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"Piano B"

Se la diplomazia fallisce, gli Usa sono pronti ad attaccare l’Iran

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Durante un discorso al Consiglio sugli Affari Esteri tenutosi il mese scorso, il Segretario di Stato Hillary Clinton ha dichiarato a proposito dell’Iran: “Non possiamo aver paura o essere riluttanti a prendere l’iniziativa”. Il governo iraniano non ha ancora accettato la mano tesa offertagli dal presidente Obama e anche se Teheran ha spesso accettato il dialogo, il governo americano ha l’obbligo di prepararsi all’eventualità che la diplomazia fallisca. Mentre il dibattito sulle sanzioni economiche è aperto, non possiamo di certo ignorare il ruolo dei militari all’interno di un ipotetico "Piano B".

Il dibattito pubblico è stato spesso manchevole riguardo alle opzioni militari disponibili: ogni volta che queste sono state menzionate si è immediatamente gridato all’allarmismo o sono state addirittura accantonate per il timore di divulgare informazioni segrete. Ma è importante discutere quanto più apertamente possibile, naturalmente rimanendo all’interno dei limiti legali, riguardo a una così importante evenienza. Discuterne rafforza la nostra democrazia ed evita le incomprensioni.

L’esercito, senza sparare un solo colpo, può avere un importante ruolo nel risolvere questa complessa situazione. Il solo dichiarare pubblicamente i preparativi a un’offensiva militare potrebbe in realtà evitarne una, obbligando Tehran a riconsiderare i costi della sua sfida nucleare. Il presidente Obama potrebbe prendere in considerazione, ad esempio, lo schieramento di altri battaglioni militari e dragamine nelle acque dell’Iran, per non parlare della condotta delle esercitazioni con gli alleati.

Se una così forte pressione non riuscisse a influenzare la leadership iraniana, la Marina americana potrebbe dar vita a un blocco dei porti. Il blocco, che è già un atto di guerra a tutti gli effetti, potrebbe efficacemente tagliare le importazioni di benzina dell’Iran, che da sole costituiscono un terzo dei suoi consumi.  Specialmente dopo le proteste riguardo alle ultime elezioni, il governo iraniano è costretto a preoccuparsi delle dislocazioni economiche e dell’impatto politico che queste azioni possono avere.

Queste misure, da sole, forse non riuscirebbero a obbligare Tehran a rivedere il proprio programma nucleare; solo dopo aver portato a termine tutti i tentativi diplomatici ed economici possibili, l’esercito statunitense sarà autorizzato a lanciare un attacco devastante sui siti militari e nucleari dell’Iran.

Molti politici e giornalisti si dichiarano contrari all'opzione militare. Essi sostengono che l’esercito è già stato impiegato a sufficienza, che non abbiamo un’adeguata conoscenza sulla dislocazione dei siti nucleari nascosti e che i siti conosciuti sono troppo protetti. Queste supposizioni sono errate.

Un attacco ai siti nucleari iraniani dovrebbe riguardare soprattutto le forze aeree americane, in primis l’Aviazione e la Marina, che non sono state sfiancate dall’utilizzo in Iraq e Afghanistan. Inoltre la presenza delle forze americane in paesi ai confini con l’Iran offre evidenti vantaggi: le forze speciali e i membri dell’intelligence che già si trovano nella regione potrebbero facilmente proteggere gli elementi chiave della missione o dar vita a operazioni clandestine. Inoltre sarebbe prudente installare impianti di difesa missilistica sul territorio, incoraggiare sia le azioni locali che le alleanze militari ed espandere relazioni strategiche con paesi come Azerbaijan e la Georgia, per far pressione sull’Iran da tutte le direzioni.

Il conflitto potrebbe rivelare siti iraniani in precedenza nascosti e poi immediatamente difesi dalle forze di Tehran. In più le postazioni nucleari costruite sottoterra potrebbero sì sopravvivere ai bombardamenti, ma non le loro entrate ed uscite.

Certo, ci sono enormi rischi nell’intraprendere un’azione militare: vittime tra gli americani e tra gli alleati, lo stringersi degli iraniani attorno a un regime instabile e oppressivo, il rischio di rappresaglie più o meno dirette verso gli Stati Uniti e i loro alleati, l’istigazione iraniana a rivolte in tutte le nazioni del Golfo, specialmente in Iraq.

Inoltre, mentre un bombardamento ben riuscito dovrebbe ostacolare la crescita nucleare iraniana, lo stesso Iran senza dubbio non perderebbe il suo bagaglio di conoscenze sull’energia atomica. In questo modo, dopo l’attacco saranno necessari anni di continua vigilanza, sia per mantenere la possibilità di colpire siti nascosti che per assicurare che Tehran non ridia vita alle proprie aspirazioni nucleari.

