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Scalfari confessa: gli “organi di garanzia” servono a delegittimare l’Italia del Cav.

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Non mi ritengo un avversario politico di Scalfari, né di Berlusconi. Per il mestiere che faccio—di studioso in cattedra mantenuto dallo Stato con uno stipendio non disprezzabile, specie di questi tempi—ho deciso da anni di abbandonare la tribuna dei tifosi per insediarmi stabilmente in quella degli osservatori imparziali (per quanto sia concesso ad esseri umani di rimaner tali..). E’ per ‘dovere d’ufficio’, quindi, e senza nessuna concessione alle ipocrisie del ‘politically correct’ , che ho deciso di commentare l’editoriale di Scalfari,La grande anomalie nell’Italia del Cavaliere’ pubblicato su ‘La Repubblica’ del 13 dicembre u.s.:un esempio da manuale del ‘cul de sac’ in cui s’è cacciata, irrimediabilmente, la political culture dell’Italia di inizio millennio.

 Con ricchezza di riferimenti storici e ideologici, il ‘fondatore’, infatti, sta trasformando la ‘repubblica delle lettere’ in un campo di Marte, dove ogni tentativo di comprensione delle ragioni dell’avversario diventa inganno e tradimento e dove non è più possibile parlare, in maniera pacata, di ‘ragioni’ e di ‘torti’, né, tanto meno, chiedersi se, per caso, in quanto sostengono gli altri non ci sia qualcosa di sensato. Se si è scelto il lavoro intellettuale come professione non si può far finta di niente.

 E cominciamo dall’incipit.< C’è un’anomalia al vertice istituzionale dello Stato—scrive Scalfari-- L'abbiamo scritto varie volte ed Ezio Mauro l'ha di nuovo precisato con chiarezza subito dopo il discorso di Silvio Berlusconi all'assemblea del Partito popolare europeo a Bonn. L'anomalia sta nel fatto che il presidente del Consiglio e capo del potere esecutivo disconosce l'autonomia del potere giudiziario; disconosce la legittimità degli organi di garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale e ritiene che il premier, votato dal popolo, detenga un potere sovraordinato rispetto a tutti gli altri>.

 In realtà, è vero che il presidente del Consiglio, nello stile diretto e populistico che lo caratterizza, ha avanzato pesanti dubbi sull’autonomia del potere giudiziario ma l’organo (non il potere) oggetto dei suoi attacchi è davvero al di sopra di ogni sospetto? Non si registra proprio, da noi, nessuna forma di ‘politicizzazione della magistratura’, in misura rilevante reclutata tra gli ‘acculturati’ del sessantotto e della ‘contestazione’? L’ideologia di molti giudici e PM è quella della ‘società aperta’, della ‘civiltà del diritto’ occidentale, della rigorosa separazione delle funzioni, del tribunale che non fa le leggi ma si limita ad applicarle ai ‘casi concreti’? Quando si sentono dei magistrati che si ritengono investiti del compito di ripulire il paese dai ‘corrotti’ e dai ‘collusi’, un liberale può davvero sentirsi tranquillo? Un magistrato che voglia ‘fare giustizia’finisce per affidarsi più alle ‘certezze morali’ che all’ evidenza delle prove: il giudice Spicacci (Amedeo Nazzari), nel bellissimo film di Luigi Zampa ‘Processo alla città’(1952), diventa il modello d’ispirazione, anche se non si è alle prese con la camorra ma con l’inestricabile groviglio di politica e affari dove la colpa ( morale) non sempre può considerarsi un reato. E’ una tentazione moralistica pericolosa in uno ‘stato di diritto’ che si fonda sulla massima ‘<mille indizi non fanno una prova>’ e che si regge su una rigorosa distribuzione di competenze tra il ministero degli Interni e quello della Giustizia nonché sull’assoluta spoliticizzazione delle rispettive burocrazie. Che l’agire di ampi settori della magistratura attivi più di una perplessità non solo a destra ma in settori politico-culturali che con la destra non hanno nulla da spartire—si veda l’ultimo libro di Luciano Violante—è qualcosa che non sembra interessare Scalfari, che probabilmente considererà le riserve nei confronti dell’operato dei giudici avanzate da liberali non berlusconiani e da riformisti come errore o, più probabilmente, come ‘tradimento’, (nella logica, è superfluo ricordarlo, del <chi non è con me è contro di me> tipica di tutti i fanatismi, totalitari e non).

