Sergio Romano fa il libertario coi diritti di chi gli pare e piace

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Sergio Romano fa il libertario coi diritti di chi gli pare e piace

06 Febbraio 2010

Rispondendo a un lettore (Roberto Nuara) che gli chiedeva il suo parere sul velo integrale, Sergio Romano, sulla sua rubrica Lettere al Corriere (della Sera), si è espresso a favore di un decreto “che precisi quali siano le circostanze in cui la polizia può chiedere a una donna di togliere” il burqa “per essere identificata”. Per il resto, ha osservato, “nelle democrazie le leggi che limitano le libere scelte di un individuo dovrebbero essere fatte soltanto quando un problema di sicurezza diventa quantitativamente rilevante”. Insomma, il “divieto” è “inutile e inopportuno”. Indossare il burqa, sembrerebbe di capire, è un ‘diritto di libertà’ e il rispetto dovuto a ogni credenza religiosa – anche a quelle che non ci piacciono – impone che lo si tolleri e che lo Stato si faccia da parte.

Il discorso ha un inconfondibile sapore libertario: ognuno vesta come gli pare, purché non crei problemi di ordine pubblico. Bene! Facciamo attenzione, però: la logica libertaria, una volta assunta a guida dell’agire, va portata fino in fondo. Al “diritto” di Tizio si attenersi ai suoi ‘costumi’ non può corrispondere il “dovere” di Caio di instaurare con lui un qualsiasi rapporto, facendo violenza ai suoi costumi, ai suoi codici morali, alla sua visione del mondo. Al diritto del nudista di esibire le sue ‘vergogne’ – per fare un esempio estremo e opposto a quello in esame – non può corrispondere il mio dovere di riservargli un posto sotto il mio ombrellone. Libero tu di praticare la magia nera e di tirare il collo al gallo cedrone quando c’è la luna piena, libero io di tenermi alla larga da te e dai tuoi riti.
Quando moralisti, saggisti, sociologi e chierici vari invocano “i diritti dell’altro” spesso tendono a ignorare che tali diritti valgono per entrambe le parti di una relazione: la richiesta di rispetto di Tizio sta sullo stesso piano dell’analoga richiesta di Caio. Ovviamente ciascuno dei due può rinunciare alla reciprocità di trattamento – ad es., se Tizio, vegetariano, non ammette alla sua mensa i carnivori, Caio, carnivoro, può decidere di ammettere alla sua i vegetariani – ma qui non stiamo parlando di ‘stile’, di ‘buona educazione’ ma di atti che si vogliono obbligatori per legge.

Se, per ipotesi assurda, tutte le donne portassero il burqa, passeggiare nelle vie cittadine sarebbe un’esperienza a dir poco inquietante e tale da far venire in mente una celebre pagina di Cartesio, in cui, dubitando delle certezze sensoriali, si rileva come non si possa essere sicuri che sotto i cappelli e dentro i mantelli che vediamo passare sotto le finestre ci siano uomini come noi e non macchine o fantasmi. Ma siamo ‘aperti’ e prepariamoci a questa eventualità: una volta resa a tutte le donne la ‘libertà’ di nascondere corpi e volti al mercato, nel metrò, nella villa, sulla spiaggia, resta, tuttavia, la questione cruciale: perché dovrei essere obbligato a trattare con loro nella mia funzione di panettiere, di tabaccaio, di professore, di impiegato postale, di capotreno etc.? Ho o no il diritto di sottrarmi a chi vorrebbe impormi un rapporto asimmetrico di potere in cui solo io mi espongo al suo sguardo mentre lui mi guarda da uno spioncino ovvero mi osserva senza essere osservato? Sarei curioso di sapere se i nostri filoarabi – da Franco Cardini a Sergio Romano – mi segnalerebbero o no alle autorità competenti qualora mi rifiutassi di tener lezione a una studentessa in burqa (che potrebbe anche essere, per quel che ne sanno gli occhi, uno studente). In realtà, come non si può essere “incinte solo un po’” , allo stesso modo non si può essere libertari solo “a metà”.

“Un eventuale divieto del velo integrale”, avverte Romano richiamandosi all’autorità di Marilisa D’Amico (Università di Milano), potrebbe avere sulle donne musulmane conseguenze ancora peggiori. L’interdizione del burqa, per la studiosa, si tradurrebbe “in concreto, in una forma di emarginazione delle donne islamiche, le quali, se vorranno tener fede alla loro concezione religiosa, saranno costrette ad abbandonare una volta per tutte gli spazi pubblici per essere del tutto relegate nello spazio privato” Ma la D’Amico “ci fa” o “c’è”? Se le piissime fondamentaliste, in piena libertà e autonomia, scegliessero la reclusione domestica, cosa le distinguerebbe dalle monache di clausura, che nessuno pensa di strappare alla “dolce chiostra”? Se, al contrario, fossero prigioniere di feroci mariti tradizionalisti, ci troveremmo dinanzi a un problema di libertà di culto o a qualcosa che i nostri codici designano, inequivocabilmente, come “sequestro di persona”? Un reato, me ne rendo conto, che nasce dai ‘pregiudizi della nostra tribù’ ma che andrebbe egualmente perseguito d’ufficio giacché, come osserva lo stesso Romano, “noi abbiamo i nostri criteri, validi per chiunque metta piede in Italia, e dovremmo andarne fieri”.
Dino Cofrancesco