Russia e Ucraina trovano l’accordo sul gas ma il clima rimane ancora freddo
20 Gennaio 2009
La telenovela del gas tra Russia ed Ucraina ha vissuto nei giorni scorsi una nuova puntata. Al termine del vertice di Mosca tra i due paesi, i due primi Ministri Vladimir Putin e la sua collega Julia Timoshenko hanno concordato che Kiev paghi da quest’anno il metano al livello dei prezzi pagati dagli europei ma scontati del 20%: questo a condizione che le tariffe di transito per il gas russo diretto in Europa restino le stesse del 2008. I due premier hanno dato ordine ai rispettivi gruppi gasieri nazionali, Gazprom e Naftogaz, di mettere a punto i contratti sulla base degli accordi politici raggiunti.
Siamo ad una svolta? Staremo a vedere: un sano dubbio resta ragionevole per molti motivi. Proviamo a valutare i fatti che indurrebbero all’ottimismo e quelli che tendono a fare dubitare che la soluzione sia stata finalmente raggiunta.
Le ragioni in positivo sono poche ma chiare: la Russia non vuole che l’Ucraina si avvicini troppo all’Europa sguarnendo il suo fianco sud-ovest in un momento in cui rinascono sempre più forti i desideri di rivalsa e la voglia di riacquistare una leadership planetaria persa da tempo. In Ucraina, a due mesi scarsi dalle elezioni, si sta accendendo sempre più violenta la battaglia politica tra il Presidente Yushenko e il Primo Ministro Timoshenko. Coppia di ferro alleata nella creazione della “rivoluzione arancione”, i due si sono sempre più allontanati l’uno dall’altro. Il primo convinto che l’interesse del paese è ad ovest, in Europa, la seconda conscia della difficoltà, per un ex paese-satellite, di abbandonare completamente Mosca vista la reale dipendenza economica ed energetica dalla ex casa madre. Con realismo politico, la bionda lady di ferro ha da tempo effettuato una virata di 180 gradi spezzando l’unità del movimento e ponendosi come unico vero interlocutore con Mosca. Fatto questo molto apprezzato dai capi del Cremlino che potrebbero ripagarla rendendola unica artefice del risultato positivo e risolutivo delle vertenze in corso. In cio’ offrendole su un piatto d’argento la vittoria certa alle prossime elezioni politiche.
Valutiamo il rovescio della medaglia. I contratti non sono ancora stati redatti e quanto sta avvenendo, ormai da oltre tre settimane, tende ad indicare che ad ogni “accordo politico” siglato nei giorni scorsi non è mai seguito nessun atto concreto che lo abbia effettivamente reso operativo, anzi: tanto è vero che siamo arrivati all’assurdo che il gasdotto che porta il metano in Europa è addirittura vuoto e, quindi, necessiterà di alcuni giorni per essere riempito di nuovo da una “quantità tecnica” di gas necessaria a ripristinare la pressione necessaria a rimettere in moto i flussi di trasferimento. L’Ucraina deve cifre estremamente rilevanti alla Russia per le forniture dello scorso anno e non è in grado oggi di onorare il debito. Per cercare di risolvere il problema Putin, giorni fa, ha suggerito alle maggiori compagnie europee di costituire un Consorzio che acquistando da Gazprom il totale della quantità tecnica per l’Ucraina permetta di ristabilire in tempi brevi i rifornimenti verso l’Europa fermi ormai dal 7 gennaio. ENI, le tedesche E.On e Wingas e certamente Gaz de France sono chiamate a fare da cuscinetto tra i due governi in lite anticipando una somma tra i 675 ed i 765 milioni di dollari. Quello che è chiaro è che l’esborso sarebbe a carico delle società europee, meno chiaro se , quando e quanto questi soldi saranno restituiti. A fronte di questo c’è anche la reazione del Presidente Yushenko che è contrario alla proposta perché vede il rischio di perdere il controllo nazionale della rete di approvvigionamento e di distribuzione a favore di realtà straniere e teme, in particolare, che sia la Russia a diventare di fatto il padrone dello snodo ucraino.
Ultimo, ma non meno delicato è il problema della modalità con cui avviene il trasferimento economico della vendita del gas: infatti è bene ricordare che Naftogaz non lo compra direttamente da Gazprom ma che è attivo un meccanismo per il quale i russi vendono in blocco il gas ad una finanziaria svizzera che a sua volta rivende il gas all’Ucraina ed all’Europa. Anche se non esistono prove dirette che questo giro abbia il solo scopo di ingrassare gerarchi e potenti dei due paesi, la logica fa tendere a ritenerlo molto probabile. Sarà quindi interessante capire se l’accordo che dicono di aver raggiunto i due paesi manterrà questo modo distorto di fatturazione del metano o se verrà finalmente saltato, e come, questo nodo poco trasparente .
I risultati di questa che abbiamo battezzato telenovela sono vari e, a nostro parere, ancora poco promettenti. Nell’ipotesi di uno sblocco almeno una cosa è certa: i debiti dell’Ucraina andranno a ricadere sulle casse delle imprese energetiche europee e, quindi di riflesso, sul costo del gas per gli utenti. Se questo sarà non molto rilevante in questo momento di prezzi bassi, la situazione cambierebbe in peggio se dovesse ripartire la speculazione visto che il prezzo del gas è ancorato automaticamente a quello del petrolio.
L’estrema labilità della situazione ha il vantaggio di spingere i governi verso la realizzazione rapida dei due gasdotti alternativi al passaggio ucraino: il Nord-Stream che lega la Russia alla Germania a nord ed il South-Stream che porterà il gas nel Mediterraneo attraverso ila Bulgaria ed il Mar Nero in Grecia e da noi. Tra pochi anni, due o tre, l’Ucraina sarà completamente saltata, il gas arriverà in Europa da due pipelines differenti ed indipendenti: gli europei saranno tranquilli (o almeno si spera) per i loro rifornimenti, ma la Russia controllerà completamente, grazie alle forniture energetiche, molti di quei paesi che già controllava militarmente e politicamente negli anni bui della Cortina di Ferro.
Il bilancio complessivo non appare brillante: cinicamente agli europei dell’ovest la situazione peserà poco ma politicamente il peso sarà enorme riproponendo tensioni che avevamo sperato fossero dissolte grazie alla caduta del muro di Berlino.
Ed in questo contesto si dovrà affrontare il problema della diversificazione del mix energetico nazionale: per l’Italia in particolare la dipendenza dal gas sarà ancora a lungo prevalente. Le attuali condizioni e quello che accade dovrebbero fare aprire gli occhi sulla necessità che non si possa più restare bloccati dalle forniture che provengono essenzialmente da un duopolio Russia e Algeria. Da qui, con buona pace dei nostri Verdi, duri e puri ayatollah dell’ambiente, che tanti danni hanno fatto all’economia negli ultimi 20 anni, diventa improcrastinabile affrontare il problema nella sua interezza sviluppando tutte le fonti energetiche possibili, dalle rinnovabili al carbone pulito al nucleare. Ciascuna andrà considerata nel contesto delle reali possibilità di contributo alle esigenze di sviluppo senza infingimenti o corse in avanti irrealistiche. Il si all’una ed all’altra non dovrà essere vista come una sconfitta di una linea ideologica rispetto ad un’altra perché il paese ha bisogno di andare avanti, confrontandosi in un mondo globalizzato con competitori più attenti al guadagno che alla salvaguardia di un ambiente, spesso mitico, e che esiste solo nei sogni di qualcuno.
Ezio Bussoletti
Santi Muscarà
