Senza le arringhe di Annozero sembra di stare in vacanza
08 Marzo 2010
di Redazione
Il rito si ripete ogni giovedì, attorno alle nove: bucatino abbondante da far tracimare il piatto annaffiato da una pinta di bionda. Il pasto non viene consumato a tavola ma – ovviamente – sulla poltrona più comoda che la storia dei divanifici ricordi, per l’occasione inchiodata nel parquet, davanti alla tv.
L’italiano medio talvolta fa uno strappo alle regole e non mangia i migliori bucatini sulla migliore poltrona per vedere le coppe; ogni giovedì infatti, sul canale 2, danno la messa laica di Santoro e i seguaci di Travaglio e i masochisti di destra non se la perderebbero neanche per Italia – Brasile. Questi giovedì di campagna elettorale, però, al posto di Santoro quelli della Rai hanno mandato in onda l’almanacco del giorno dopo in versione estesa e le repliche di Carosello.
Per gli affezionati delle prediche di Annozero gli effetti del taglio dei talk politici dal palinsesto sono devastanti. Se non c’è nulla di peggio delle attese deluse, infatti, è normale che contro i signori deputati della Vigilanza Rai – che ha stabilito di cassare fino alle regionali Porta a Porta, Ballarò e Annozero – lancino ogni sorta di invito a rosolarsi in olio bollente.
Agli ultras di Santoro la trasmissione manca per ragioni plurime: per i baffi di Ruotolo, per le “verità” di Travaglio, per le vignette di Vauro. Ai masochisti di destra Annozero non manca per le omelie di Santoro – così prevedibilmente ostili al Cavaliere si parli perfino della coca di Morgan – ma per quell’oggettivo distinguersi dalle cerimonie impomatate di Vespa e dall’inconsistenza progressista di Floris. La si pensi in un modo o nell’altro Santoro sa fare il suo mestiere (scelta delle vallette a parte) e sa far girare a dovere la sua redazione.
Nel paese in cui la politica dilaga fino nelle rassegne di canzoni e nei concorsi per tagliatore di prati al bioparco, fa memorabile notizia che la politica decida di tapparsi la bocca. Peccato che non sia coerente fino in fondo e che la soppressione temporanea delle tre trasmissioni coincida con l’accensione delle tribune, spazi che – in tempi di par condicio pelosa – calpestano la dignità di spettatori e giornalisti.
Non è esaltante, in campagna elettorale, mettere la sordina agli approfondimenti politici originali per tirare fuori surrogati che faranno parlare – con margine di errore inferiore al millesimo – Obama quanto Fatuzzo. Stavolta però, esimi denunciatori della dittatura berlusconiana, la volontà del premier di silenziare i comunisti della Rai non c’entra. Per quanto, a ragione, ne dica il Cavaliere definendoli “pollai”, la decisione della Commissione di vigilanza trova fondamento in una legge la cui prima versione risale al governo Dini; qui, allora, non si tratta di eliminare le tentazioni ducesche di Berlusconi ma di cancellare una norma offensiva: i giornalisti non possono essere ridotti a soprammobili col cronometro e i telespettatori a decerebrati influenzabili per secondi in più o in meno.
Per ora bisogna tenersela come è, e allora – a meno che in segno di estrema protesta non ci si impicchi o non si voglia abbandonare il suolo natio fino a fine marzo – si provi a guardare ai (sostanziosi) riflessi positivi. Chi, al di fuori del circuito Rai, si è rifiutato di piegarsi al regolamento castrante (trasformando, di fatto, gli approfondimenti politici preesistenti in tribune asfittiche) ha deciso di tagliare in radice la politica dai palinsesti, con ciò liberando le frequenze dal chiacchiericcio costante di parlamentari e giornalisti addetti.
Pur sotto costrizione, in definitiva, qualcuno ha reso più digeribile la programmazione, nel paese dove i politici vengono invitati a parlare in tv anche e soprattutto di floricoltura e alluce valgo. Non si contano le categorie espulse dagli studi televisivi in nome di questo malcostume: scrittori, critici cinematografici, esperti di cose teatrali, storici, stilisti. Tutti sostituiti da deputati chiamati a pontificare sullo scibile umano, per pagare con la visibilità debiti contratti dai titolari delle trasmissioni o, semplicemente, per l’incapacità di assumersi l’”onere” di parlare di Kubrick senza Veltroni.
Non sembra vero, in questi giorni, gustarsi alcuni talk in cui l’ossessivo cicaleccio sul processo breve, sulle liste non presentate, sul Pd impresentabile è stato rimpiazzato da dibattiti sull’editoria, sul cinema, sull’Iran (sarà ruffiano ma vale la pena rendere onore a questo giornale che dà largo spazio alla politica estera, la cui marginalità nell’informazione italiana è la cartina al tornasole del nostro provincialismo).
Questa non vuole essere una polemica “anticasta” in versione catodica; questo è il disperato auspicio di avvicinare l’Italia televisiva agli standard di programmazione di paesi che non trascurano il proprio tasso di credibilità. Una classe politica è autorevole e può permettersi di sentenziare se passa in tv una volta la settimana.
(Giorgio Demetrio)
