Le nuove frontiere della Rete

Si chiama SecretTweet lo “sfogatoio” per chi su Internet si sente a casa

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C'è un servizio Internet per chi, protetto dall’anonimato, ha un segreto da rivelare, una colpa da confessare, un'affermazione da fare e che non pronuncerebbe mai nel suo ambiente sociale e politico.

Lo sfogatoio virtuale si chiama SecretTweet: anonimizza gli utenti per poi convogliare quanto scrivono nel flusso di comunicazioni di Twitter, il micro-blog adesso in gran voga. A concepire e realizzare il sito è stato uno studente statunitense di grafica di 21 anni, Kevin Smith. Il servizio funziona da aprile 2008 e ha raccolto 24mila dichiarazioni anonime, con una media attuale, secondo Smith, di 600 "confessioni" giornaliere. Vi si leggono cose così: “Sogno di salire in macchina un giorno, andare via da te e non tornare mai”, oppure, “ho una storia con un ex studente che ha 20 anni meno di me. Siamo entrambi sposati con figli. E’ bellissimo”.

"Il fatto che chiunque possa usarlo per esprimere che cosa ha in mente senza paura di essere emarginato socialmente mette a proprio agio le persone", ha dichiarato di recente il relizzatore al New York Times. Lo stesso Smith ha detto di essersi ispirato a un sito già esistente, Post Secret.

In realtà, l'idea dello studente non è affatto nuova per il Web, l'unica sua intuizione è stata quella di appoggiarsi alla potenza comunicativa di Twitter. Infatti, già nella seconda metà degli anni Novanta - ovvero, secoli fa nel quadro del tempo accelerato dell'avanzamento della tecnologia in Internet - esisteva “Confess”, un sito creato da un certo Tane Langton, un web-designer neozelandese, in cui chi desiderava poteva alleggerirsi, virtualmente, la coscienza. Attualmente l'indirizzo esiste ancora ma il sito ha preso la forma quasi parodistica di un confessionale virtuale a sfondo religioso.

Su Internet, oltre 10 anni fa, c'era un altro sito raccogli-confessioni che si chiamava Ten Nines. A differenza del primo, le confidenze registrate non venivano rese pubbliche ma collezionate dal detentore del sito, un tipo che si faceva fa chiamare "The Turtle", la "Tartaruga". Nel sito si leggeva: "Non mi importa chi, dove, o cosa siete. Voglio le vostre storie. Anonimato assicurato". A detta di Turtle il confessore, molte persone avrebbero confidato "crimini, storie di infedeltà, di vendette, di perversioni". Il nome Ten Nines derivava da un racconto di fantascienza, intitolato “The Shockwave Rider”, scritto nel 1975 dallo statunitense John Brunner: in un mondo immaginario, tecnototalitario alla Orwell, un gruppo scopriva il modo di costruire una "linea di confessioni", una specie di telefono amico che si attivava digitando dieci volte la cifra nove (“ten nines”, appunto) su degli apparecchi chiamati "veepphone". Un altro scrittore, il guatemalteco Augusto Monterroso, aveva già pensato una cosa simile: in un racconto aveva immaginato un apparecchio dal quale si potessero ascoltare "a qualunque ora del giorno e della notte le voci più diverse e insperate: quella di un delatore tormentato dal rimorso, quella di un ex dittatore centroamericano, quella di un ventriloquo. Tutti raccontando interminabilmente la loro storia, tutti chiedendo compassione". Internet ancora non esisteva.

 

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