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Sacconi: con referendum su Jobs act vecchia sinistra nell’angolo. Riaffermare primato contrattazione aziendale e individuale

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"I primi decreti attuativi del Job Act nel complesso, tra luci e ombre, possono definirsi come la terza riforma della regolazione del lavoro, con caratteristiche di rottura rispetto al vecchio impianto disegnato negli anni '60 e '70". Lo dichiara in un intervento su Libero il presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Ap). "Essa si pone cioè - prosegue - in sostanziale coerenza con il percorso indicato dal Libro Bianco di Marco Biagi nel 2001 e con i due atti successivi: la legge che nel 2003 ha definito una pluralità di tipologie contrattuali flessibili e il decreto con cui nel  2011 è stata potenziata la contrattazione aziendale anche in termini di adattamento delle regole".

"Se le discipline confluite nello Statuto dei Lavoratori sono state generate nel contesto della illusione dello sviluppo irreversibile con le conseguenti rigidità - scrive il senatore di Area popolare - le tre riforme citate corrispondono alla consapevolezza che nell'epoca delle grandi incertezze occorrono regole flessibili per incoraggiare la propensione ad assumere e ad investire". In questo contesto,  "assurda è stata la  discontinuità di questo percorso rappresentata dalla legge  Fornero,  ora significativamente corretta con la liberalizzazione triennale dei contratti a termine, con l'ampliamento dell'uso dei voucher e con la rilegittimazione delle partite IVA ad un solo committente". Lo Statuto dei lavoratori - continua Sacconi - è "di fatto caduto sulla base delle modifiche apportate a tre pilastri della sua rigidità: i licenziamenti, le mansioni, le tecnologie di controllo del lavoro". Senza che il Jobs act tralasci la "protezione di chi cerca lavoro" che "è stata individuata in una maggiore protezione del reddito e nella sua libera scelta dei servizi ai quali affidare la speranza di una occupazione con remunerazione pubblica a risultato".

"Tutto risolto? Non proprio. Negli stessi decreti - scrive ancora l'ex ministro del Lavoro - persistono limiti e ambiguità che testimoniano delle opposte culture politiche che vi hanno concorso. Il loro necessario completamento diventa così in primo luogo uno Statuto dei Lavori che regoli il lavoro dipendente come quello indipendente garantendo tutele proporzionate alla dipendenza socio-economica del prestatore e coerenti con la disciplina europea che non prevede mai la indissolubilità del rapporto di lavoro finché morte o pensione non separino. Uno Statuto quindi per tutti, che omologhi pubblici e privati, vecchi e nuovi contratti. In secondo luogo, dovremo riaffermare il  primato della contrattazione aziendale e individuale in modo che le regole generali si adattino ai diversi contesti, il salario si colleghi alla produttività con più adeguata detassazione, il lavoratore abbia tutele integrative, si sperimentino forme di  partecipazione dei lavoratori. In terzo luogo, è giunta l'ora di riportare allo Stato le competenze regionali sui servizi al lavoro ferme restando possibili deleghe ai pochi territori efficienti. La stessa riforma della scuola deve superare ogni separatezza con il modo del lavoro".

Coloro che, conclude Sacconi, tuttora "contrastano le novità introdotte - e quelle da aggiungere - sono i soliti noti. Quel che resta di una sinistra politica e sociale ancorata al vecchio mondo, che vorrebbe i lavori 'pochi ma buoni', che rifiuta l'idea della condivisione di un comune destino tra imprese e lavoratori. È una sinistra minoritaria ma ancora influente nello stesso partito del Presidente del Consiglio, perfino nelle organizzazioni di impresa e certamente nella grande comunicazione. Se essa vorrà sfidare la modernità con un referendum, sono certo saremo in molti a contrastarlo affinché esso possa essere utile, come lo fu quello del 1985 sulla scala mobile, a sconfiggere le residue palle al piede della nazione conseguenti al nostro intenso Novecento ideologico".

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