Riformare lo Stato per combattere la corruzione

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Riformare lo Stato per combattere la corruzione

09 Marzo 2015

Quando si denuncia il giustizialismo come un fenomeno degenerativo della vita pubblica, l’obiezione che viene abitualmente sollevata è relativa alla corruzione. Anche chi non sposa le tesi dei giustizialisti, o le ritiene eccessive, farà osservare che la richiesta di una normativa più severa in materia e anche la necessità di dare maggior potere discrezionale ai giudici costituiscono richieste non eludibili, e comunque perfettamente ragionevoli e giustificate finché si è in presenza di una corruzione così diffusa come quella che viene quotidianamente denunciata. Si tratta di un sentimento che, a prima vista, sembra avere un suo fondamento razionale esprimendo una richiesta  plausibile. Pure, ad esame più attento appare evidente che questa lettura dei fatti scambia la causa con gli effetti, generando un equivoco senza vie di uscita.

Cerchiamo di capire dove nasce l’equivoco. Da oltre un ventennio le inchieste giudiziarie si susseguono, i politici inquisiti sembrano riprodursi con continuità, l’allarme dell’opinione pubblica cresce. Soprattutto, però, il problema non si risolve. Anzi da statistiche e studi che vengono citati si apprende che la corruzione è aumentata. In sostanza, l’esperienza empirica dimostra che le inchieste giudiziarie non costituiscono un argine sufficiente contro la corruzione.

Non c’è da stupirsi di questo apparente paradosso. Il fatto è che la giustizia penale dovrebbe essere l’extrema ratio per affrontare la corruzione e non il rimedio sovrano. Prima di arrivare alla repressione dovrebbero esserci altre paratie in grado di arginare o ridurre malversazioni e concussioni. Purtroppo questo non solo non avviene, ma negli ultimi decenni ci sono state scelte istituzionali che sono andate nella direzione opposta. In questo non breve periodo si è imposta una logica di decentramento e di autonomizzazione degli enti locali che, anziché risolversi in una semplificazione procedurale, ha moltiplicato le incombenze burocratiche. Inoltre, il passaggio di competenze ad amministrazioni nuove ed inesperte ha costituito un altro incentivo, sia pure indiretto e inerziale, a gestioni poco trasparenti. Questa deriva federalista, o che alla parola d’ordine del federalismo faceva riferimento, ha trovato la sua massima espressione nella riforma del titolo quinto della costituzione varata nel 2001. Una riforma che ha aumentato i poteri legislativi delle regioni ma che ha diminuito i controlli amministrativi.

Se a questo si aggiunge la circostanza che, ad onta di tanta retorica contro l’invadente statalismo profusa a piene mani da esponenti politici e mezzi di comunicazione di massa, la presenza della mano pubblica in economia non è diminuita, abbiamo tutti gli elementi di giudizio necessari per intendere come mai la corruzione rimanga un fenomeno del tutto incomprimibile.

Nelle ultime settimane in seno alla maggioranza abbiamo assistito a discussioni accese riguardo alla nuova legge anticorruzione. Una legge che prevede un aumento delle pene in materia, una riformulazione delle norme in materia di falso in bilancio e dei limiti consentiti alle intercettazioni telefoniche. In sostanza una tipica legge annuncio, fatta per dare l’impressione all’opinione pubblica che si stia facendo qualcosa. Se dovessimo giudicare l’azione del governo da queste misure il giudizio non potrebbe essere positivo. Per fortuna al di là delle leggi annuncio sono in cantiere misure più efficaci per contrastare la corruzione. Come sappiamo sta seguendo il suo lungo iter parlamentare una nuova stesura del titolo quinto della costituzione che riformula in senso restrittivo i poteri delle regioni, ridando primazia allo stato nazionale. Questa è una misura che riducendo e semplificando i poteri degli enti locali avrà un effetto benefico sulla corruzione.