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Colonizzazione made in China

Se l’Occidente non si sveglia in Africa si parlerà il mandarino

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12 gennaio 2006: data della pubblicazione da parte del Governo cinese del documento intitolato “La politica della Cina in Africa”. Motivo della promulgazione del documento: la commemorazione del 50° anniversario dell’inizio ufficiale delle relazioni diplomatiche tra la Cina ed i Paesi Africani. Intento del documento: presentare al mondo gli obiettivi della politica cinese in Africa, i mezzi per raggiungerli e le proposte di cooperazione in vari campi. 

Sorge spontanea una domanda: ma noi, occidentali, ci eravamo resi conto che la Cina aveva attuato in Africa una politica molto – diciamo così – dinamica? Non abbiamo forse peccato di “ingenuità” o meglio di vera e propria “disattenzione”? Qualcuno potrebbe obiettare: cosa c’è di male in questo presunto dinamismo, parallelo alla nostra mancanza completa di interesse economico? Non va tutto a favore dell’economia dei paesi del cosiddetto. Continente Nero? 

Facciamo un passo indietro e tentiamo di ricercare le vere ragioni che hanno spinto Pechino a stringere accordi commerciali con una quarantina di Paesi africani, a costruire infrastrutture, ad inviare medici e tecnici, ad investire miliardi di dollari spesso in progetti considerati infruttuosi da statunitensi, francesi e belgi… ad una rigida condizione: che non riconoscano Taiwan. (E’ notizia di questi giorni che, dopo 10 anni, riaprono i colloqui diretti tra Taipei e Pechino… staremo a vedere.) 

La Cina ha iniziato la sua penetrazione in Africa circa 10 anni fa, a metà degli anni ‘90, attratta soprattutto dalle ricchezze naturali del Continente, in primis il petrolio ed il gas, senza tralasciare il carbone, il rame, il cobalto e l’oro (tutte risorse di cui ha bisogno per la crescente supremazia economica mondiale). Dal canto suo, l’Africa si pone come interlocutore ideale per soddisfare le necessità primarie della grande crescita economica cinese se consideriamo che i manufatti cinesi, di poco prezzo e buona tecnologia, penetrano facilmente nei mercati africani sbaragliando la concorrenza. 

Ad un saccheggio delle risorse naturali pregiate dell’Africa, a costo zero, e ad un uso e servizio della ricerca scientifica e della produzione cinese, fa riscontro il fatto che la Cina è il principale consumatore di prodotti africani e sembra che la stessa popolazione del Continente nero consideri l’invasione come una opportunità di sviluppo. Non sembra avere rilevanza il fatto che immense navi trasportino straordinarie quantità di legno pregiato dall’Africa alla Cina, senza che i cinesi abbiano pagato un centesimo per gli alberi tagliati, e ancora, pelli di animali, piante rare e metalli…un gigantesco trasloco di risorse che sta impoverendo l’Africa e sta avvenendo nel quasi completo silenzio della comunità internazionale. 

Questa politica ripaga oggi con lauti compensi e l’Africa è abitata da operai, tecnici, manager, investitori cinesi…. I successi della politica africana di Pechino sono chiari: la generale percezione della Cina come partner “benigno” in Africa; la diffusione della cultura cinese; la legittimazione internazionale delle èlites di Pechino; l’isolamento di Taiwan; l’accesso alle risorse da parte della Cina; la diffusione del suo modello di sviluppo; l’utilizzo dei peace-keepers cinesi nel quadro dell’ONU. 

