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Il punto sulla Conferenza sul Clima

Se la Cina decide di far saltare il vertice di Copenaghen

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A Copenaghen è la giornata della Cina. Un delegato di Pechino ha fatto sapere di non intravedere alcuna possibilità di raggiungere un accordo operativo sul clima questa settimana. La presidenza danese è stata accusata di voler imporre un testo d'accordo che non rispetta i negoziati degli ultimi anni: "E' un processo non trasparente - ha detto il portavoce Su Wei - non potete metterci davanti a un testo caduto dal cielo".

Non è passato neanche un mese da quando Obama e Hu Jintao, a Pechino, si dichiaravano favorevoli sulla firma di un accordo vincolante per il vertice del clima di Copenaghen. Tra sorrisi e strette di mano, i due leader riconoscevano l’importanza dei loro rispettivi Paesi nella lotta contro il riscaldamento climatico e annunciavano l’avvio di una cooperazione per lo sviluppo delle energie pulite. Dichiarava Obama in conferenza stampa: "senza lo sforzo degli Stati Uniti e della Cina, i più grandi consumatori e produttori di energia, non si possono trovare soluzioni". Ed è proprio questo il timore che sta prendendo corpo nella capitale danese.

Ora che il vertice è in corso, si assiste a un improvviso inasprimento dei toni e sono proprio i due grandi inquinatori a porre più ostacoli al raggiungimento di un’intesa. Per ora, nella classifica dei maggiori inquinatori, la Cina è al primo posto. Per sostenere gli elevati tassi di crescita registrati negli ultimi anni, la Repubblica popolare ha incrementato la combustione di materie fossile del 178 per cento rispetto al 1990. Gli Stati Uniti, al secondo posto della classifica, l'hanno aumentata del per cento. Ma se si comparano le medie pro-capite di emissioni, la situazione è ribaltata: si parla di 25 tonnellate per gli Usa e di 5.8 per la Cina. Nei mesi precedenti il summit di Copenaghen, la Cina ha annunciato di voler diminuire le proprie emissioni del 40 per cento, da qui al 2020, rispetto ai livelli del 1990. Gli Usa parlano di una diminuzione del 4 per cento entro la stessa data.

I due più grandi inquinatori non sono disposti a rivedere al rialzo questi obiettivi. E quanto affermato dai rispettivi rappresentanti alla Conferenza. L’ambasciatore cinese per il clima Yu Qingtai ha dichiarato martedì che la Cina non è disposta a discutere i propri obiettivi in termini di emissioni. A sua volta, l’emissario americano per la Conferenza, Todd Stern ha dichiarato che gli Stati Uniti non intendono rialzare i loro obiettivi di riduzione. Ciascuna delle due potenze si aspetta uno sforzo importante dall'altra parte, ma nessuna delle due è pronta a sostanziali passi avanti.

Gli Stati Uniti, che avevano rigettato il protocollo di Kyoto perché imponeva degli obblighi solo ai Paesi industrializzati, affermano che l’equilibrio degli sforzi è una condizione indispensabile al loro impegno in un nuovo accordo. In una dichiarazione rilasciata all’International Herald Tribune, la segretaria di Stato americana Hillary Clinton sottolinea che la pressione non può essere esercitata esclusivamente sui Paesi industrializzati, affermando che “la realtà è molto semplice: praticamente tutta la crescita delle emissioni nei 20 anni a venire verrà dai Paesi in via di sviluppo. Senza il loro impegno, niente è possibile”. Una posizione confermata da Todd Stern venerdì scorso: “Gli Stati Uniti non firmeranno un accordo senza che i più grandi paesi in via di sviluppo s’implichino e intraprendano delle azioni reali”.  I grandi paesi in via di sviluppo in questione sono Cina, Brasile, Sudafrica e India.

La risposta della Cina, attraverso il vice-ministro degli Esteri He Yafei è stata lapidaria “So che alcuni diranno che è colpa della Cina se non c’è un accordo. E uno stratagemma dei paesi sviluppati. Devono rivedere le proprie posizioni e non usare la Cina come pretesto” . A quanti ipotizzano l’esistenza di un G2 sul clima tra Stati Uniti e Cina, Yafei risponde: “Il G2 non esiste né per il clima, né per altre questioni. E un errore mettere Cina e Usa sullo stesso piano, in quanto gli Usa sono un Paese sviluppato, è sono obbligati a ridurre le loro emissioni, la Cina è un paese in via di sviluppo, la situazione dei due paesi è totalmente differente”. Yafei riafferma ulteriormente il rifiuto della Cina verso qualsiasi tipo di meccanismo internazionale di controllo delle politiche nazionali della Cina, definendola una questione di principio: “Ciò non vuol dire che la Cina non farà ciò che ha promesso, ma che ciò che ci siamo impegnati a fare sarà sottomesso in priorità ai nostri processi legali interni”.

Se non si giungerà ad un accordo entro venerdì, giorno finale della Conferenza, la Cina e gli Stati Uniti dovranno affrontare l'indignazione della comunità internazionale e delle rispettive opinioni pubbliche. Questo comprometterà l’immagine che i due governi stanno cercando di dare dei rispettivi paesi. Il governo cinese, nel 2007 ha lanciato una “svolta verde”, perseguendo un progetto di sviluppo di tecnologie verdi, tra cui sistemi per la cattura del carbonio, che dovrebbero fare della Repubblica popolare un paese innovatore nel settore. La Cina vuole risolvere attraverso l’impiego di tecnologie innovative la questione della riduzione delle emissioni, per non abbassare in nessun caso gli alti tassi di crescita economica.

Obama, dal suo canto, ha fatto dell’ambientalismo uno dei punti fondamentali della sua campagna elettorale. In un sondaggio pubblicato da Usa Today, il 55 per cento degli americani crede che Obama dovrebbe firmare un accordo vincolante a Copenaghen. Secondo Todd Stern, “l’impegno degli Usa a Copenaghen è strettamente legato alla legislazione americana sul clima, attesa nei prossimi mesi, che potrebbe  portare ad un obiettivo di riduzione francamente più elevato”. Gli Stati Uniti “non sono in condizione di promettere ciò che ora non hanno”.

Le dichiarazioni dei rappresentanti americani e cinesi fanno temere un fallimento della Conferenza. Per l’Unione europea, è il ministro dell’ambiente svedese Andreas Carlgren a dare l’allarme: “Ci sono due Paesi che rappresentano la metà delle emissioni di gas nocivi su scala mondiale. Noi siamo sempre in attesa che ci sia da parte loro l’assunzione di un livello di ambizione in termini di riduzione delle emissioni perché senza questo non saremo in grado di mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento delle temperature entro due gradi". Così, mentre la Cina e gli Usa si usano a vicenda come pretesto per non cedere sulle rispettive posizioni, a loro volta, gli altri paesi avanzati, tra cui Unione europea, il Giappone e l’Australia accusano i due grandi inquinatori di boicottare il raggiungimento di un accordo.

 

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