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Ritorno al passato: la sinistra dal Muro di Berlino al Muro di casa

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Nella sua ennesima conferenza stampa, anticipata con la consueta suspance a catalizzare le emotività collettive, il Presidente del Consiglio Conte ha annunciato una “Fase 2” che segna solo una minuscola riduzione delle costrizioni in atto nel lockdown. Forse in ossequio alla “società dei consumi” che riduce tutto a gadget, il capo del governo ha coniato un piccolo sloganetto, buttato lì: “se ami l’Italia mantieni le distanze”. Ossimoro lessicale, a testimonianza dei tempi complessi che viviamo, dove tutto si ribalta: in tempi di pace, amore implica vicinanza, commistione profonda con una persona, un’esperienza, un luogo. In questo caso, al contrario, la condizione per amare l’Italia è non viverla, evitarla, sfuggirla.

Ognuno per conto suo. Segna, questo sloganetto, anche il crollo dell’architettura della sinistra contemporanea. Per comprenderlo, basta andare indietro di qualche mese, quando i primi refoli del Coronavirus giunti dalla Cina dimostravano la necessità di porre in discussione il modello culturale del “multi”. Così come avvenuto nel caso dell’immigrazione clandestina, anche stavolta la minaccia arrivava dallo straniero, dai portatori di retaggi culturali e politici antitetici ai nostri (nel caso specifico, quello cinese, la compressione della libertà, l’occultamento ideologico della verità, il disprezzo della vita umana). Ebbene, questo governo con i partiti a sostegno, sul subito ha opposto alla minaccia dell’epidemia lo scrupolo che la paura non si trasformasse in intolleranza verso la comunità cinese. In una vera e propria forma di rigetto intellettuale verso la portata del pericolo, ha messo in campo la propaganda dell’inclusione, del mutuo riconoscimento, dell’accoglienza. Tanto che, alla richiesta dei Presidenti di Regione del Nord circa la messa in quarantena di giovani studenti cinesi di rientro in Italia, veniva opposto un rifiuto sdegnato, con una certa (ben nota) carica moralistica.

Così come molto debole appariva –e tale è rimasta- l’iniziativa volta a pretendere dal governo cinese chiarezza e trasparenza sull’entità e la portata del contagio. I  fatti, e gli allarmi del ministero della Salute di cui poi si è pubblicamente venuti a conoscenza, hanno dimostrato che se lo stesso zelo e la stessa efficacia fossero stati impiegati nella reazione all’incedere della pandemia, procurando mascherine e strumentazioni sanitarie in gran quantità e mappando il territorio, probabilmente adesso racconteremmo una storia diversa. Oggi, accanto a quello sociologico, interessa il dato culturale. Per aver difeso con ostinazione il modello di una società dogmaticamente inclusiva, il centrosinistra di governo si è trovato ad imporre il suo esatto contrario: sancire la separazione per dpcm, dunque senza neanche passare per il Parlamento. Niente più mescolanza, abbracci, condivisione, ma l’isolamento di Stato. La disgregazione fisica delle famiglie imposta per via burocratica, la demolizione di comitive. Ma non finisce qui. Dopo anni in cui il generone politico-intellettuale della sinistra è stato concentrato nella ripetizione meccanica del dogma “no muri”, oggi i muri di casa diventano il principale spazio di vita legittimato per legge. E chi li supera entra in una nube di dubbio e di esitazione, generata dall’intreccio, montato settimana dopo settimana, di norme, autorcertificazioni da compilare, motivazioni da dare. E allora ecco che la storia si ripresenta, nel malefico miraggio dell’altro muro, quello di Berlino, che segnava l’apoteosi della costrizione ideologica. Anche se, come ben noto, quando la storia fa di nuovo capolino è sempre sotto forma di farsa.

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