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Scuola, sfruttiamo questa crisi per disfarci delle scorie del Sessantotto

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Le scuole hanno riaperto da qualche settimana e, come ormai accade puntualmente all’inizio di ogni anno scolastico, le cose sembrano destinate ad andare peggio di prima. Stavolta però – si potrebbe concludere – la colpa non è di nessuno: non del governo, non dei sindacati, non degli uffici scolastici, e tanto meno dei singoli istituti, che ce l’hanno messa tutta per rimettere in moto la scuola. Tutta colpa del Covid-19, piuttosto, che ha costretto ciascuno degli attori sulla scena a uno sforzo titanico di riorganizzazione.

In realtà, anche a voler tacere dei banchi che non ci sono, della carenza del personale docente e non docente, delle lezioni miste con metà classe in presenza e l’altra a distanza (quando va bene), del bizantinismo dei protocolli sanitari che trasformano ulteriormente la scuola in un gigantesco produttore di carte, regolamenti e registri; anche a voler tacere di tutto questo, l’epidemia Covid-19, lungi dall’essere l’origine dei mali presenti, non ha fatto altro che portare ancora di più allo scoperto la fragilità dell’attuale sistema scolastico e l’inadeguatezza della classe dirigente cui è stato affidato negli ultimi decenni.

Se si volesse sinteticamente indicare quale sia la causa prima della crisi in cui versa oggi la scuola italiana, al di là degli avvicendamenti politici e del malaffare che ha contagiato anche il settore scolastico, essa dovrebbe essere probabilmente ravvisata in un semplice dato di realtà. La scuola italiana ha abdicato ormai da lungo tempo al fine per cui è nata: la promozione della cultura e dell’identità.

Alla cultura e all’identità si è deciso di rinunciare qualche decennio fa, con il Sessantotto, e da allora uno scellerato patto tra politica e sindacato ha progressivamente svuotato la scuola di contenuti e – ciò che forse è più grave – di autorità. Il sistema scolastico è stato concepito come un’estensione dello stato sociale, per cui da un lato si è rinunciato alla selezione del corpo insegnante in nome del diritto al posto di lavoro (di qui le retribuzioni svilenti, la creazione delle famigerate graduatorie e le annose difficoltà di stabilizzazione degli insegnanti), dall’altro si è progressivamente affermata l’idea della scuola come luogo dell’inclusione a ogni costo. Una sorta di affollato parcheggio, insomma, dove trascorrere anni cruciali della propria vita in attesa di destini migliori. Si fa oggi un gran parlare di dispersione scolastica e della diffusa carenza di istruzione dei giovani. Come pure si citano sconsolatamente i dati sull’abbandono universitario e sul numero, in costante calo, dei laureati che escono dagli – nel frattempo moltiplicatisi – atenei italiani. Eppure in pochi sembrano avere la lucidità o l’onestà intellettuale di mettere in discussione la disastrosa politica culturale degli ultimi decenni.

Ai mali antichi se ne aggiungono oggi di nuovi e potenzialmente letali. Il colpo di grazia alla scuola italiana potrebbe essere assestato da un nuovo modello pedagogico, mutuato dalle varie “agende” europee in tema di istruzione scolastica, che mette al centro “i saperi” invece del sapere, “le educazioni” invece dell’educazione, “le competenze” invece della conoscenza. Al già malconcio sistema scolastico italiano viene così addossato un peso che non può e non deve sostenere: una moltiplicazione di discipline e attività pseudo-didattiche che parcellizzano l’insegnamento e riducono la scuola al ruolo di erogatore di nozioni per lo più superficiali e disarticolate tra loro. Per questa via si tenta di privare il nostro sistema scolastico degli ultimi residui dell’identità culturale su cui è stato fondato. La progettazione didattica non è più lasciata agli insegnanti in quanto titolari di un sapere che proviene dalla loro cultura e dalla loro esperienza, ma è affidata invece a uno stuolo di “esperti” (pedagogisti, statistici, sociologi, informatici, economisti, psicologi, sessuologi, medici, linguisti di ogni genere e specie). Tutta gente preparata e per bene, s’intende; ma non si capisce che cosa c’entri con la scuola.

Individuare la cura appropriata è sempre la cosa più difficile e i problemi sul tappeto sono indubbiamente molti e complessi. Si potrebbe tuttavia lasciarsi guidare dal buon senso e più che mai in tempo di Covid, quando andare a scuola è diventato non più così scontato, invece di aggiungere, si potrebbe iniziare col disfarsi di qualcosa. Disfarsi, per esempio, della politica incompetente che regge le sorti della scuola italiana. Disfarsi del sindacato connivente, che tutela se stesso invece delle categorie che è chiamato a rappresentare. Disfarsi degli “esperti”, che si occupano di scuola invece di occuparsi d’altro. Disfarsi del falso egualitarismo e sostituirlo con una sana meritocrazia. Disfarsi delle “competenze” e tornare a lavorare sulla conoscenza, che in quanto tale non può che essere una e una sola. Disfarsi delle “educazioni” e lasciare finalmente spazio alla responsabiltà individuale. Disfarsi della burocrazia soffocante, che ha trasformato la scuola da luogo di trasmissione del sapere in edificio di carta. E infine lasciare liberi gli insegnanti di tornare a progettare il loro lavoro secondo la loro professionalità.

Si tratta di traguardi ambiziosi e certamente inarrivabili tutti insieme. Ma ci sono sufficienti ragioni per ritenere che, se almeno qualcuno di essi venisse raggiunto, la scuola italiana ne trarrebbe notevole giovamento.

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