 Per non pochi osservatori imparziali—e se ne contano a centinaia nello stesso centro-sinistra--<la legittimità degli organi di garanzia a cominciare dal Capo dello Stato e dalla Corte costituzionale> non è così scontata, almeno per chi abbia a cuore, soprattutto, la difesa intransigente delle libertà civili e dei diritti indisponibili. Una revisione della nostra Magna Carta che stabilisca nuove regole per l’elezione del Presidente della Repubblica e per la nomina dei giudici costituzionali potrebbe comportare una revisione drastica dell’operato dei padri costituenti ma difficilmente potrebbe venir qualificata come contraria alle ‘garanzie della libertà’ qualora, ad es., richiedesse, anche per l’elezione della più alta carica dello Stato, come per quella del terzo dei membri della Corte Costituzionale eletti dal Parlamento, la maggioranza qualificata dei due terzi. Per non parlare, poi, delle perplessità ingenerate dai giudici nominati dal Presidente che, inevitabilmente, vengono reclutati in aree politico-culturali a lui vicine: Sandro Pertini, nell’82, consegnò la penna d’oro a Giuseppe Prezzolini ma nominò senatore a vita Eduardo De Filippo, simbolo degli intellettuali antifascisti meridionali. 

 La Costituzione, come la Resistenza e l’antifascismo, non è il fondamento della ‘democrazia dei moderni’ ma è la ‘democrazia dei moderni’ il fondamento della Costituzione. Ciò significa che se una ‘norma primaria’ viene percepita come incompatibile con la realizzazione del libero governo del popolo, non è questo ma quella che deve mettersi da parte. E’ una tesi che prelude al fascismo o al bonapartismo? O non sarebbe più corretto discutere sul merito delle proposte concrete di revisione avanzate dal PDL? Si vuol forse ripetere, mutatis mutandis, la demonizzazione di quanti, in anni ormai lontani, sostennero il progetto di una ‘Nuova Repubblica’? Quella demonizzazione portò l’azionista Piero Calamandrei a rifiutare la stretta di mano al più geniale storico delle istituzioni politiche dell’Italia del Novecento, Giuseppe Maranini—si veda l’eccellente monografia dedicatagli da Eugenio Capozzi, Il sogno di una costituzione. Giuseppe Maranini e l’Italia del Novecento, Ed. Il Mulino—e fece estromettere da ogni rispettabile salotto della Repubblica un uomo della statura morale e intellettuale di Randolfo Pacciardi. E’ questo il ‘clima liberale’ che si vuole restaurare?

Forse a Berlusconi sorride l’idea <che il premier votato dal popolo detenga un potere sovraordinato rispetto a tutti gli altri> ma è corretto, da parte di Scalfari, non prendere in considerazione l’oggettiva debolezza dell’esecutivo in Italia, rispetto alle altre democrazie occidentali, ed è giustificata la tendenza a riguardare come potenziali tiranni quanti propongono di rafforzarne attribuzioni e poteri? In una società in cui i velami ideologici rendono superfluo lo studio serio dei fatti, ricerche come quelle dirette da Cristina Barbieri e da Luca Verzichelli su Il Governo e i suoi apparati (Ed. Name) sono passate sotto silenzio ma un pubblicista, che non voglia essere uno stratega politico ‘con altri mezzi’, non dovrebbe esortare, oltreché <alle storie>, anche alla rigorosa indagine empirica, alla verifica, nella fattispecie,se da noi il premier sia o meno istituzionalmente in grado di governare—si chiami Silvio Berlusconi o Romano Prodi. ? Aggiungo che i progetti al riguardo, ventilati da alcuni esponenti del PDL, possono venir criticati con buone ragioni ma qui il problema non riguarda la ragionevolezza o l’opportunità di quei progetti ma la loro delegittimazione politica e la loro squalifica morale da parte di una ‘cultura’ portata a denunciare come tentativo di golpe ogni modifica degli attuali assetti istituzionali e costituzionali. Tutto questo è funzionale al radicarsi di sensibilità e costumi liberali e democratici?

 Il discorso tenuto da Berlusconi a Bon, all’assemblea del Partito Popolare Europeo, a Scalfari è sembrato un vero e proprio manifesto sovversivo, per non dire fascista. Di qui la sua meraviglia che l’oggetto del contenzioso istituzionale lamentato dal premier sia stato definito <una questione interna alla politica italiana>.< Quando si tratta dei principi della costituzionalità europea—ha commentato-- non esistono questioni interne dei singoli Stati membri che possano sfuggire al vaglio degli organi dell'Unione. Credo che questo problema andrebbe formalmente sollevato dinanzi al Parlamento di Strasburgo e dinanzi al presidente del Consiglio dei ministri dell'Unione>.In base a questa logica, quindi, un partito europeo che volesse una riforma costituzionale ispirata alla gollista V Repubblica e una ridefinizione di poteri e competenze tra esecutivo e giudiziario fondata sulla divisione delle carriere e sulla dipendenza dei PM dal ministero degli Interni, come in Francia, dovrebbe venir deferito ai vertici dell’Unione per essere sottoposto a   processo (con esito scontato). Una pretesa davvero strana se si considera che la stessa Santa Alleanza,feroce guardiana dello status quo nell’Europa postnapoleonica, non si sarebbe mai opposta a un cambiamento del regime interno di uno stato membro ispirato al modello asburgico o zarista (non si oppose neppure alla detronizzazione dei Borbone ad opera degli Orléans!)

