Svolta in Usa

Ripensare i diritti umani: l’intuizione rivoluzionaria di Mike Pompeo

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Alla corte di Donald Trump si discute di diritti inalienabili. Il pragmatismo americano, scontato ma sempre sorprendente, ha pensato che ci volesse una commissione, pure sinonimo di inconcludenza politica, che cominciasse a ridefinire i concetti, stralunati e distorti, che negli ultimi decenni hanno ispirato il senso e alimentato la discussione sul tema.

Mike Pompeo in persona (nella foto), corpulento evangelico alla guida del Dipartimento di Stato, ha annunciato la cosa lo scorso otto di luglio con un breve discorso assai intenso, basato su un’idea semplice ma non priva di implicazioni sorprendenti, per non dire rivoluzionarie: «Non tutto ciò che è buono, o garantito dallo stato, può essere un diritto universale».

Capiamoci. Una frase del genere, pur pronunciata col tono sommesso e quasi burocratico di un remark to the press, è tutt’altro che inoffensiva, soprattutto perché legittimata da un ambito politico-istituzionale così alto. In una manciata di parole si ribalta il nostro modello di convivenza democratica, il nostro concetto di stato, anzi meglio di ordinamento statale, il nostro modo di pensare la politica perfino.

Le nostre democrazie vivono di dinamismo esasperato. Le possiamo immaginare in una corsa continua, che allarga ed espande lo spettro di ciò che consideriamo essere proprio dell’uomo. La felicità dei singoli non si misura più sulla corrispondenza ad una morale riconosciuta, ma solo in relazione alla piena realizzazione personale, svincolata da una dimensione ontologica e tutta appiattita sulla nostra componente ottativa.. Un allargamento indefinito dei diritti umani si fonda proprio sull’esaltazione del desiderio personale: ha vinto il superuomo!

L’ordinamento statale segue questa bussola, in una ricerca affannosa per garantire ogni piccolo spicchio di ciò che riteniamo necessario per stare bene: un rilancio continuo e potenzialmente interminabile.

Questo ha due effetti. Uno riguarda il nostro modo di guardare alla politica. Essa è continua rivendicazione di diritti. Tanto che, nel momento in cui i reclami paiono appagati, la scommessa è trovarne di nuovi: è una questione di sopravvivenza! I diritti come pretese civili, sessuali, amorose, addirittura mortifere. Il buon politico lotta, anche contro qualche mulino a vento; l’importante è che sia lì pronto ad ampliare lo sviluppo sociale: progresso per amore del progresso.

Un secondo effetto riguarda invece il nostro modo di porci rispetto a modelli culturali, politici e sociali differenti dal nostro. La misura della loro legittimazione passa proprio per l’adesione a questa dottrina dei diritti umani.

Tutto questa costruzione, figlia della modernità, vacilla pericolosamente e crolla impietosa se applichiamo la “logica Pompeo”. Se alla metafisica dell’illimitato, contro la quale si scaglia nel suo ultimo grido di vittoria Dominique Venner, opponiamo il ragionevole e sensato concetto del limite.

Basta fare un passo indietro. Basta un recupero lessicale, che Pompeo intelligentemente compie annunciando che quella appena varata sarà una Commission on Unalienable Rights.

Non di diritti dell’uomo si parla dunque, umani e quindi non divini, secolari perché scritti, elencati, contati. Si parla di diritti di cui siamo stati dotati, che abbiamo ricevuto. Capite che non è piccola la differenza.

Se questi diritti li abbiamo ricevuti è perché essi sono strumentali a qualcosa, come ci ricorda Aleksandr Solženicyn in un bel discorso all’università di Harvard nel 1978. Non possono mai essere degli assoluti, mai un fine di per sé stessi. La vita, la libertà e la ricerca della felicità, come vuole Thomas Jefferson, non sono dei feticci, ma un percorso. L’uomo si completa nella sua componente trascendente, non la può escludere né silenziare, pena il suo diventare inumano, la negazione del suo essere. Quei diritti sono inalienabili perché rappresentano l’acquisizione minima per dirci parte del consesso degli uomini e non di quello dei bruti. Quei diritti sono evidenti, perché ogni essere umano li condivide per il semplice mezzo della propria ragione.

E qui viene il bello. Il potentissimo principio di diritto naturale che vuole il bene ed il male manifesti ed inequivocabili, scritti a lettere chiare da Qualcuno nel cuore di ognuno. La democrazia non ha bisogno di correre, perché la giustizia non va inseguita, ma contemplata. Essa è ferma, immobile e ieratica. La politica non ha il compito di reclamare, ma di discernere, conservare e garantire. Direi anche di chiedere, come Salomone, ci dice Benedetto XVI nel suo epocale discorso al Reichstag di Berlino nel settembre 2011, «un cuore docile, [per] distinguere il bene dal male».

Sia chiaro un concetto. Non è solo la religione il luogo dove cercare una morale condivisa. Non lo può essere al giorno d’oggi. Ma l’evidenza della constatazione giusnaturalista si ritrova nel riconoscimento stesso del limite della natura umana. L’uomo che non guarda alla sua natura ed a quella che lo circonda solo in maniera funzionale, ma quale confine della sua condizione, ritrova anche la giusta dimensione della sua libertà. La giustizia non è solo risposta ad una realtà rivelata, ma anche giusta valutazione sulla misura di se stessi.

Ci troviamo nella condizione, in questa nostra epoca, di dover rifondare l’impianto profondo della nostra convivenza. Le nostre democrazie dei diritti si stanno sfaldando, erose da una insensata galoppata, rivolta in avanti sì, ma senza un approdo. L’unico modo per vivere è unirsi alla corsa, rischiando anche noi stessi pur di non rimanere indietro.

Le società antiche si reggevano su un concetto ben diverso, che Charles Peguy condensa in una espressione preziosa per chiarezza e fascinosa per semplicità: «al giusto nulla verrà mai a mancare».

Se esiste un bene ed un male, elementi ben distinti e non relativi; diciamo meglio, se la ragione dell’uomo può distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e ritrovarsi in questo comune senso della giustizia, evidente perfino nell’armonia di ciò che abbiamo intorno, il compito

dell’ordinamento statale non sarà altro che quello di esercitare questa giustizia, di renderla effettiva e di convertire se stesso e le sue leggi a questa istanza.

È forse una meta possibile questo cambio di prospettiva, su cui certo è necessario ragionare. Soprattutto oggi, un tempo in cui il nostro sistema di convivenza civile comincia a mostrare i segni di un vistoso cedimento. L’Occidente sembra stufo della sua troppa libertà, direbbe Michel Houellebecq. Le democrazie dei diritti sono in crisi ed è una necessità storica cominciare a pensare a nuovi modelli da costruire e creare. È lo slancio a cui è chiamata la nostra generazione!

Forse è necessario partire proprio da questa così pragmatica ed inaspettata iniziativa dell’amministrazione di Donald Trump. Un personaggio che sappiamo ormai tutt’altro che improvvisato nel ruolo che ricopre e che forse dovremmo cominciare ad identificare come il dono, pur alle volte indigesto, di una provvidente volontà!

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