Ma i rischi di un’azione militare devono necessariamente esser confrontati con quelli del non far niente. Se il regime di Tehran continua ad avanzare nel proprio progetto nucleare nonostante gli sforzi del presidente Obama e degli altri leader mondiali, rischiamo un dominio iraniano sul petrolio del Golfo , minacce verso gli Stati Uniti e i paesi arabi alleati, il rafforzamento delle fazioni estremiste, una minaccia all’esistenza stessa di Israele, la destabilizzazione dell’Iraq, la fine del processo di pace tra Palestina e Israele e una corsa, da parte di tutti gli stati della regione, agli armamenti nucleari.

Una soluzione pacifica alla minaccia posta dalle ambizioni nucleari dell’Iran sarebbe certamente la migliore scelta possibile. Ma se la diplomazia e le pressioni economiche fallissero, un attacco militare americano contro l’Iran è una possibilità credibile e tecnicamente fattibile.

Il Generale Wald (oggi in pensione) era il comandante dell'aviazione americana durante le fasi iniziali dell’operazione Enduring Freedom in Afghanistan ed è stato vice-comandante dello U.S. European Command. Ha partecipato al Bipartisan Policy Center sulle politiche americane verso l’Iran, il “Meeting the Challenge”.

Tratto da Wall Street Journal

Traduzione di Tommaso Menna

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4 COMMENTS

  1. Israelis desperate to leave country
    Questo è quanto sostiene l’ex ministro degli esteri sionista.
    Ecco come, senza sparare un colpo, si risolveranno diversi nodi nel vicino oriente. Così come una potenza gobale quale l’Urss è sparita senza che fosse sparato un colpo.
    I preparativi di guerra della leadership sionista hanno fatto breccia sull’equilibrio ed il buon senso della popolazione israeliana, che non nutre alcuna voglia di essere presa in ostaggio da quella gang delirante.

  2. Condivido la tesi del
    Condivido la tesi del precedente commento, e aggiungo che ipotizzare un attacco usa all’Iran oggi significa precipitare in un nero futuro senza vie d’uscita.L’Iran ha mezzi superiori a quanto immahginiamo,non tanto da resistere agli usa o a Israele, ma abbastanza per creare danni immensi all’economia e alla sicurezza,per anni a venire.Potrebbero colpire Dimona e avvelenare Israele intero, potrebbero ricorrere al terrore sistematico rendendo insicuro ogni angolo del pianeta,potrebbero colpire per anni le citta’ Israeliane,come ha dimostrato,nel suo piccolo,hezbollah…un disastro all’orizzonte,spero non siano cosi’ scelleratamente aggressivi,perche’ l’Iran,e’ certo,nnon attacchera’ per primo…ma se toccato risponderebbe di certo!

  3. La guerra è totalitaria
    Che l’Iran impiegherà ogni energia disponibile per rendere costosa – e, quindi, non conveniente – l’impresa iraniana è fuor di dubbio, anzi è nella natura stessa della guerra.
    Ma non almanaccherei tanto su quali potrebbero, nel concreto, essere le reazioni. Mi limiterei a solo due, che per essere quasi senza costi, né rischi per l’Iran si candidano autorevolmente le più probabili.
    La prima reazione, constatata la necessità di continuare il programma nucleare civile e pacifico inderogabilmente in luoghi segreti, sarà quella di cessare del tutto controlli ed ispezioni IAEA sulle attività nucleari iraniane. Eventualmente pure con la denuncia dell’adesione al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.
    La seconda reazione sarà quella di bloccare ogni transito attraverso gli stretti di Hormuz. Poiché attraverso tali stretti transita attorno al 40% del consumo mondiale del petrolio, se il blocco fosse più verosimilmente per mesi che per giorni il colpo all’economia mondiale ed alle sue ventilate possibilità di riprendersi dalla crisi sarebbe esiziale. Non per tutti in maniera uguale, però. La Russia, al contrario, ne avrebbe dei vantaggi, così come l’Arabia Saudita e gli altri che forniscono il restante 60% del petrolio consumato. Tra questi il Venezuela di Hugo Chavez, anche se mettesse in atto l’annunciato blocco delle esportazioni di idrocarburi verso gli USA in caso di aggressione all’Iran. Le raffinerie venezuelane sono le foritrici quasi esclusive della benzina che si consuma nei popolosi Stati della costa est degli USA. In caso di embargo non avrebbero alcuna difficoltà a piazzare il distillato in Europa.
    Ma il peggior danno che gli USA avrebbero dal blocco degli sretti di Hormuz sarebbe nel vigoroso recupero sulla scena mondiale della Russia. Una Russia con enormi rendite da idrocarburi in un momdo occidentale, USA, Giappone, Europa in recessione sarebbe più amaro da dover sopportare per gli USA che non un Iran dotato di infrastrutture e tecnologia nucleare.
    Per Israele, invece, un Iran fuori dai controlli dell’IAEA significherebbe il crollo del sogno sionista. La diaspora spontanea degli israliani diverrebbe inarrestabile.

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