Rivendicazioni linguistiche

Sindaco o sindaca? Teniamoci stretto il genere prima che dilaghi il no gender

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Lo sappiamo bene che quello della lingua non è un terreno neutrale. Basta ricordare che nell’orwelliano 1984 la Neolingua è il veicolo privilegiato per modificare la mentalità, come spiega efficacemente Wikipedia: “Fine specifico della neolingua non è solo quello di fornire, a beneficio degli adepti del Socing, un mezzo espressivo che sostituisse la vecchia visione del mondo e le vecchie abitudini mentali, ma di rendere impossibile ogni altra forma di pensiero. Una volta che la neolingua fosse stata radicata nella popolazione e la vecchia lingua (archelingua) completamente dimenticata, ogni pensiero eretico (cioè contrario ai princìpi del partito) sarebbe divenuto letteralmente impossibile, almeno per quanto attiene a quelle forme speculative che derivano dalle parole”.

Con intensità variabile nel corso del Novecento tutti i regimi totalitari sono stati tentati da questo “rimpasto”, così paradigmaticamente descritto da Orwell, e nei paesi dell’Est i dissidenti avevano ribattezzato “lingua di legno” quella artificiale e fuorviante usata dagli organi di informazione del partito.

Le prescrizioni di tipo linguistico non sono state disdegnate neppure dal Fascismo, sia pure volte prevalentemente a ripulire la lingua italiana dai forestierismi. Alcune di quelle sostituzioni hanno avuto anche successo, al punto che oggi le usiamo in tutta tranquillità senza ricordare il contesto in cui sono nate: una per tutte, ‘autista’, coniato nel 1932 per sostituire lo chauffeur, di origine francese. E già, perché i termini imposti o consigliati dalla politica devono poi passare al vaglio della lingua viva, quella specie di grande fiume dove le trasformazioni e le persistenze si scontrano, si sovrappongono, soccombono o vincono.

Nel nostro mondo, quello della globalizzazione, la coercizione è tendenzialmente “liquida”, anche se in molti casi non meno prescrittiva, come sanno bene giornalisti, educatori, insegnanti, per i quali esistono veri e propri repertori di parole da evitare e di quelle da usare al loro posto: è uno dei vettori dell’avanzata del “politicamente corretto”, così magistralmente descritto nel volume di Eugenio Capozzi.

La questione del genere dei nomi e degli aggettivi, specie se riferita a professioni e cariche pubbliche, è un aspetto importante dell’interazione società-cultura-politica e si inserisce sicuramente in un contesto in cui l’autorità politica tenta spesso di fornire un indirizzo prescrittivo. E’ una questione che riemerge periodicamente, quando per l’esternazione di un personaggio politico, quando per la decisione di un’amministrazione comunale, quando per una polemica sui social. Giusto il 5 agosto il Corriere delle Sera riportava la notizia di una delibera del Comune di Milano sull’uso della declinazione “di genere” negli atti amministrativi e nella denominazione delle cariche, tipo assessore/assessora, sindaco/sindaca, revisore/revisora. Il tutto accompagnato da un perentorio “declinare al maschile è una violenza”: se un organismo pubblico –al 99,99% governato dalla sinistra- si esprime in questi termini, è abbastanza spiegabile che da destra partano risposte a palle incatenate, e che alla dichiarazione “non mi chiami assessore, io sono assessora” dell’una, la parlamentare di destra, rivolta al Presidente della Camera, risponda “mi chiami deputato, non deputata”.

Spiegabile, certo, ma è davvero un peccato che su una questione così delicata non si riesca a ragionare con saggezza, e anzi prevalgano caricature improbabili come “presidenta”, che tanto successo ha avuto nei confronti di Laura Boldrini, che semplicemente voleva essere chiamata LA Presidente (una cosa che per esempio le suore fanno da qualche secolo).

Io non mi rassegnerei facilmente all’idea che la risposta al prescrittivismo burocratico debba essere l’ignoranza. Purtroppo in una nota veloce non c’è tempo per articolare fino in fondo un tema così complesso, ma comunque vorrei dare qualche spunto per riflettere meglio, uscendo dalle reazioni puramente di rimbalzo.