 Un tempo, sostiene Scalfari, < le diverse posizioni politiche si confrontavano in un quadro di valori e principi condivisi; ma questo quadro di compatibilità è ormai andato in pezzi. Le varie istituzioni e i poteri dei quali ciascuna di esse ha la titolarità sono dunque l'uno in presenza degli altri senza più ammortizzatori di sorta. Gli angoli non sono più arrotondabili ma spigolosi. I1 rischio è una prova di forza interamente istituzionale>.Il rilievo è ineccepibile anche se ci sarebbe da chiedersi se davvero la Prima Repubblica potesse contare su <valori e principi condivisi>, se dietro quell’accordo tacito non si annidasse un consociativismo latente—con una distribuzione alla Yalta di ‘zone di influenza’ geografiche, sociali e culturali intesa a ovattare il conflitto politico—corrosivo alla lunga di una corretta vita democratica--impensabile senza l’alternanza--, se non fosse, infine, proprio la maraniniana ‘partitocrazia’, consolidata dai rapporti pubblico/privato ridefiniti, in senso antidegasperiano, da Amintore Fanfani, a garantire una relativa (ma non salutare) pace tra ‘le parti’. Comunque fingiamo pure di credere che nell’epoca della ‘moral suasion’ tutto—o quasi-- andasse per il meglio e torniamo al punto. Se è vero che il <quadro di compatibilità dei valori è andato in pezzi> a quali soluzioni può pensare chi abbia davvero a cuore la causa della libertà? Non contribuisce, in maniera determinante, a gettare benzina sul fuoco chi ritiene che, tra gli attori istituzionali (oggi) ai ferri corti, ce ne sia uno che ha tutti i torti--l’esecutivo e ovviamente il legislativo a lui asservito in virtù della ‘porcata’ della legge elettorale—e gli altri che hanno tutte le ragioni? Se, come nelle città medievali, si chiamasse un podestà ‘da fuori’per dirimere la lotta delle fazioni, un arbitro che condividesse le tedi dell’editoriale in esame quali garanzie darebbe di imparzialità?

 <Uomo di lettere>, come direbbe il Principe De Curtis, Scalfari non si esime dal riferimento storico e per far luce sulla transizione che stiamo vivendo rievoca il colpo di Stato del 18 brumaio.< Il generale Bonaparte rappresentava un'anomalia rispetto al regime moderato del Direttorio, nato sulle ceneri del Terrore robespierrista. La sua vocazione autoritaria non aveva nulla di populistico ma era appoggiata da un'opinione pubblica che voleva a tutti i costi una pacificazione. Napoleone fu visto come lo strumento di questa pacificazione e fu l'appoggio di quell'opinione pubblica che gli consentì un colpo di Stato che non costò neppure una vittima>. La ‘gente’ quindi stava dalla parte dell’avventuriero corso, come oggi, l’allusione è trasparente, sta dalla parte dell’avventuriero di Arcore. Anche su questo, trattandosi di ‘fatti’, non si può non essere d’accordo. Sennonché—ed è la questione davvero cruciale—quali furono poi le cause della caduta del Direttorio? Forse non sarebbe arbitrario ricercarle in una concezione <anomala> della democrazia, come governo di popolo, che distingueva la ‘volontà di tutti’—ovvero ciò che i cittadini comuni esprimevano con il loro voto, in base ai loro bisogni, speranze, timori, aspettative, interessi a breve e a medio termine—dalla ‘volontà generale’,comunque la si definisse,in senso radicale e rousseauiano o in senso moderato e termidoriano, e che attribuiva alla seconda il potere di azzerare la prima e di farsi rappresentare da una elite di saggi o da un primo console. Quando nella prima repubblica francese gli elettori esprimevano maggioranze moderate e monarchiche, i ‘Direttori’, per salvare le ‘conquiste della Rivoluzione’ invalidavano le elezioni, quando al contrario alzavano la testa i giacobini, facevano intervenire le truppe (e lo stesso generale Bonaparte) a chiuderne i club. Sicuramente non c’erano le condizioni che consentivano alla ‘droite’ francese di sentirsi al sicuro con un nuovo governo giacobino e alla ‘gauche’ di dormire tra sette guanciali con un governo di ‘monarchiens’: in ogni caso, il livello antropologico-politico—non meno rilevante di quello economico--, con la reciproca delegittimazione dei partiti, fu decisivo nel preparare il colpo di stato.

