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Cina, Russia e Islam

Sfida globale alle Relazioni transatlatiche

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Attrezzarsi nella concorrenza globale con la Cina, evitare che la Russia di Putin divenga una minaccia destabilizzante, chiedersi cos’è andato storto nella war on terror. Sono tre vicende strategiche nei rapporti euroamericani all'inizio del Ventunesimo Secolo: come rilanciare il ruolo dell’Occidente a livello globale definendo lo spazio di manovra europeo nel rapporto tra Asia e Stati Uniti?

L’influenza geopolitica della Cina in Asia cresce a spese degli Usa, si pensi al Mar della Cina meridionale. Oggi l’economia cinese ha già sorpassato l’americana e prima del 2020 l’avrà distanziata. E’ evidente che gli Stati Uniti, se vogliono mantenere una propria influenza nell'area, dovranno stringere molto presto un patto di libero scambio con Pechino. Sappiamo però che di un accordo del genere si discute anche tra Stati Uniti e Unione Europea: sarebbe un vero paradosso se Washington arrivasse a un'intesa prima con Pechino che con Bruxelles.

Le relazioni transatlantiche scontano anche il crescente protagonismo russo. E' notizia degli ultimi giorni il passo indietro annunciato dal presidente Putin sul gasdotto South-Stream, un nuovo capitolo della guerra del gas aperta con l’Ucraina, dopo le avventure revanciste in Georgia e Crimea. Il pericolo nasce dal fatto che dentro gli stessi Paesi europei aumentano le forze euroscettiche e populiste che guardano a Putin come a un partner di riferimento alternativo agli Usa, Farage in Gran Bretagna, Le Pen in Francia, Salvini in Italia, ma è un discorso che vale anche per leader occidentali più moderati. La Russia però deve fare una scelta: puntare unicamente sui propri interessi nazionali tornando a essere un elemento destabilizzante nel concerto delle potenze oppure ritrovare un dialogo con America ed Europa evitando gli eccessi nazionalistici. 

Dobbiamo chiederci infine cos’è andato storto nella Guerra al Terrore se, dopo aver combattuto oltre un decennio in Afghanistan, le democrazie occidentali oggi si ritrovano sotto casa la minaccia jihadista. Cos’è andato storto nelle primavere arabe che si sono concluse con l’assoluzione del ‘faraone’ Mubarak, com'è possibile che la Libia, a due passi dal nostro Paese, rischi di trasformarsi in un nuovo paradiso della internazionale jihadista. Gli errori degli Stati Uniti e dell’Unione Europea in Nord Africa e Medio Oriente sono stati molti e, in certi casi, molto gravi, determinati da una scarsa conoscenza dei mondi in cui si era deciso di intervenire. Per cui occorre ripensare la strategia dell’interventismo liberale, basata su ideali non rottamabili come la promozione della democrazia.

“L’approccio dell’interventismo liberale fa prevalere i principi sulla realtà dei fatti e sulla conoscenza delle dinamiche locali”, dice all’Occidentale il ricercatore dell’Ispi Arturo Varvelli, “si può essere d’accordo con un approccio del genere ma la verità è che dovremmo intervenire dove ci sono davvero concrete possibilità di riuscita”. “Dopo le esperienze in Irak e Siria sappiamo che solo ricostruendo un Paese toglieremo spazio alla presenza dei gruppi jihadisti, in caso contrario gli spazi dell’islamismo radicale cresceranno”. Vanno ripensati gli strumenti stessi della pacificazione, evitando che la creazione di nuove istituzioni democratiche risulti destabilizzante per Paesi che non le hanno mai avute.

Una certa visione liberal dell’internazionalismo democratico ha finito per balcanizzare il balcanizzabile, credendo che si potesse guidare processi complessi dall'alto o dall'esterno senza "sporcarsi le mani", ma il risultato è stato più caos e disordine globale. La NATO potrebbe essere uno degli strumenti utili a rimettere posto i cocci, funzionando come una sorta di "camera di compensazione" politica delle diverse sensibilità che la compongono, ma siamo daccapo a dodici: la Turchia oggi è allineata agli altri partner europei in Siria, Irak, Libia? L’asse tra generali del Cairo e Casa Saud coincide con gli interessi dell'Alleanza Atlantica e contribuisce alla sicurezza internazionale? Cos'è cambiato nell'Occidente stesso dopo che il parlamento inglese ha detto no a Cameron sull'intervento contro Assad?

La Libia è uno dei luoghi dove rilanciare le politiche euroatlantiche di promozione della democrazia, nation e state building, ma i Paesi occidentali sono pronti ad accettare un alto numero di vittime locali intervenendo prima che sia stato raggiunto un cessate il fuoco? Gli Usa di Obama e gli alleati sono disponibili a operazioni su larga scala per sigillare i (vasti) confini libici, lanciando attacchi mirati contro le centrali jihadiste e sostenendo uno o più attori sul terreno? Cosa non ha funzionato dopo la missione NATO del 2011 e in che modo riusciremo ad evitare che gli errori del passato si ripetano?

Tante domande, la certezza che le relazioni transatlantiche debbano essere rinsaldate, la necessità di aprire un tavolo, anzi, più tavoli, di discussione sulle diverse strategie per affrontare sfide e minacce del mondo globale.

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