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Vita da difendere

Sars-Cov2, ora in Svezia c’è chi accusa: “Eutanasia attiva”

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Sono preoccupanti le notizie che giungono dalla Svezia sulle mancate cure verso gli anziani malati di Covid-19. A parlare di vera e propria eutanasia attiva al riguardo ai quotidiani svedesi Dagens Nyheter e Aftonbladet  è il Professor Yngve Gustafson, docente di Geriatria all’Università di Umeå.
L’accademico mette a confronto il modo in cui in Svezia i pazienti anziani malati di Covid-19 vengono curati nelle cliniche geriatriche con quelli presi in carico dalle case di riposo.
“Gli anziani nelle case di riposo sono stati discriminati. Ho ricevuto così tante telefonate da parenti che descrivono che i pazienti non hanno ottenuto cure. Se si osserva la percentuale di decessi degli anziani, nelle cliniche geriatriche il tasso di sopravvivenza è del 70-80 percento, mentre in linea di principio nelle case di riposo sono state prescritte solo cure palliative, il che significa che si ottiene morfina e il midazolam e l’haldol contro la nausea e il vomito da morfina. E’ un trattamento che per quasi il 100 percento porta alla morte. Somministrare assieme midazolam e morfina inibisce la respirazione e se hai difficoltà a respirare, allora hai rapidamente una carenza da ossigeno tale da morire.”
Il Professor Gustafson parla chiaro e non esita a discorrere di vera e propria eutanasia attiva, suscitando clamori e forti preoccupazioni nell’opinione pubblica tanto che l’Ivo ( In spektionen för vård och omsorg), l’Ispettorato sanitario, effettuerà nelle prossime due settimane controlli a tappeto nelle case di riposo per gli anziani malati di Covid-19 in tutto il Paese.
Criticate sono anche le nuove linee guida del Sistema sanitario nazionale svedese del 7 aprile, in cui si afferma che i medici dovrebbero evitare di visitare i pazienti e compiere più diagnosi al telefono. Su tali prescrizioni il Prof. Gustafson afferma che esaminare i pazienti al telefono e prescrivere loro un trattamento che sia fondamentale affinché si abbia una possibilità di sopravvivere o valutare se in linea di principio si sia già condannati alla morte, è al di sotto di ogni etica medica. “È ingiustificabile trattare gli anziani senza un’adeguata valutazione e trattamento medico” dichiara in modo netto e in un’intervista alla televisione pubblica, mette in risalto l’insufficienza della quantità del personale sanitario, necessario invece per monitorare i pazienti anche di notte.
Come è noto, la Svezia ha raggiunto nella settimana dal 12 al 19 maggio il più alto numero di morti pro capite in Europa per Covid-19 e ci si chiede se alcune morti di persone anziane si sarebbero potute evitare. Stando ai racconti di vari familiari di pazienti presso le case di riposo sembrerebbe proprio di sì. Tra questi, emblematica è la storia di Jan Andersson, 81 anni, raccontata al quotidiano Dagens Nyheter. Il figlio Thomas riferisce che per più di tre settimane il padre non è riuscito a contattare un dottore, finché un medico di famiglia, senza nemmeno visitarlo di persona, gli ha prescritto le cure palliative. Inoltre non è stato ricoverato in ospedale anche se c’erano i posti, ma presso una casa di riposo per anziani a Sigtuna, a nord di Stoccolma.
Dalla casa di riposo, Thomas ha poi ricevuto una telefonata che gli suggeriva di salutare definitivamente il padre vicino alla morte. “Papà era completamente andato per la morfina. Non fornire un trattamento di supporto di base agli anziani colpiti dal coronavirus, ma somministrare la morfina, fa sì che ovviamente siano condotti a morire. Personalmente la ritengo eutanasia attiva e se non fosse stato per noi parenti, avrebbero ucciso mio padre”.  Continua inoltre dicendo “E’ stato solo quando ho contattato i media e i responsabili che a papà è stata messa una flebo e ha ricevuto le sue medicine abituali, come quelle per la fluidificazione del sangue, per via endovenosa.” E infine ha concluso affermando che “Si è così ripreso rapidamente e oggi è in salute”.
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