Ci potremmo allora domandare: cosa hanno i cinesi più di noi occidentali? Perché il loro approccio è vincente? I fatti ci offrono una sicura risposta: loro, i cinesi, si presentano come “partner commerciali” alla pari, e, soprattutto, politici; noi, gli occidentali, siamo sempre i “colonizzatori” e questa etichetta ci rimane appiccicata addosso, nel bene e nel male…

Se i Paesi occidentali, rispetto all’Africa, hanno motivi per provare sensi di rimorso (pensiamo ai danni provocati dall’agire di prestigiose istituzioni internazionali in stretta collaborazione con le maggiori multinazionali del mondo…), i cinesi non vanno neanche loro per il sottile, e non fanno distinguo tra i vari tipi di interlocutori. Si sa, l’Africa è una polveriera…vi possiamo trovare despoti sanguinari e corrotti e presidenti eletti in modo non propriamente definibile “democratico”… paesi verso i quali la Comunità Internazionale non dimostra gradimento. 

Andiamo agli esempi: Sudan, Angola e Congo sono i fornitori dai quali la Cina importa la maggior parte del petrolio africano. Ma tutti sappiamo che in Sudan vengono violati i diritto umani, il livello di corruzione, al termine di guerre rovinose, ha superato i limiti – se mai ce ne fossero – di tollerabilità… La Cina si è inserita in Angola e in Sierra Leone, paesi condannati dalla comunità internazionale per corruzione. L’Angola è il secondo produttore di petrolio africano (dietro la Nigeria) e si sta riprendendo da una guerra civile durata circa 30 anni… Orbene, il forte indebitamento del paese e la totale mancanza di trasparenza a copertura di un sistema altamente corrotto fanno sì che l’Angola non possa accedere all’assistenza del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale; interviene allora la Cina a concedere al governo di Luanda una linea di credito di più di 2 miliardi di dollari, ripagata con forniture di petrolio che coprono il 15% del fabbisogno giornaliero cinese.

La Cina ha ottenuto le concessioni petrolifere in Sudan nonostante le sanzioni ONU e approfittando del fatto che le compagnie occidentali non potevano partecipare agli appalti. Con l’escalation della guerra in Darfur, nel 2004, gli Stati Uniti avevano proposto al Consiglio di Sicurezza di adottare sanzioni economiche contro il Sudan: embargo sul settore petrolifero, su quello degli armamenti e misure finanziarie mirate contro i principali esponenti del Governo. Ma l’adozione di qualsiasi sanzione è stata bloccata dalla minaccia di veto della Cina, che ha difeso a spada tratta quello che allora era il suo principale fornitore di greggio in Africa. Il governo sudanese, forte di una copertura solida, non ha rispettato la risoluzione ONU che imponeva di riportare l’ordine in Darfur entro 30 giorni pena ulteriori sanzioni, e nulla è successo… ogni velata minaccia sanzionatoria è stata sacrificata sull’altare degli equilibri diplomatici in seno all’ONU, sempre per la strenua opposizione della Cina. 

E’ sempre la Cina il principale alleato dello Zimbabwe… altro paese condannato dalla comunità internazionale, sottoposto a sanzioni ONU che la Cina ha violato concludendo accordi e firmando numerosi contratti con il governo di Mugabe, reo di ripetute frodi elettorali e di violenze usate per espropriare i “settlers” bianchi. In cambio di concessioni minerarie, Mugabe ha ottenuto prestiti e accordi commerciali, una iniezione vitale per una  economia  ridotta  ai  minimi termini di un paese privato da anni degli aiuti economici occidentali e dell’assistenza finanziaria del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale. Se pensiamo che nel 2006 il ministero dell’Istruzione ha annunciato che il cinese diventerà materia di studio in tutte le università dello Zimbabwe, per favorire il turismo e gli scambi commerciali con Pechino, ci rendiamo conto del legame forte che il Governo cinese è in grado di mantenere con questi paesi. 

E non sono mancate violenze tra lavoratori cinesi e abitanti locali, come non sono mancate in Sudan, dove la popolazione  si è vista proibire l’accesso ai pozzi in concomitanza della presenza di lavoratori cinesi assunti per la durata del progetto della costruzione della diga Merowe-Hamadab… Ancora: pur non avendo dichiarato alcuna vendita d’armi al registro ONU dal 1996, la Cina è il quinto fornitore d’armi mondiale e suoi affezionati clienti sono, ad esempio, Etiopia ed Eritrea, Zimbabwe e Sudan, come pure Namibia e Sierra Leone, Angola, Nigeria, Mali, Costa d’Avorio. 

