Immigrazione e religione

Se la Chiesa etiope e Orban lavorano insieme per limitare l’immigrazione

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Il 17 e il 18 Giugno scorso una delegazione ecumenica etiope, composta dall’arcivescovo di Addis Abeba, Cardinale Berhaneyesus Demerew Souraphiel, dal direttore generale della società per i bambini e famiglie della chiesa ortodossa etiope Samson Bekele Demissie e dal vicepresidente del sinodo dell’Etiopia centrale della Chiesa evangelica etiope Girma Borishie Bati, si è recata in visita presso Budapest. Ad accogliere i tre leader religiosi sono stati il primo ministro ungherese Viktor Orban e il vice primo ministro Zsolt Semjen. Durante la visita, si è tenuta una conferenza presso l’Università Cattolica “Pazmany Peter” di Budapest, nella quale i tre leader sono intervenuti insieme al Segretario di Stato per l’Aiuto ai Cristiani Perseguitati Tristan Azbej. Si è parlato degli sforzi che il Governo ungherese ha compiuto nei confronti dell’Etiopia e dei cristiani perseguitati in tutto il mondo; di come sia importante per la Chiesa africana aiutare i propri giovani a vivere una vita migliore nella propria terra natia e di come l’Europa non dovrebbe incentivarli ad abbandonarla e a impoverirla; si è parlato anche del crescente fondamentalismo islamico in Etiopia. A concludere la visita sono stati l’incontro con il Cardinale Peter Erdo, primate d’Ungheria e arcivescovo di Esztregom-Budapest e la messa celebrata, con rito etiope, dal Cardinale Souraphiel presso la chiesa greco cattolica di San Floriano a Budapest.

I rapporti tra i due paesi, attualmente, sono molto buoni. Il Governo ungherese di Viktor Orban, tanto discusso e contestato in Europa per le sue politiche di contrasto all’immigrazione, ha in realtà fornito numerosi aiuti sia a favore dei cristiani perseguitati nel mondo, sia nei confronti dei paesi più poveri. Per quanto riguarda l’Etiopia, da qualche anno oramai il Governo ungherese fornisce borse di studio per permettere ai giovani etiopi di studiare in Ungheria e poi contribuire alla costruzione e allo sviluppo del proprio paese. L’Ungheria ha, inoltre, fornito i fondi per la costruzione di un ospedale e di un campo profughi, i cui ospiti vengono sottoposti alle cure delle chiese locali. Questi sono stati alcuni dei tanti successi del cosiddetto Hungarian Helps, un programma di aiuti umanitari che il Governo di Budapest mette a disposizione delle comunità cristiane in tutto il mondo.

Per quanto riguarda una tematica delicata come l’immigrazione, la visione delle Chiese del blocco di Visegrad e delle Chiese africane sembra convergere. Le politiche di contrasto all’immigrazione attuate da Orban sono state appoggiate dalla maggioranza della Chiesa ungherese. Tra i sostenitori del primo ministro magiaro vi è sicuramente monsignor Fulop Kocsis, metropolita della Chiesa greco-cattolica ungherese, che durante un’intervista rilasciata in questi giorni al quotidiano In Terris ha dichiarato “L’Ungheria fa più di tutti gli altri in favore dei cristiani perseguitati, aiutando quei Paesi che stanno perdendo il loro popolo. La linea del nostro presidente è chiara: le popolazioni che soffrono vanno aiutate nei luoghi d’origine, non in Europa. Farlo qui equivarrebbe soltanto ad un tipo di sostegno superficiale. Infatti, accogliere questa gente attirandola in Europa è negativo per loro e per le loro terre di origine. La mia opinione è che dobbiamo aiutarli a casa loro. Per questo motivo il nostro Paese non favorisce l’accoglienza dei migranti, ma preferisce fare tutto il possibile affinché essi possano essere aiutati a casa e vi possano anche fare ritorno. Non è soltanto il punto di vista del governo di Budapest, ma la pensano così anche i superiori di diverse chiese con cui ho parlato in Libano e Siria. E’ loro interesse che tutti questi giovani tornino per ricostruire i loro Paesi e non rimangano in Europa”. Nel corso dell’intervista monsignor Kocsis si è soffermato su uno dei lati peggiori delle migrazioni, ovvero il traffico delle ragazze: “Conosco bene questo fenomeno. La chiesa greco-cattolica ungherese, infatti, contribuisce alle attività di associazioni che aiutano queste ragazze a reinserirsi nella società e nel mondo del lavoro. Un triste fenomeno che, sebbene non sia specifico del nostro tempo perché già diffuso nel passato, è molto sentito anche nel nostro Paese: infatti molte ragazze ungheresi vengono attirate oggigiorno dalla prospettiva di lauti guadagni e lasciano la loro terra per prostituirsi specialmente in Olanda ed in Germania”.

