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L'uovo di giornata

Se l’opposizione al gender arriva da chi non te l’aspetti…

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Circola prepotentemente sui social una campagna di sensibilizzazione di ArciLesbica Nazionale a promozione dell’iniziativa https://womendeclaration.com/ dell’attivista femminista lesbica, studiosa britannica, Sheila Jeffreys, coautrice, appunto, della  Declaration on Women’s Sex Based Rights. Campagna di una certa efficacia comunicativa dal punto di vista anche della provocazione, gli slogan stanno infatti attraversando anche le pagine social dei più giovani, tanto da avermene anticipati i contenuti sorprendentemente i miei figli adolescenti.

La campagna presenta una serie di cartelli in strenue opposizione allo storico “ruolo di assenso alla sottomissione e al farsi da parte delle donne per il bene degli altri” nella forma, però, in questo caso, dell’essere corpi disponibili; di definire libertà introdurre la donna nel mercato del sesso, aderendo così allo stereotipo delle “puttane felici” o affittando – altruiste e solidali – la capacità di mettere al mondo; e, infine, nella forma dell’imposizione dell’accoglienza negli storici spazi del femminile – conquiste di decenni di lotte – chiunque si dichiari semplicemente donna.

Da questo preambolo una serie di chiare, nette e precise enunciazioni che vale la pena riportare: rifiutiamo la sostituzione della categoria di sesso con quella di identità di genere; le categorie di donna, di lesbica e di madre si basano sulla differenza sessuale;  affermiamo che la sostituzione del concetto di identità di genereconduce a raccolte dati scorrette e fuorvianti sulle donne in tema di violenza, accesso al lavoro, parità di stipendio, partecipazione politica, accesso ai fondi statali e ostacola lo sviluppo di leggi e strategie efficaci per il progresso delle donne nella società;  riaffermiamo il diritto delle donne e delle lesbiche a definirsi e a riunirsi in base al sesso e non all’identità di genere; ribadiamo che se altri soggetti vengono ammessi alle misure volte ad ampliare la partecipazione delle donne alla vita pubblica, l’obiettivo di raggiungere una piena uguaglianza per le donne risulta indebolito; denunciamo che le organizzazioni che negano il diritto delle donne a definirsi e a riunirsi sulla base del sesso chiedono sanzioni, punizioni e licenziamenti per obbligare a identificate le persone sulla base della identità di genere invece che del sesso.

Leggo poi, inoltre, in questi minuti, mentre scrivo, sulla pagina Facebook di Arcilesbicala denuncia verso l’ondata di attacchi e accuse di transfobia in corso sui social proprio in occasione dell’organizzazione del webinar di lancio della Declarationprevista per il 31 maggio prossimo, si segnalano aggressioni verbali, minacce sessiste o di “stupro punitivo” da parte degli haters.

Questa la doverosa cronaca. Ora l’analisi.

Per alcuni dei punti della protesta, non marginali ma certamente non centrali per il nodo caldo del tema che emerge, tra cui quello del fronte della legalizzazione della prostituzione da parte di circuiti femministi radicali, ricordo ad inquadramento due eventi emblematici: l’iniziativa della Casa Internazionale delle Donne di Roma dal titolo SexWork is work tesa al riconoscimento dell’inclusione di tutte le differenze, compresa la necessità di individuazione come realtà sociale quella che legittima la prostituzione una scelta di sexworker. La prostituzione, insomma, come una forma di femminismo. Nello stesso periodo, tuttavia, Rachel Moran, giornalista, attivista femminista, autrice del libro Stupro a pagamento, veniva silenziata in visita, sempre a Roma, dal collettivo delle pasionarie femministe Ombre Rosse (LGBTI, transfemministe queer e non binarie), che si definiscono femministe sex positive, sempre schierate per l’autodeterminazione. Rachel, ex prostituta dal passato violento e sofferente (figlia di un padre bipolare e di una madre schizofrenica, a 14 anni già costretta a vendersi), racconta con dettaglio la profonda violazione del corpo femminile e la sudditanza psichica che conduce sulla strada, denunciando con forza la non ammissibilità della mercificazione del corpo come scelta libera e consapevole. Sopravvissuta alla prostituzione viene violentemente attaccata e accusata di essere una Swerf (Sex Worker Excludent Radical Feminist), un’illiberale del femminismo, tecnicamente una femminista abolizionista. Questo agli atti per tenere a mente che la questione in causa è molto larga ed ha una storia già significativa.

