Romney vince in Michigan. Nel GOP, sfida aperta
16 Gennaio 2008
di Redazione
Mitt
Romney è tornato in corsa. “Se perdo vado avanti lo stesso”, aveva detto alla
vigilia del voto di stanotte, ma tutti sapevano che il Michigan era già l’ultima
spiaggia per il milionario ex governatore del Massachusetts. Con tre diversi
vincitori nelle prime tre grandi sfide (Iowa, New Hampshire e Michigan, Romney
ha vinto anche nel piccolo contest
del Wyoming), per i Repubblicani si prospetta una campagna elettorale quanto
mai aperta. La vittoria di Romney, inoltre, fa sorridere Rudy Giuliani che ora,
dopo “essersi nascosto” nei primi appuntamenti elettorali, guarda con fiducia
alle primarie in Florida di fine mese. Ad oggi, nessun candidato è emerso come
vero frontrunner, come autentico
“nemico da battere”. Il temporeggiatore Giuliani potrebbe perciò non aver perso
troppo terreno rispetto agli altri candidati del GOP. Tuttavia, colpisce il suo magro risultato (solo il 3 per cento
dei voti) in Michigan, Stato in cui, per buona parte del 2007, l’ex sindaco di
New York è andato forte nei sondaggi. Intanto, c’è già chi, sulle tv americane,
azzarda qualche conteggio virtuale dei delegati per la nomination e prospetta,
qualora il Supertuesday del 5 febbraio non consegnasse al partito dell’Elefante
un vero vincitore, la possibilità che debba essere la convention di inizio
settembre a dover scegliere il ticket repubblicano
per la Casa Bianca.
“Mi
ispiro a Ronald Reagan e George W. Bush, Credo nel popolo americano, nel suo
patriottismo e nella sua voglia di lavorare”: Mitt Romney si è presentato così
nella vittoriosa notte del Michigan. Quindi, ha aggiunto: “Ho intenzione di rafforzare
le nostre truppe, ma anche le nostre famiglie. E vogliamo dare nuovo vigore
all’economia. Non voglio accettare la sconfitta dell’industria americana. La
credibilità di Washington è a pezzi, ma noi possiamo ripararla, abbiamo il team
per riuscirci”. Finalmente i sostenitori di Romney hanno potuto festeggiare un
successo del proprio candidato. Vittoria netta quella del telegenico tycoon di fede mormone (39 per cento
contro il 30 di McCain e il 16 di Huckabee). E tuttavia, molti commentatori
rilevano che nessuno dei candidati del GOP
è riuscito finora ad offrire un messaggio unificante (ci riuscirà
Giuliani?). Ognuno pesca in un settore del partito o tra gli indipendenti come
John McCain. Il senatore dell’Arizona sperava, proprio grazie al voto
centrista, di bissare il successo del New Hampshire, ma l’impegno messo in
campo da Romney nel Michigan è stato soverchiante. Basti considerare che, dal
dicembre scorso, l’ex governatore del Massachusetts ha inondato di spot
elettorali le tv locali. Negli ultimi giorni prima del voto, poi, ha messo in
campo ben 15 call center, che hanno realizzato oltre 100 mila telefonate ai
potenziali elettori repubblicani. Per far bene nelle prossime tappe (Nevada,
South Carolina e Florida), Romney dovrà ora innanzitutto scrollarsi di dosso
l’etichetta di flip flopper, “voltagabbana”,
affibbiatagli dai suoi avversari.
Surreale
il voto democratico in Michigan. Lo Stato ha deciso di votare prima della data
stabilita dal vertice nazionale dei Democratici (e dei Repubblicani). Il
partito dell’Asinello ha così deciso di punirlo azzerando il numero dei suoi delegati
alla Convention. Conseguenza drastica: nessuno dei candidati è andato nello
Stato dei Grandi Laghi a fare campagna elettorale (uno scandalo, secondo la
stampa locale). Per di più, Obama ed Edwards hanno ritirato il proprio nome
dalla scheda sostituendolo con l’opzione “uncommitted”, voto neutrale. Hillary,
unica candidata rimasta in corsa, ha ottenuto un inutile 55 per cento dei
consensi. Una vittoria priva di significato, tanto che, mentre ancora si
contavano le schede in Michigan, i tre candidati democratici erano a Las Vegas,
per un dibattito televisivo in vista del voto in Nevada. Il confronto è stato
preceduto, in questi giorni, da un scambio al vetriolo tra Obama e Clinton sul ruolo di Martin Luther
King nell’emancipazione dei neri d’America. La senatrice di New York ha
affermato che, ad esser decisivo per i diritti civili degli afro-americani, è
stato il presidente bianco Lyndon Johnson, ridimensionando di fatto il pastore e
premio Nobel per la pace (al dibattito a Las Vegas ha però fatto marcia
indietro). Obama ha accusato la Clinton di riscrivere la storia. Il tema razziale,
proprio mentre si avvicina il voto in grandi Stati del Sud come la South
Carolina, entra dunque prepotentemente nelle presidenziali americane.
