L'analisi

Se le sardine mangiano se stesse

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Il nulla elevato al niente. Se dovessimo rappresentare la sostanza politica, cioè come fenomeno reale in grado di influenzare i luoghi del potere decisionale istituzionale, questa espressione sarebbe probabilmente la più appropriata per un movimento nato per rivoluzionare la politica. Avevano iniziato il 15 novembre, si erano stupiti dell’enorme successo, e avevano fissato il 14 dicembre come data culmine per presentarsi a Roma, in Piazza San Giovanni, e dimostrare tutta la loro carica rinnovatrice della politica. Poi hanno esposto i loro 6 punti programmatici.

Dall’alto del palco allestito, non si sa con quali fondi, Mattia Santori prende il silenzio ed enuncia i punti programmatici delle sardine, una sorta di rivelazione degli intenti che dovevano compiere quello che avevano iniziato, in piazza Maggiore a Bologna. Carichi di aspettative verso chi contesta il populismo e la superficialità dei politici, ascoltiamo questo brevissimo elenco di ciò che dicono di pretendere:

1. “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente”.

2. “Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali”.

3. “Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network“.

E già i primi tre punti si possono riassumere nella “malvagità” incarnata dal nemico italiano: Matteo Salvini. Senza nemmeno sforzarsi troppo di nascondere un intento ad personam, dedicano metà del programma a ricordarci gli stereotipi sentiti per i 14 mesi del governo gialloverde sull’attività dell’allora Ministro dell’Interno. Chiaramente il popolo in piazza era il primo a ripeterle ossessivamente, quindi applaudiva e gridava. Applaudiva a se stesso.

E poi ancora, il quarto punto sembra più interessante:

4. “Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità”.

A volte ritornano. Era da un po’ che non si sentiva parlare di fake news, ma le sardine ci ricordano in maniera sibillina del grande mito dell’informazione di sistema, per cui tutto ciò che non sia approvato dei ceti progressisti è, automaticamente, un’informazione fabbricata dagli hacker russi. Anche questa è una manifestazione di quella totale carenza di pluralismo di cui si impernia una opposizione che pretende (dicono loro) non di offrire visioni e soluzioni alternative, ma di rimuovere tutte le altre per imporre la propria.

5. “Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica”.

Questo è sicuramente il punto più divertente ed insieme preoccupante, perché scritto da loro, ma sembra scritto per loro. Accusano di linguaggio d’odio, e non si rendono conto che in quella piazza, nelle reti su internet, ovunque, in nome delle buone intenzioni, del politicamente corretto, della società aperta e inclusiva e qualsiasi altra utopia, loro stessi pretendono di determinare cosa sia morale, cosa sia buono e cattivo, quale sia l’odio. È l’unica via per giustificare se stessi ed auto-assolversi.

6. “Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza e, per questo, di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti”.

Infine l’unica proposta vagamente tecnico-politica. Rivedere un decreto ministeriale. Sicuramente legittima, ma come legittima deve essere la richiesta di una parte del ceto elettorale di pretendere che i ministri esercitino la loro funzione di difesa dell’interesse nazionale, diano concretezza alla sovranità nazionale. Quello che manca in effetti è la definizione del loro concetto di sicurezza. Quale sarebbe l’idea di sicurezza che loro vorrebbero portare? Così posta la risposta sembra solo una: gli italiani si spaventano senza motivo.

Abbiamo visto che manca qualsiasi progetto politico, oltre che qualsiasi base culturale politica. Insomma, la piazza si riempie di nulla. Una piazza piena di persone che avevano voglia, giustamente e legittimamente, di uscire e manifestare un loro dissenso, ma che non hanno basi per esprimere. Oppure che hanno, ma non si rendono conto di fuoriuscire dalle regole del gioco.

Perché lo abbiamo già detto più volte che manifestare contro l’opposizione è estremamente singolare oltre che suscitare preoccupanti somiglianze con regimi dispotici e totalitari. Abbiamo già più volte sottolineato che, per quanto Mattia Santori si ostini a negarlo, il loro Manifesto di novembre sostiene che “grazie ai nostri padri e nonni avete il diritto di parola, ma non avete il diritto di avere qualcuno che vi stia ad ascoltare”. Una frase che, oltre che logicamente paradossale, manifesta quella prepotenza ideologica e di dubbio pluralismo democratico che mai nessuna destra italiana (dalla moderata democristiana alla più estrema missina) aveva manifestato né concepito.

L’unica giustificazione di tutto ciò è che stanno perdendo. La realtà è contro di loro, la loro visione del mondo si infrange a ogni elezione e non vogliono più stare al gioco, quindi le loro pretese, sembrano avere come vero scopo, cambiare le regole per vincere loro. Non si sono accorti di aver saldato una frattura ancestrale della destra: nasceva per rappresentare gli interessi delle alte classi, conservatrici, oggi sembra essere in grado di raccogliere anche e soprattutto quelli delle periferie. Mentre la sinistra si arrocca nelle sue utopie progressiste autoreferenziali, e ogni elezione è una palla di cannone contro le mura dei centri storici, dove il semicolto medio può auto elogiare la propria superiorità morale. Come disse qualcuno tanto tempo fa se “l’amore vince sempre sull’invidia e sull’odio”.

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