Partiamo dal punto nevralgico: l’italiano ha due generi, maschile e femminile. I generi grammaticali non ricalcano al 100% la distinzione biologica e culturale maschio/femmina, ma certamente hanno un rapporto molto forte con essa, potremmo dire che sono l’impronta della differenza sessuale nel tessuto della lingua. Anche questo deve essere sottolineato, perché non è difficile constatare che la battaglia per le desinenze femminili alla fin fine risulta un po’ di retroguardia: quando sarà percepita con lampante evidenza la “violenza” del doversi dichiarare appartenenti a un sesso specifico tramite la desinenza apposta alla denominazione della propria funzione, si comincerà – mi sembra una facile profezia – a esigere tassativamente una terminologia “no gender”, che è la vera frontiera della modificazione prescrittiva della lingua e della mentalità.

Per la verità nel corso del tempo senza tante circolari la lingua italiana, sedimentando i mutamenti sociali, ha dolcemente introdotto il femminile nelle professioni e nelle attività svolte da donne, man mano che questo fenomeno si allargava. A partire dalle badesse medievali – nessuna delle quali avrebbe mai gridato ”mi chiami abate!” –  fino alle maestre, alle professoresse, alle dottoresse (il femminile reso con –essa in luogo del semplice –a ha avuto molta forza, e in generale i linguisti ritengono che questi termini sono entrati troppo saldamente nell’uso, per tentare di modificarli d’autorità).

Per completare il quadro ricordo pure che gli aggettivi e i sostantivi che terminano in –ente rendono il femminile con l’articolo, per la semplice ragione che derivano da participi presenti latini ambigeneri. Quindi, per carità, nessuna presidenta, sia pure per ritorsione polemica. Ci sono poi alcuni nomi maschili che terminano in –a, tipo il poeta, come nella prima declinazione latina: anche qui teniamo lontano poeto e astronauto! Infine c’è un gruppo di nomi come la guardia e la sentinella che sono femminili anche se riferiti tradizionalmente a maschi.

Questo è il quadro di riferimento, sia pure ridotto all’essenziale. Ma che fare con sindaca e assessora? Niente vieta che entrino legittimamente nell’uso, perché questa è una tendenza forte della lingua italiana, ma… giacché ci siamo vediamo qualche ultimo ma.

Intanto ci sono avvocate che preferiscono essere chiamate “avvocato” perché più professionale (evidentemente non sufficit il prestigio dell’Advocata nostra, ma tant’è, e siamo in un altro campo); conosco dottoresse di ricerca nient’affatto destrorse che preferiscono definirsi dottore: quindi il problema non tocca solo le deputate di destra. Il fatto è che, pur non esistendo il neutro, in italiano c’è il maschile “sovraesteso”, che in pratica svolge una funzione ambigenere (il leone mangia la carne riguarda anche le femmine, mentre la leonessa allatta i cuccioli).  Soprattutto per le funzioni pubbliche e negli atti formali il tipo Il Sindaco, il Rettore, l’Assessore ecc. seguito da titolo e nome femminile potrebbe tranquillamente convivere con formulazioni al femminile utilizzate in un contesto descrittivo e narrativo: se vogliamo raccontare che la sindaca è incinta, sarebbe perlomeno strano usare il maschile nel nome e nell’aggettivo.

Al di là dell’esempio estremo, mi pare evidente che tutta la questione è alquanto complessa (d’altronde ciò che non è complicato è falso, stando alla lezione di Gomez Davila) e che nel rifiutare il prescrittivismo burocratico è bene non dimenticare che il fiume (della storia e della lingua) scorre e che la tradizione non è un museo. Personalmente, sia pure con molta benevolenza verso i “resistenti”, preferisco pensare che se c’è la sarta e la maestra, ci sarà anche la sindaca.

Ma, sia ben chiaro, nella battaglia finale tra l’assessora e l’asterisco obbligatorio, io so già da che parte stare.

 

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