  

 Questa delegittimazione dell’avversario è così estranea alla filosofia politica di Scalfari e di ‘Repubblica’? A leggere il suo articolo-saggio, si ha l’impressione che la maggioranza elettorale acquisita dal PDL sia l’espressione della ‘volontà di tutti’ e che quindi la sua vittoria ‘legale’ non sia benedetta da una sostanziale ‘legittimità’. Per lui, come per la sinistra azionista piemontese, la vera democrazia è un processo continuo di ascesa morale e intellettuale delle masse: a ogni arresto della marcia in avanti, non si dice più <chi si ferma è perduto!> (ricorda personaggi troppo scomodi) ma qualcosa di analogo: <indietro non si torna!>. Ne risulta che i cittadini si dividono in due grandi categorie: quelli che collaborano con lo Spirito della Storia o del Progresso e gli altri che ‘frenano’, che fanno valere il proprio ‘particulare’, che rimangono legati all’Italia della Controriforma, della provincia profonda, dei notabili, la stessa che trovò, per citare Piero Gobetti, nel fascismo la sua autobiografia.

 Va dato atto a Scalfari che, a differenza di altri esponenti della sinistra antagonista, soprattutto i moralisti cattolici, non si nasconde dietro un dito, non dà ai media (e, in primo luogo, a Mediaset), alla ‘società dei consumi, ai persuasori occulti del capitalismo interno e internazionale, alle crociate dei vescovi contro l’ateismo dilagante, la colpa dell’irresistibile ascesa del Cavaliere. A suo avviso, il PDL una maggioranza ce l’ha ed è <una maggioranza conservatrice formata da piccoli e piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi che sperano di ricevere tutela e riconoscimento. E c'è un'ampia clientela articolata in potenti clientele locali, legate al potere e ai benefici che il potere è in grado di dispensare.>. In parole povere, i più, la major pars, stanno con Berlusconi e i meno, la ‘minor pars’ virtuosa stanno contro di lui. E allora <che fare?>. E’ semplice: bisogna affidare agli ‘organi di garanzia’ un potere esorbitante ma adeguato a impedire a questa maggioranza <di rimodellare la Costituzione. Non riformandone alcuni aspetti ma cambiandone la sostanza. Non più equilibrio tra poteri e organi di garanzia, ma solo un potere sovraordinato agli altri>.

 A questo punto non si può fare a meno di porsi due domande. In una democrazia ‘a regime’, perché i < piccoli e piccolissimi imprenditori e lavoratori autonomi> non possono pretendere di ricevere, attraverso la legislazione ordinaria, la stessa <tutela> e lo stesso <riconoscimento> di cui beneficiano tutte le categorie sociali e professionali che fanno parte del blocco sociale del centro-sinistra? In democrazia i voti si contano o si pesano?

 L’altra domanda è: perché ogni proposta di modifica degli attuali equilibri costituzionali dovrebbe portare, per definizione, al fascismo? E’ vietato discuterne pacatamente? O il dialogo vale soltanto quando ‘porta avanti’ il carro della Storia e, in caso contrario, vale il’tintinnio delle manette’?

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4 COMMENTS

  1. Scalfari
    Caro professore, il suo articolo dovrebbe essere pubblicato su un giornale di grande tiratura. Forse qualcuno sarebbe costretto a riflettere per poi accorgersi che il pericolo non è Berlusconi, ma gli Scalfari che abbondano nella sinistra.

  2. che importa della tiratura?
    A noi importa il contenuto, l’analisi. L’obiettività.
    I problemi di ‘tiratura’ lasciamoli a Debenedetti…

    Cordiali saluti e come sempre complimenti per i contributi di ‘peso’.

  3. Scalfari
    Eugenio Scalfari a 18 anni era redattore capo del periodico Roma Fascista e scriveva articoli calunniosi senza avere le prove di quanto affermava.Richiesto da Scorza, segretario del PNF, di fornire i nomi di quelli che accusava di essere profittatoi, in modo che si potessero prendere provvedimenti nei loro confronti, non fu capace di darli perchè i fatti “erano noti” “tutti lo sapevano” e fu giustamente cacciato in malo modo.(intervista a P. Buttafuoco)
    Passata le guerra continuò a fare il gossipparo e su questo costruì fortuna e carriera: mi sono sempre chiesto come un uomo così miserabile sia riuscito a raccogliere tanto credito. Uno dei tanti nemici della democrazia italiana sta in largo Fochetti

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