montecitorio, dove vengono accolte le delegazioni straniere e riposta in un luogo ad essi inaccessibile. Di questi gesti scellerati pochi si sono ribellati. Una scelta quella di togliere il quadro forse non casuale… Un assessore leghista in quell’occasione diede un’interpretazione alquanto maligna di questo infausto gesto.

Secondo Stefano - è il nome con cui si firma in un blog – “E’ accaduto proprio quando il consiglio regionale del Veneto ha votato all’unanimità riconoscendo la lingua VENETA come lingua ufficiale di un popolo. Proprio in quei giorni Napolitano era in visita proprio in Veneto e parlava di necessità di FEDERALISMO, appena rientrò a Roma con decreto flash fece riconoscere la lingua italiana come la sola ed ufficiale dello Stato, Bertinotti fece il passo successivo tegliendo il quadro, offendendo la storia della Repubblica Serenissima, dell’Italia tutta, ma quel che più appare è una forte azione razzista nei confronti del popolo Veneto…”. Dal versante cattolico Antonio Socci ironicamente si domanda: “Perché la vittoria militare del 25 aprile deve essere ricordata con una festa nazionale e quella di Lepanto imbarazza perfino una tela? Forse perché la prima fu una vittoria (anche) dei comunisti, mentre quella di Lepanto fu una vittoria tutta cristiana sulla minaccia islamica. Dunque via la tela. Così – fa sapere Bertinotti – “si è voluto mandare un segnale di novità e diversità”.  

L’importanza di questo evento merita un ulteriore cenno retrospettivo, che riprendiamo dalle cronache dell’epoca. Il terrore musulmano, allora come oggi, regnava nel Mediterraneo: l’antico Mare nostrum. La sorte dei cristiani di Cipro era simile a quella che i novelli imam, con le loro prediche, nel chiuso delle madrasse (scuole coraniche), vorrebbero riservarci a noi “infedeli”: quando cioè l’Islam si stava preparando alla “reconquista” (caduta di Granada) su tutta l’Europa. Sulla cattedra di Pietro sedeva un teologo domenicano, con il nome di Pio V (il Papa santo del Rosario), il quale, valutando la gravità del momento, comprese che solo una guerra preventiva avrebbe salvato l’Occidente. Con parole gravi e commosse esortò le potenze cristiane ad unirsi contro gli aggressori in difesa della cristianità. La gravità era dovuta al fatto che l’espansione dei turchi si andava sviluppando anche grazie alla complicità di alcuni Paesi cristiani, come la Francia che, in nome dei suoi interessi geopolitici, incoraggiava e finanziava i turchi per indebolire il suo tradizionale nemico: la casa imperiale d’Austria. Tuttavia grazie alle insistenze del pontefice, il 25 luglio del 1570, Venezia e la Spagna si strinsero attorno al Papa concludendo l’alleanza contro i turchi. Subito dopo vi aderirono il duca di Savoia, la Repubblica di Genova e quella di Lucca, il granduca di Toscana, i duchi di Mantova, Parma, Urbino, Ferrara e l’Ordine sovrano di Malta.

Si trattava di una prefigurazione dell’unità italiana su basi cristiane, vale a dire la prima coalizione politica e militare italiana che la storia ricordi. Con ciò non si vuole incitare alla guerra di religione o di civiltà ma ricordare all’opinione pubblica che il nostro passato non ci consente di abbassare la guardia per nessuna ragione, fosse anche di sopravvivenza finchè circolano indisturbati in Occidente ed in Europa in particolare, fondamentalisti che si spacciano per pacifici salafiti o addirittura maestri sufi. Perché rischiare la clandestinità quando sul vecchio Continente vi sono giovani provvisti di passaporto comunitario liberi di circolare indisturbati e pronti a tutto? Sono i figli degli immigrati di seconda generazione, forniti di una nuova identità, di rientro dalla penisola araba istruiti alla dissimulazione sotto stretto controllo delle scuole craniche degli imam più estremisti.

I servizi segreti francesi (Dcse) precisano che provengono dalle madrasse di Damaj, un sobborgo posto a Nordovest dello Yemen in una vallata prossima al confine con l’Arabia Saudita, frequentate da migliaia di aspiranti terroristi provenienti da tutto il mondo anche dall’Europa, principalmente dalla Francia e dalla Gran Bretagna. Da quel sobborgo, non sospetto fino ad oggi, vengono preparate le “più intransigenti reti jahdiste armate” da inviare in Iraq, in Afganistan e dove c’è un qualunque focolaio di “resistenti”. Al momento si contano sulle dita della mano, ma quanto prima, secondo queste informazioni, saranno centinaia, pronti a scorazzare in lungo e in largo sul nostro Continente. Se questo è il quadro dello spostamento progressivo del fronte del terrorismo internazionalista islamico che, come sappiamo, punta a destabilizzare i legittimi governi delle ex colonie francesi, è da tempo che si reclama una presa d’atto dell’Unione Europea perché partecipi con aiuti concreti alla politica migratoria verso tutti quei Paesi che si affacciano sulla fascia mediterranea.

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3 COMMENTS

  1. Due differenze
    Da allora oggi ci sono solo due differenze: 1) la Chiesa da baluardo dell’Occidente è diventata complice dell’invasione islamica; 2) oggi la maggior parte della classe dirigente occidentale è stata comprata dai petrodollari arabi per favorire l’invasione islamica.

  2. Corsi e ricorsi storici in Europa
    È buffo però: c’è stata sì Poitiers – peraltro non saprei quanto allora di “francese” ci fosse in Carlo Martello e quanta Europa – ma, né a Lepanto il 7 ottobre 1571 con Giovanni d’Austria né sotto le mura di Vienna il 12 settembre 1683 con Jan III Sobieski, la Francia si fece vedere.

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