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L'uovo di giornata

Sempre meglio Curzi che Luxuria

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Checché ne pensi Sergio Luzzatto, Giampaolo Pansa è uno storico di razza e un grandissimo giornalista. Nell’Italia conformista del buonismo ipocrita e corruttore, naviga sempre controcorrente, sia quando critica Giannelli che sul ‘Corriere’ fa ormai di Berlusconi l’unico soggetto delle sue vignette sia quando invita Villari a non dimettersi dalla Commissione di Vigilanza.

La morte di Sandro Curzi non poteva non ridestare lo spiritaccio che è in lui, inducendolo a cantare, ancora una volta, fuori dal coro. Lo ha fatto con cattiveria ma sulla base di testimonianze incontestabili. Nell’articolo “Quello che io ricordo di Sandro Curzi”, colpisce non poco il titolo che, nel 2003, l’allora direttore di ‘Liberazione’, scelse per presentare ai suoi lettori ‘Il sangue dei vinti’: "Libro vergognoso di un voltagabbana". Una vera e propria persecuzione in stile stalinista accompagnata da altri, inqualificabili, episodi di linciaggio. “Non passa giorno senza che qualche fascista sdoganato o qualche ex comunista passato a Berlusconi non si riempia la bocca con i gulag e le foibe”, scriveva Curzi rammaricato per aver pensato a torto che si fosse “raggiunto il fondo con la cinica operazione editoriale di Pansa”.

Non c’è che dire, Pansa ha ragione da vendere nel suo rifiuto del “parce sepulto” e nel fastidio per i tanti encomi tributati a Curzi, a destra e a sinistra. E’ un fastidio che avevo provato anch’io dinanzi ai monumenti oratori alla memoria di Enzo Biagi, un giornalista che nascondeva risentimenti e faziosità dietro una falsa bonomia emiliana - un’arte trasmessa poi a Edmondo Berselli. E tuttavia, nel caso di Curzi, pur comprendendo la spietatezza di Pansa, sarei portato a una maggiore indulgenza. L’uomo era stalinista e vendicativo ma c’era in lui qualcosa di antico e, in qualche modo di rassicurante, un’aria di famiglia, di zio stizzoso e intollerante ma ancora “uno di noi”.

Veniva a volte il sospetto che il suo comunismo, tenace e ottuso, nascesse da un cuore antico, fosse la serra autoritaria volta a preservare costumi, stili di vita, trattorie - e persino le bocciofile e la ‘festa de noantri’ - dal precipitare dei tempi e dagli sconvolgimenti della modernità. Si aveva come l’impressione che l’eguaglianza da lui vissuta come valore supremo non fosse quella tra gli esemplari dell’”umanità nuova” prodotti dalla palingenesi comunista ma l’eguaglianza tra il sor Titta e il sor Augusto, che pur facendo parte della stessa tifoseria laziale e condividendo la passione per la pajata, vivevano il primo in una stamberga del Tuscolano e il secondo ai Parioli.

Non ho mai incontrato Curzi ma sono sicuro che gli avrei sentito addosso lo stesso odore di tabacco e di buona stoffa Ermenegildo Zegna che, da bambino, sentivo in mio nonno. Tutto questo non lo assolve dalle accuse di Pansa ma gli restituisce un volto umano che non si ritrova certo fra i trasmutanti della ‘Rifondazione comunista’ di Vladimir Luxuria.

(Dino Cofrancesco)

 

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2 COMMENTS

  1. Che bei soggetti
    Non saprei che dire dell’odore rassicurante del nonno del prof. Cofrancesco; ma sarei curioso di sapere che cosa uno come Curzi, avendo il potere in mano ed in periodi cupi, avrebbe saputo fare con i “nemici del popolo”. Penso con depressione alla sinistra italiana, da Curzi a Luxuria, e comunque mi sento molto vicino a Pansa.

  2. il “nostro” Sandro Curzi
    … il migliore, o il peggiore, “servizio” a Sandro Curzi lo ha fatto RED la tv di Massimo D’Alema: che ha messo in onda un’antica “Tribuna Politica”. Fine anni Sessanta. Dirige Jader Jacobelli, pontifica per il PCI il segretario Luigi Longo mentre Sandro Curzi, seduto accanto, gli regge il moccolo. Curzi: un servetto obbediente e ossequioso. Anzi obbedientissimo e ossequiosissimo con una residua corona di capelli e giacca e cravatta in perfetto stile politburo. Dov’era l’onnipresente pipa di questi ultimi anni? dove il vestito casual? dove il sorriso sfrontato di chi ha fatto carriera e quattrini? dove il piacioso romanesco? Il Curzi dei nostri giorni, insomma: trasfigurato, da morto, in un santino del paradisuccio laico imminente. Ma, sotto il nuovo saio, il vecchio compagno, l’ossequioso portaborse del compagno-segretario viveva ancora e combatteva. Buon sangue non mente mai: lo ha provato sulla sua pelle Pansa che si è tolto le pietre dalle scarpe. Con un peccato a sua volta, però: avrebbe dovuto sentire le fiamme dell’inferno che lo bruciavano, e denunziarle, senza attendere l’infame titolo che l’ha scottato…

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