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Se la Brexit è la scommessa di darsi un destino diverso (e non pura follia)

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Qualcuno c’ha provato a far passare la Brexit come una reazione di stomaco. A derubricarne le ragioni al livello di bassi istinti, paure ed insicurezze. Alla fine, dunque, a ridurla ad un abbaglio sproporzionato: l’illusione, per nulla ragionata, che, ritirandosi oltre la Manica, tutti i problemi di una Nazione tanto gloriosa, dall’immigrazione al disagio economico e sociale, potessero svanire in un colpo.

Ma fosse anche solo un sentimento, questa voglia di riappropriazione e di autodeterminazione, ciò ne accrescerebbe soltanto la nobiltà.

Ed una ragione emozionale che preme sulle costole gli inglesi ce l’hanno – gli inglesi appunto, meno forse lassù oltre il vecchio Vallo. Quel desiderio di Impero, la dimensione globale del loro essere popolo, del loro essere Nazione eletta: «we have built Jerusalem in England’s green and pleasant land». Il Paradiso in terra l’ha costruito la brava gente d’Inghilterra tra verdi pascoli e bianche scogliere. E questa convinzione nemmeno i secoli la estirperanno. E proprio lì sta tutta la forza del messaggio di Boris Johnson. Non si può rinunciare all’eccezionalità del Regno Unito. Su questo ha vinto: «I will set out a vision for Britain as the greatest place on Earth. The greatest place to be, the greatest place to live», dichiarava Boris lo scorso luglio, quasi fosse un William Blake qualunque, o forse – con accostamento provocatorio – un Donald Trump qualunque.

I risultati delle ultime elezioni del 12 dicembre sono la concreta dimostrazione di come dietro questo desiderio di emancipazione si sia compattato un consenso realmente trasversale. La storica vittoria dei Tories, pur gonfiata nei risultati parlamentari da una legge elettorale che magnificamente sostiene le forze politiche più grandi e strutturate, è avvenuta con un’amplissima espansione del loro tradizionale bacino di voti. Non è casuale l’affermazione del partito conservatore nei collegi tradizionalmente laburisti del nord dell’Inghilterra; come anche non è un caso la rivolta anti-Corbyn della comunità ebraica inglese, da sempre orientata verso il Labour, ma che in blocco ha sostenuto Boris Johnson.

Johnson non ha trasformato i Tories nel partito anti-sistema, ma ne ha recuperato la funzione più profonda: il one-nation party (la coniò nientemeno che Benjamin Disraeli questa definizione così attuale!), la casa spaziosa e rassicurante che raccoglie il flusso dirompente di un’identità e ne costringe la forza in una direzione comune. Questo è il senso inglese della democrazia.

Il sentimento che il popolo restituisce nell’esercizio elettorale ha il valore di un’intuizione mistica: proprio per questo è estremamente virtuoso affidare al popolo le scelte sulle questioni serie ed importanti.

E torniamo così alla notazione iniziale: pare a qualcuno che la Brexit sia tutta una reazione irragionevole, folle, sconclusionata, dozzinale in ultima analisi, ignorante. Eppure è oggi una scelta strategica per gli inglesi, profondamente coerente con quello che il Regno Unito ha sempre saputo di dover essere sulla scena del mondo.

Dai tempi di Margareth Thatcher gli inglesi stanno provando a scalfire il primato franco-tedesco sul continente europeo. Coltivano una declinazione ben specifica dell’Europa: un continente con lo sguardo ad ovest, tutto proiettato verso l’Atlantico, teso ed esposto verso un’ampia area di influenza globale. Tutto il contrario di quanto oggi ritengono essenziale fare francesi e tedeschi, che, invece, ben più sono interessati alla dimensione euro-asiatica: terra più che mare. Ecco, in un’Europa così gli inglesi non possono restarci, ancor più considerando che negli ultimi anni il Regno Unito ha visto la propria bilancia commerciale con la Germania sistematicamente pendere in passivo (parliamo di poco più di 38 miliardi di esportazioni contro oltre 90 miliardi di importazioni nel 2017).

Possono però provare a ritagliarsi un proprio ruolo strategico! Il futuro è ormai segnato dalla nuova grande dicotomia geopolitica della nostra epoca: quella che vede scontrarsi Stati Uniti d’America e Cina. Può esistere una terza via?

Il Regno Unito con Brexit ci sta scommettendo e vuole mettere sul piatto una risorsa incredibile, che nessun paese al mondo possiede: quella congerie di profonde influenze e strettissimi legami che è ancora oggi il Commonwealth. Quelle rotte, segnate dalla storia, che uniscono Londra a Cape Town, e ancora Londra a Melbourne.

Altro che improvvisazione o irragionevole ribellione: le elezioni del 12 dicembre hanno fatto della Brexit la scelta consapevole e strategica di un intero organismo-nazione. Non che la cosa sia semplice o esente da contrasti, anche importanti (Scozia e Irlanda saranno per anni al cento del dibattito pubblico oltre Manica!), ma di certo, se questa è la direzione, si può pensare che sia necessario che in quella direzione si remi tutti insieme. A Johnson il merito di aver riunito il paese sotto la stessa bandiera, dopo anni di incertezze e contrasti. All’intuizione di un popolo serviva un ragionevole sentiero da intraprendere al seguito di una buona guida: pare sia facile riconoscerla visto il ciuffo biondo e spettinato!

E allora un ragionamento, pur con le dovute differenze, anche noi italiani potremmo farlo: non tanto buttar lì preferenze sul fatto che possa dirsi meglio stare dentro o stare fuori. Non ha un granché senso.

Ben più dovremmo ricordarci che di Europa ne esiste anche una terza declinazione, familiare e cara a quelle identità nate dal contatto che differenzia: è l’Europa del Mediterraneo, che vive con lo sguardo fisso verso il totalmente altro, che sta lì, vicinissimo, al di là del mare. L’Italia è l’incarnazione di questa terza Europa: ad essa spetta darle senso o anche solo dignità. Riscoprire la forza umanissima di volersi dare un destino.

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