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Runner-untori, il ritorno

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A un certo punto del pomeriggio di una piovosa domenica di ottobre nei nostri smartphone ha fatto irruzione l’annuncio del temutissimo film “Improvvisamente la primavera scorsa”. E di che trattava? Non dei contagi in aumento, ché quelli li vediamo tutti i giorni, con tutto il seguito di discussioni su sintomatici e asintomatici, ricoverati e domiciliati. No, stavolta il film era proprio il sequel di quello primaverile degli elicotteri che inseguono i runner, dei fanatici dell’apocalisse che li insultano dai balconi, delle guardie solerti che li multano.

E sì, benché adesso per le strade ci si possa (ancora) andare, muniti di mascherina s’intende, la fervida attività interpretativo-punitiva del nostro mandarinato non trova requie. Preliminarmente è necessario non scrivere mai in una legge, o decreto, o circolare, o avviso del comune, le parole chiare dell’italiano semplice e comprensibile: il segreto è ricorrere comunque ai latinorum tecno-burocratici, a beneficio dei famosi chiarimenti a cascata e delle numerose arbitrarietà, inevitabili, quando la pratica di vigilanza è subordinata alla semantica, all’ermeneutica e all’esegesi, tutte attività intellettuali di gran pregio nei loro ambiti, ma difficilmente compatibili con il presidio ordinario di un posto di blocco.

Il concetto è espresso sinteticamente da una colta e sagace bibliotecaria di Romagna, una che l’italiano lo sa usare bene e pure bello diretto: “Ma se in leggi e decreti vari invece di scrivere “attività sportiva” e “attività motoria” scrivessero “correre” e “passeggiare” quelli che poi devono scrivere le circolari esplicative rimarrebbero senza lavoro o li si potrebbe impiegare in altre cose?”.

La sequenza: si comincia col capo di gabinetto, che per spiegare il DPCM chiarisce che nello svolgimento delle attività sportive la mascherina si può non portare, ma per le attività motorie bisogna metterla sempre. Immediatamente la stampa più zelante – confortata da una sententia del Ministero della salute – spiega con sadica goduria che le attività sportive sono solo quelle che si svolgono in situazioni strutturate e sottoposte a regole ben precise, mentre attività motoria sta ad indicare “qualunque movimento determinato dal sistema muscolo-scheletrico che si traduce in un dispendio energetico superiore a quello del riposo”: insomma tutta la gamma, dalla passeggiata in cucina per cercare qualcosa nel frigo alla corsa nel parco. Chiarissimo, anzi no. Lo stupore dilaga, comincia il bombing del “no, dai”. Matteo Renzi, che qualche corsetta ama farsela e sa che messa così la faccenda diventa davvero pericolosa per la salute, twitta subito il suo “tornate indietro”. A stretto giro di news, il Corriere, ormai organo principe del covidicamente corretto, raccoglie un’ulteriore precisazione, il chiarimento del chiarimento: “Il ministero dell’Interno precisa che per «attività motoria» si intende una passeggiata — nel corso della quale è obbligatoria la mascherina (a meno che non si stia in un posto isolato). Se invece si marcia o si corre — e dunque si fa «attività sportiva» — la mascherina non deve essere indossata. Rimane esclusa la mascherina per chi va in bicicletta. Le precisazioni del prefetto Frattasi «Voglio precisare che non è cambiato nulla». Ma mettersi d’accordo prima mai, neppure per sbaglio?

Tutti tranquilli? Almeno questa è sventata, si può correre nel parco senza intossicarsi o affogare. A essere pignoli resterebbe da capire cosa succede se uno fa trekking, ma forse per il momento è meglio non evocare lo scatenamento di un’altra pericolosissima ondata a base di muscolo-scheletrico e simili.

E comunque, mai abbassare la guardia. In un baleno piomba sul relax appena recuperato un’altra dichiarazione, un nuovo progetto per mantenerci allertati e vigili: vieteremo le feste private, dice il ministro Speranza. E come farete a controllarle? “Confidiamo che ci perverranno segnalazioni”.

Tenete la musica molto bassa, e comunque preparatevi a sentire bussare alla porta.  Ancora uno sforzo, e piano piano ci arriviamo. Ma è un altro film (peraltro grandissimo): le vite degli altri.

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