Non solo l’Ungheria, anche la Chiesa polacca, seppur fortemente divisa, appoggia per la maggior parte le politiche di contrasto alle migrazioni operate dal governo di Varsavia. L’ultimo caso eclatante risale al 7 Ottobre 2017, quando 22 vescovi su 42 hanno portato i membri delle rispettive diocesi lungo i 3500 kilometri dei confini del paese: dal fiume Bug e il santuario di Koden ad arrivare al confine con la Bielorussia, arrivando all’aeroporto di Poznan fino a Rosowek, dal confine con la Germania, passando per la foresta di Szklarska Poreba, che si trova a pochi kilometri dal confine con la Repubblica Ceca. Una mobilitazione generale per un’iniziativa che è stata chiamata “Rozaniec do granic” ovvero il “Rosario delle frontiere”. Una manifestazione che, secondo le intenzioni dei suo promotori, è stata “una dichiarazione di guerra contro il Male che oggi mina ai valori fondanti il Vecchio Continente e all’avanzata islamista che porta nemici e terrorismo e rinnega la fede cristiana”, gli organizzatori hanno parlato di questo evento come “una riparazione per le continue minacce di guerra che destabilizzano il mondo e gli atti terroristici che lacerano l’Europa”. Questa mobilitazione ha ricevuto forti critiche da parte dell’opinione pubblica in tutta Europa che l’ha definita come “un’ iniziativa anti-Islam e anti-migranti mossa da un integralismo cattolico, non in linea con il reiterato appello all’accoglienza e alla solidarietà verso il prossimo di Papa Francesco.”

E se la posizione delle Chiese del Gruppo di Visegrad incontrano l’opposizione degli ambienti ecclesiastici più vicini all’attuale pontefice, incontrano invece approvazione da parte della maggior parte delle Chiese africane. “Fanno bene questi paesi a voler mantenere la propria identità. La globalizzazione diventa una prescrizione medica obbligatoria. Il mondo-patria è un continuum liquido, uno spazio senza identità, una terra senza storia”. Ha detto monsignor Robert Sarah, attualmente prefetto della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, a proposito dei provvedimenti adottati dal Gruppo di Visegrad. Il cardinale guineano, ex arcivescovo di Conacry ed ex presidente della Conferenza episcopale della Guinea, nel suo ultimo libro “Le soir approche et déjà le jour baisse” (“La sera si avvicina e il giorno sta cadendo”) uscito in Francia, prende una posizione netta sul tema delle migrazioni “Tutti i migranti che arrivano in Europa vengono stipati, senza lavoro, senza dignità. È questo ciò che vuole la Chiesa? La Chiesa non può collaborare con la nuova forma di schiavismo che è diventata la migrazione di massa”. Rincara poi la dose nelle pagine successive “C’è un grande rischio che corre l’occidente, ossia che esso scompaia, invaso dagli stranieri, come Roma fu invasa dai barbari. Parlo da africano. Il mio paese è in maggioranza musulmano. Credo di sapere di cosa parlo”. Una posizione che va in netto contrasto con quella espressa da Papa Francesco e ciò appare ancora più chiaro quando si parla del Global compact, il documento stipulato dall’Onu per la regolazione dei flussi, sul quale Sarah è fortemente critico “Questo testo ci promette migrazioni sicure, ordinate e regolari. Ho paura che produrrà esattamente il contrario. Perché i popoli degli Stati che hanno firmato il testo non sono stati consultati? Le élite globaliste hanno paura della risposta della democrazia ai flussi migratori. Come mai la Chiesa non si oppone a questo testo?”

Alle parole di Sarah fa eco un documento pubblicato e firmato, in questi giorni, da alcuni vescovi e cardinali africani che sollecita chi vorrebbe imbarcarsi alla volta dell’Europa a non lasciare il continente africano. Il documento è stato firmato da tutti i vescovi di 16 stati africani, che hanno ritenuto di dover intervenire affinché l’Africa non venga svuotata ed impoverita dei suoi giovani più promettenti. Tra le firme più importanti vi è quella del cardinale nigeriano, attuale Arcivescovo di Abuja, monsignor John Onaiyekan che ha tuonato contro i presidenti di quegli stati africani che non sono in grado di garantire un futuro ai propri giovani, invitandoli a dimettersi “Non fate abbastanza per trattenere i giovani nel Paese. Se fossi il presidente di una nazione dove i cittadini vedono un futuro solo nell’emigrazione non esiterei a dimettermi”. Il cardinal Onaiyekan ha anche tuonato contro la mancata gestione dei flussi migratori da parte dei governi italiani, evidenziando come questa sia legata alla crescita del fenomeno della prostituzione da parte di giovani ragazze nigeriane “Quando giro per le strade di Roma, Milano o Napoli e vedo le figlie di questo Paese in vendita sulle strade mi vergogno. Mi fermo e provo anche a salutarle, ma non riusciamo nemmeno a comunicare perché molte sono state portate via dal villaggio senza nemmeno conoscere un’altra lingua. Tutto quello che sanno l’hanno imparato sulla strada in Italia. E di questo non posso che vergognarmi per il mio Paese”.

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