Se il debito greco fosse un po’ colpa di Berlusconi sapremmo quanto ci costa

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Se il debito greco fosse un po’ colpa di Berlusconi sapremmo quanto ci costa

03 Maggio 2010

 

Da un po’ di giorni mi chiedo come mai l’opinione pubblica tedesca sia così infiammata dalla questione greca mentre in Italia se ne parla come se la cosa non ci riguardasse. In Germania Angela Merkel è stata ad un passo dal porre il veto al salvataggio della Grecia proprio in considerazione delle proteste che venivano dai cittadini e contribuenti tedeschi. Per settimane si è tentato di rinviare ogni decisione a dopo il 9 maggio per evitare che il prestito al governo di Atene potesse pesare sulle elezioni in Nord Reno Westfalia, i giornali hanno suonato alte le trombe della protesta anti-greca mettendo in luce tutti i rischi del gigantesco prestito a cui la Germania sarà chiamata a contribuire per magna pars.

In Italia invece la questione appare sideralmente lontana, eppure dalle esangui casse pubbliche dovranno essere prelevati parecchi miliardi di euro (si parlava di 5,5 quando il prestito complessivo era valutato a 45 miliardi, ma ora è arrivato a 110). Si consideri che l’intera operazione dello scudo fiscale ha portato all’erario 5 miliardi di euro e sono praticamente già tutti impegnati. L’opinione prevalente – seppure ancora ufficialmente smentita è che occorrerà una manovra aggiuntiva per far fronte agli impegni verso Atene e molti sostengono – anche se non lo scrivono – che chiamarlo prestito è solo una pia illusione perché la Grecia non sarà mai in condizione di restituirci quei soldi.

Come mai allora i contribuenti italiani non insorgono come i loro omologhi tedeschi? Siamo più generosi? Siamo più  intimoriti dall’idea che la sorte della Grecia possa prima o poi toccare anche noi e dunque ci mostriamo solidali nella speranza di essere ricambiati quando verrà il momento? Siamo più europeisti, c’è di mezzo una fratellanza mediterranea? Un po’ ti tutto questo?

La mia impressione è che molto abbia a che fare con il circuito mediatico e i suoi riflessi condizionati a cui ormai anche l’opinione pubblica si è assuefatta. Il tema del soccorso alla Grecia, per quanto dalle gigantesche conseguenze, esce dagli schemi ormai automatici a cui siamo abituati. Non è questione di destra o di sinistra, non serve tracciare confini netti, neppure tra mercatisti e statalisti, non chiama in causa il governo e soprattutto non c’entra niente Berlusconi.

La crisi greca non si può sceneggiare secondo i tradizionali filoni politici, non si può usare come una clava sulla testa di questo o di quello, non si può caricaturizzare e non produce mostri da sbattere in copertina: per questo i giornali la “tengono bassa”. Fatta eccezione per il Sole24Ore per ovvi motivi, il dibattito, le analisi, gli editoriali, i titoli di prima pagina su questo tema non si sono visti più di tanto.

Allo stesso modo l’opinione pubblica, ormai in gran parte trasformata in tifoseria, non sa come schierarsi, con chi prendersela e quindi guarda altrove. Quindici anni durante i quali tutto è stato letto in chiave “berlusconiana” ci hanno reso ipereattivi verso tutto ciò che può essere riportato al paradigma pro-cav./anti-cav. e piuttosto sordi, distratti o annoiati verso quello che non si può comprimere in quella dicotomia. Persino una questione che arriverà direttamente a influire sulle nostre tasche ci lascia indifferenti se non può essere raccontata come l’ennesima ordalia tra il Cavaliere Nero e le forze del bene. Questo ottundimento dei nostri sensi civici è un sottoprodotto preoccupante della temperie politica che ha caratterizzato l’ultimo quindicennio.

Insomma se non si riesce a dare un almeno po’ di colpa a Berlusconi anche per la crisi greca, difficilmente le grandi firme del giornalismo d’inchiesta, i report, i talk show sempre dalla parte del giusto e del vero, i “fatti quotidiani” ci diranno qualcosa di serio su quello che sta succedendo e su quanto ci costerà. Fino ad allora pagheremo pensando lietamente ad altro.