Se Scalfari canta la Messa
14 Gennaio 2008
di Redazione
Al fondatore di Repubblica, direttore di lungo corso,
pensoso e prolifico editorialista domenicale, il fitto dialogo con Io e con Dio
non sembra bastare a chiarirgli le idee. Il suo ultimo editoriale, “Una Chiesa che scambia il sacro
col profano” non è certo la prova di un’intelligenza che si apre alla sfida di
idee nuove e incalzanti ma mostra semmai il vicolo cieco di un’ostinazione
senza scampo.
Balza intanto agli occhi un giudizio sull’attuale Papa che
da solo basterebbe a rendere superflua la lettura della lenzuolata scalfariana.
Perché se si comincia col leggere che Joseph Ratzinger è un pontefice “dalla
palese inconsistenza politica e culturale”, si perde subito la voglia si
ingaggiare qualsiasi tenzone con l’articolista a cui mancano i presupposti
della buona fede.
Ma se ci si sforza a proseguire la lettura nonostante queste
premesse si scopre quale sarebbe la terribile colpa di Benedetto XVI e di tutta
la Chiesa: “non riescono ad entrare in sintonia con la cultura moderna e con la
moderna società.”
Verrebbe da dire “grazie a Dio” ma ovviamente non basta. Il
punto è centrale nel ragionamento di Scalfari e in quello di tanti laici-laici
(come lui si picca di chiamarli). Nella visione scalfariana la chiesa somiglia
molto a una agenzia culturale tra le tante dedita ad aggiornare i suoi criteri
e i suoi programmi all’aria che tira. La sua colpa sarebbe quella di essere in
affanno rispetto alla modernità, che per suo conto svetta e rifulge trascinando
i suoi veri seguaci verso un futuro di bellezza e di armonia.
La Chiesa invece non vede il rifulgere di quella luce, si
attarda nelle melme del passato e guarda allo splendore dell’oggi solo per
infliggere punizioni e ricatti.
Di cosa sia fatto l’eden della modernità che sfugge al Papa e alla Chiesa, Scalfari non lo dice:
forse è un suo personale paradiso, una visione del modo fatta di tutti lettori
di Repubblica, unici depositari del Bello e del Vero. Basterebbe invece anche
solo sfogliare la Repubblica di ogni giorno per vedere quanti inferni siano in
agguato in quella modernità di cui Scalfari si è fatto adoratore.
Così se Benedetto XVI guarda a Roma e gli si stringe il
cuore per il degrado in cui versa la capitale della cristianità, si tratta di
una “gaffe”, frutto di quella mancata “sintonia” e magari di qualche bega di
Curia.
Così, sempre secondo Scalfari, ha fatto bene Veltroni,
tornato per l’occasione ad essere il fiero Vate della modernità “repubblicana%E2