Ma il punto caldo dell’iniziativa rimane e si accentua nel nodo concettuale dell’identità di genere. Espressione tipica dell’incarnazione dell’antilingua negatrice e sovvertitrice della realtà. Fino al paradosso espresso nelle precisazioni avanzate in questa protesta che tuttavia come donne, su ogni fronte del pensiero, non solo ci sollevano e ci rincuorano, ma ci rafforzanonella battaglia che è per lo più comune.

A tal proposito, un passo indietro.

Nel 1975 usciva il romanzo autobiografico di Marie Cardinal, filosofa e giornalista, Le parole per dirlo. Manifesto di una corrente del femminismo di matrice socialista affiliato alle scuole psicanalitiche, il libro racconta la storia di Marie, giovane donna segnata dal dolore, il cui sintomo sono continue e inarrestabili emorragie – come non evocare l’episodio evangelico dell’emorroissa! – malattia che la donna chiama “la cosa” perché incapace di scorgerne il senso. Questa ricerca di senso, attraverso la terapia, poi, le permetterà di comprendere l’importanza di trovare “le parole per dirlo” e solo quando le troverà, alla fine, potrà riconoscere i tratti della sua angoscia e dare un nome alla sua sofferenza. “La cosa”, nome comune e termine grammaticale che si riferisce ad una realtà indefinita ed indeterminata, fonte di paura – non dimentichiamone la versione horror cinematografica nel film IT – esprime nel linguaggio umano la rappresentazione simbolica di una mancata identificazione, di una sconosciuta essenza che deve esser chiamata per poter essere riconosciuta. E solo allora Marie guarirà.

“I ragazzi più violenti – sostiene l’avvocato e scrittore Carofiglio – non sanno nominare le proprie emozioni, quando manca la capacità di nominare le cose e le emozioni, manca un meccanismo fondamentale di controllo sulla realtà e su se stessi”. Ivan Il’ic, nell’intramontabile racconto di Tolstoj, “stava morendo ed era in stato di disperazione continua”, in fondo la sua anima lo afferrava, ma non riusciva a dirselo, la parola morte non lo riguardava. Questa idea, questo pensiero Ivan non lo capiva proprio. “L’esempio di sillogismo che aveva studiato nella logica di Kizeveter – Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, quindi anche Caio è mortale – gli era sempre parso giusto, ma solo in relazione a Caio, non a se stesso. Un conto era Caio, l’uomo in generale, e allora quel sillogismo era perfettamente giusto; un conto era lui, che non era Caio, che non era un uomo in generale, ma un essere particolarissimo, completamente diverso da tutti gli altri; […] certamente Caio era mortale ed era giusto che morisse, ma non lui, il piccolo Vania, divenuto Ivan Il’ic, con tutti i suoi sentimenti e pensieri”.

Il linguaggio è portatore di verità perché la realtà con le sue leggi e il suo ordine è oggetto di intellegibilità: l’uomo legge la realtà che è scritta in un linguaggio, in una “grammatica naturale” – Galilei vi riconobbe quello matematico – e attraverso la parola, passando per il concetto, la realtà gli si fa presente. L’analisi e il significato del linguaggio è sempre un tema cruciale per capire la specificità umana. L’uomo parla, esprime cioè il suo pensiero mediante la parola e in tal modo lo comunica agli altri. Il parlare appartiene alla natura dell’uomo, è atto propriamente umano e un filo rosso lega essere, pensiero e linguaggio. Alla base del linguaggio ideologico, di cui Orwell è stato profondo conoscitore, sta proprio la negazione del legame effettivo con l’oggettività del reale. È un linguaggio che si definisce performativo, cioè segue una performance, una sorta di rappresentazione teatrale, di gioco delle parole e della distorsione dei significati e delle etimologie. È così che secondo J. Butler, musa del femminismo radicale di matrice decostruzionista, noi dobbiamo entrare nelle scuole e cambiare la realtà. Ricordo che il linguaggio performativo è quello di tutte le propagande di stampo dittatoriale. L’intrico linguistico è da sempre forma della propaganda, non solo autoritaria, come vediamo anche nei contesti liberali e democratici.

