Se il Gop rischia il flop

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Se il Gop rischia il flop

25 Ottobre 2007

Tira una brutta aria nel Grand Old Party. Tutta una serie di segnali sembra, infatti, confermare il momento difficile del partito Repubblicano. Una crisi pericolosa quando mancano ormai meno di tre mesi all’inizio delle primarie. Cresce così la paura che dopo il Congresso l’anno scorso, i Democratici (sempre più allineati dietro Hillary the Queen) possano anche conquistare la Casa Bianca. A solo 9 mesi dall’incarico, il senatore della Florida, Mel Martinez, si è dimesso, la settimana scorsa, da presidente del partito (General chairman of the Republican National Committee). Ufficialmente, Martinez ha lasciato l’incarico per dedicarsi completamente alla sua rielezione al Senato. Tuttavia, nella decisione hanno pesato anche le tensioni interne al partito dell’Elefante. “Non ha calcolato bene il tempo necessario per sistemare le cose”, ha detto un funzionario repubblicano a The Politico.com. Fatto sta che, in questa fase, il partito Democratico si sta dimostrando molto più ordinato del partito Repubblicano. Una novità rispetto al passato. Intanto, (altro segnale forte) 5 senatori del GOP, tra cui una figura di spicco come John Warner, hanno deciso di non ricandidarsi alle prossime elezioni.

Anche per la Casa Bianca, le prospettive non sono rosee. Nessuno dei candidati repubblicani alla presidenza è, infatti, riuscito fino adesso ad accendere gli animi della base conservatrice. Malumore al quale ha dato voce, in modo abbastanza clamoroso, Dan Bartlett, uno degli uomini più vicini a George W. Bush. Ad inizio ottobre, l’ex consigliere del presidente (per 14 anni uomo-ombra di Bush) ha sparato a zero sui candidati del GOP. Ha definito Romney un voltagabbana e Thompson un incapace. Di Huckabee ha detto che con un nome così non andrà da nessuna parte. Meno tranchant la valutazione su McCain. Per Bartlett, però, il senatore dell’Arizona non riuscendo a raccogliere fondi in modo adeguato è bruciato in partenza. Unico giudizio positivo quello riservato a Giuliani, il quale – secondo Bartlett – ha capito che il nemico vero è Hillary e non vale la pena di spendere energie attaccando gli altri candidati repubblicani. Proprio il Sindaco d’America, tuttavia, sconta l’opposizione della “destra religiosa” (componente fondamentale per aggiudicarsi la nomination repubblicana), che lo vede come fumo negli occhi. Tanto per intenderci, il fondatore di American Values, Gary Bauer, ha detto al Washington Times, il 28 settembre scorso, che il suo incubo peggiore è una sfida per la Casa Bianca tra i due abortisti Hillary Clinton e Rudy Giuliani.

Un altro campanello d’allarme per i Repubblicani l’ha suonato il Wall Street Journal sottolineando, nei giorni scorsi, che il partito dell’Elefante sta perdendo la sua tradizionale presa sul business vote. Il settimanale di tendenza liberal, Newsweek, ha rincarato con un articolo di Daniel Gross, dal titolo “I Democratici sono i nuovi Repubblicani”. In effetti, guardando i dati sui finanziamenti per le presidenziali, nella prima metà dell’anno 2007, si nota che il partito Democratico ha incamerato complessivamente 388 milioni di dollari contro i 287 dei candidati repubblicani. Ancora più schiacciante la differenza nel terzo trimestre: Clinton, Obama ed Edwards hanno incassato il doppio di Giuliani, Romney, McCain e Thompson. Se nel 2000 e nel 2004 i grandi nomi dell’economia americana avevano staccato assegni pesanti per sostenere la candidatura Bush, ora sembrano aver voltato le spalle al partito Repubblicano. Il caso più eclatante è quello di John Mack, capo della Morgan Stanley: nel 2004 aveva versato oltre 200 mila dollari nelle casse di Bush, stavolta appoggia Hillary Clinton. Di fondo, c’è poi la frattura tra le due grandi anime del partito Repubblicano, conservatrice e libertaria, la cui fusione aveva garantito il successo di Ronald Reagan. Oggi, sembra che libertari e conservatori abbiano preso due strade diverse. I primi mantengono il loro credo nello Stato leggero e nel primato assoluto dell’individuo. I secondi hanno assunto posizioni un tempo impensabili sul ruolo e l’ampiezza del governo centrale. “George W. Bush è il nuovo Lyndon Johnson”, è la critica rivolta al presidente Repubblicano, che a sentire qualche libertario avrebbe preso le sembianze del presidente Democratico promotore – a metà anni ’60 – dei grandi programmi statali di previdenza e sanità, Medicare e Medicaid.

C’è molto lavoro da fare, dunque, in casa repubblicana. Secondo Larry Kudlow, della rivista conservatrice National Review, il GOP ha bisogno di un rinnovamento profondo. Da rivedere anche la strategia della comunicazione, rivelatasi fallimentare in più occasioni. Qualcosa si muove: per gennaio, la leadership repubblicana ha annunciato il lancio di una nuova innovativa agenda politica. Non tutti, peraltro, sono così pessimisti. Intervistato dal Washington Post, a inizio ottobre, il responsabile della campagna elettorale repubblicana per il Congresso, Tom Cole, ha sottolineato che se i Repubblicani piangono, i Democratici hanno ben poco da ridere. Sebbene, infatti, gli ultimi sondaggi rilevino una larga sfiducia dell’elettorato americano nei confronti del presidente, il giudizio sul Congresso a maggioranza Democratica è tutt’altro che lusinghiero. Anzi, in un solo anno, il gradimento dell’operato dei parlamentari del partito dell’Asinello è sceso di 10 punti percentuali (da 48 a 38). Decisamente controtendenza, infine, l’umore di William Kristol direttore della rivista Weekly Standard. In un articolo della settimana scorsa, dal significativo titolo Cheer Up!, l’opinionista neoconservatore ha invitato i Repubblicani a non essere depressi. E’ vero, ammette, Bush è impopolare e Cheney perfino più impopolare, ma al momento del voto gli americani non cadranno nelle braccia di Hillary Clinton. Anche se in questi mesi i sostenitori del GOP sono apparsi spenti, una volta selezionati i candidati, è la sua convinzione, “i Repubblicani si ritroveranno uniti e probabilmente vinceranno”. Questa, almeno, è la storia delle ultime tornate presidenziali. Kristol scomoda pure la cabala: nel 2002 l’ex presidente democratico Carter vinse il Nobel per la pace e Bush trionfò contro Kerry nelle elezioni del 2004. Quest’anno il Nobel l’ha vinto l’ex vice presidente democratico Gore. Tirate voi le conseguenze.