Insomma, non c’è grande differenza tra la presenza del governo cinese in Africa e quella delle potenze occidentali: lo sfruttamento delle materie prime africane è sempre stato il motivo principale della conquista coloniale dei secoli scorsi, e la Cina si è adeguata a questo modello, agendo però in una situazione mondiale molto diversa. Se, infatti, l’Occidente  (governi e multinazionali) ha dovuto rendere conto all’opinione pubblica e alle ONG, che lo hanno costretto a limitare i danni ecologici e soprattutto a rispettare i diritti umani dei cittadini dei paesi nei quali agivano, il governo cinese non si pone affatto queste problematiche… come potrebbe, infatti, rispettare all’esterno valori che non permette di vivere al suo interno? Come può un cittadino cinese contestare le scelte del proprio governo se è lui stesso privo di libertà di stampa e di espressione? E’ indubbio che la Cina considera ancora, come nel periodo maoista, la politica estera come strumento della politica interna, e afferma in un trattato internazionale e negli accordi con i Paesi africani la “sua” definizione dei diritti umani. 

Politicamente importante, poi, per conquistarsi l’alleanza dei Governi africani, è la decisione di annullare tutto o parte del debito di 31 paesi sui 47  con  cui  la  Cina  ha  relazioni  diplomatiche  (1,3  miliardi  di   dollari, ampiamente compensabili con l’aumento del commercio estero) e l’abolizione delle tasse all’importazione accordata a 28 paesi per ben 190 articoli africani da esportare in Cina. 

Ci domandiamo ancora, a questo punto, perché la Cina è diventata in breve il terzo partner commerciale dell’Africa dopo Stati Uniti e Francia? Che si tratti o meno di “colonialismo cinese”, un merito, però, lo dobbiamo riconoscere a questo fenomeno: quello di aver fatto riaccendere i riflettori sull’Africa, sul suo sviluppo economico e sul suo peso politico dopo tanti anni di oblio.  Lo  straripante potenziale commerciale della Cina, in quanto rivolto ad investimenti e commercio d’armi con paesi che non rispettano i diritti dell’uomo, è stato analizzato nel secondo vertice dei 27 membri dell’Unione Europea e i 53 presidenti dell’Africa svoltosi nel dicembre 2006 a Lisbona. E più recentemente (aprile 2008) se ne è dibattuto nell’aula di Strasburgo, dove la presenza cinese in Africa è stata definita una presenza commerciale a volte senza scrupoli, che non esige il vincolo del “do ut des” in tema di rispetto dei principi democratici, dei diritti umani e della lotta alla corruzione. 

Non mancano i limiti che giustificano le preoccupazioni della comunità internazionale: l’indebolimento dell’autogoverno dei paesi africani delegato dalle èlites locali e cinesi; la facilità nel ricorrere al debito internazionale a discapito dell’autosufficienza; una eccessiva influenza cinese sul processo politico decisionale di alcuni paesi; un aumento del debito con la Cina che si aggiunge a quello con altri paesi del mondo; la tendenza delle   aziende  cinesi  a  favorire   il  lavoro a basso costo e non qualificato, in un’ottica oltretutto di grande disattenzione per le problematiche ambientale. Queste ed altre ragioni hanno indotto l’eurodeputato portoghese Ana Maria Gomez, ad esprimere la preoccupazione per la  pericolosità di tale politica commerciale e per le sue conseguenze negative non solo in aree di conflitto (come il Darfur), ma anche quando si costruiscono, ad esempio, poli industriali tessili e si mantengono in vita èlite autoritarie e corrotte. Ma la sua conclusione: “Noi  europei  non  possiamo  comunque  erigerci a giudici, quando anche il nostro impegno con l’Africa è lungi dall’essere realizzato”; si pone come un forte richiamo ad una coscienza occidentale che sembra ormai assopita.

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