Cosa succede nel momento in cui una parola abilmente costruita ai fini di ottenere un risultato biopolitco, cioè come arma di distrazione di massa, snatura, tradisce, viola l’essenza stessa dell’umano? Dal punto di vista dell’antilingua il concetto di identità di genere trasforma la realtà non più da interpretare, ma liberamente interpretabile, decostruendo ciò che non potrebbe essere decostruito poiché ciò che è è creato – è dato – e non costruito. La sessualità è qualcosa che si è, non qualcosa che semplicemente si fa. Identità di genere è una manipolazione verbale che falsa la conoscenza e frammenta l’identità sessuale – che invece è un processo lineare, interconnesso, progressivo e a caduta – separandola in sezioni e invertendone il corso: indipendentemente dal sesso biologico, dal mio corpo, io posso non necessariamente corrispondervi, e privilegiare o scegliere la percezione che ho dello stesso in autonomia da quello. Un binario indifferente quello tra maschile e femminile, un legame ininfluente quello tra maschile e femminile e fisiologia del corpo.

Una separazione come questa, teorica, risulta inevitabilmente come una contraddizione, pratica. Mi identifico (identità) col mio genere, categoria prima grammaticale, poi concettuale e infine con l’approdo dello slang gender, culturale e sociale – ed è qui che assume i tratti della biopolitica – e nego il sex, il sesso, o lo contrappongo ad esso, ritenendolo insignificante per la mia identità. Il passaggio terminologico sesso, genere, gender, espressione dello slittamento tipico dei meccanismi dell’antilingua, diviene scelta teorica, filosofica e ideologica volta a negare la differenza uomo/donna. L’eufemismo, la cosmesi linguistica sposta tutto sul piano “simbolico”, dal piano della verità a quello del significato.

Perché era necessaria questa modifica? Direi che per rispondere possiamo dare la parola a Orwell nell’intento di spiegare i principi cardini della neolingua: “la difficoltà incontrata dai grandi redattori del Dizionario della Neolingua non consisteva tanto nell’inventare nuove parole, ma nel rendere cristallino – una volta che le avessero inventate – il loro significato, vale a dire rendere chiaro quali fossero quelle parole che le parole nuove andavano a cancellare”.

Cosa rivendica Arcilesbica? Tornare al piano della verità. Alla differenza uomo/donna. Madri, donne, lesbiche sono donne per sesso, chi non lo è per sesso non può dunque definirsi tale. Ogni rivendicazione di genere è sopruso perché è confusione, contraddizione e rischio di abuso. Sesso è parola investita in somma misura di significato, identità di genere, invece, è linguaggio costruito per avere molti significati, il maggior numero: motivo per cui entro di essa non solo si aprono infinte possibilità ma perdono significanza tutte le altre in un indistinto che non rispetta più nessuno. Sesso significa per sé e in un secondo momento suscita significati: madre, donna, lesbica. Identità di genere significa per altro e diviene una piattaforma di proiezione di infinite possibilità, tra cui quella di essere donna solo per il fatto di ritenersi, credersi, percepirsi, volersi tale. Anche la compravendita dell’utero diviene, ad esempio, in questo senso accettabile, perché è uso del corpo, ormai irrilevante, che si concede al servizio della pretesa di sentirmi in qualche modo madre/padre, anche senza l’utero. Ma sono donna e madre e lesbica perché ho l’utero, condizione necessaria e non sufficiente, ma necessaria e non separabile.

Ogni separazione è una contraddizione, dividere l’uomo è come dividere un mondo. Ogni regno diviso in se stesso va inevitabilmente in rovina.

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1 COMMENT

  1. Per la logica, non può assolutamente sussistere violenza se esiste consensualità ed anche guadagno in merito al Sex Working. Difatti, posso dire d’aver conosciuto diverse donne, che sono tornate in via definitiva al mestiere di meretrice, come madre e figlia, prostitute consapevoli, le quali sfasciavano di continuo le rispettive autovetture di grossa cilindrata.

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