Solo la stampa italiana poteva “festeggiare” l’anniversario della crisi

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Solo la stampa italiana poteva “festeggiare” l’anniversario della crisi

16 Settembre 2009

Un suggerimento a editori, amministratori delegati e direttori di giornali: in tutte le redazioni ci dovrebbe essere affisso un pannello con il detto americano Boys (and girls) do not cry.

La lettura dei commenti e dei servizi economici delle prime pagine di questi ultimi giorni (specialmente di quelle di alcune testate, per di più da sempre collaterali alla grande industria ed alla grande finanza) dava la netta impressione che i giornalisti economici amino i necrologi (forse perché diventati fonte essenziale d’inserzione) e i lacrimatoi di neroniana memoria (Tacito racconta che l’Imperatore aveva una stanza apposita nella Domus Area dedicata al pianto ed alla raccolta, in urne, delle imperiali lacrime).

Basta scorrere le pagine per capire che pochi hanno dedicato la loro attenzione ai segni di ripresa ed a temi relativamente nuovi per la stampa quotidiana, pur se antichi nella professione, (come l’economia della felicità). Quasi tutti hanno dedicato colonne e colonne all’anniversario del fallimento di Lehman Brothers, trattato come evento epocale (pur se lacrimogeno e lacrimoso) che avrebbe segnato una spartiacque nell’evoluzione mondiale e nella percezione di cosa è auspicabile e cosa è invece deprecabile.

Gran parte degli articoli erano, in aggiunta, firmati da giornalisti che non avevano percepito l’avanzarsi della crisi nella prima parte di questo decennio. Tra coloro in lacrime anche qualcuno che nel luglio 2007 davanti alle prime misure della Federal Reserve (dirette a tentare di mettere una toppa) aveva salutato la fine delle difficoltà finanziarie (si era appena all’inizio) e aveva anche lanciato un peana in favore dei mutui subprime per la loro funzione da lui ritenuta sociale.

La rassegna stampa del 14 e 15 settembre dovrebbe indurre ad una riflessione. In primo luogo, non si celebrano le ricorrenze dei fallimenti – la stampa estera ha ricordato l’evento con molta sobrietà e poco spazio. In secondo luogo, se la stampa economica, in una fase densa di temi nuovi come l’attuale, si dedica ad acchiappare farfalle (tra un piagnisteo e l’altro), non dobbiamo sorprenderci se lettori (ed inserzionisti) votano con le gambe e le voltano le spalle.

Nel 1952, Keith Murdoch, padre di quel Sir Rupert che è uno dei maggiori editori a livello mondiale, scrisse nella propria lettera-testamento al proprio figlio-erede: “Salva la stampa scritta”. Keith la vedeva già assediata dalla televisione ma ne riconosceva la funzione sociale: non solo dare notizie (quello, nel 1952, poteva già farlo la televisione ed ora Internet e tanti altri meccanismi) ma approdarle, evidenziarne la relativa gerarchia.

Keith Murdoch non è ricordato nell’ultimo lavoro di Alex Jones, per anni una delle firme di punta del “New Times”, vincitore di un Premio Pulitzer e a lungo alla guida dello Shorenstein Center on the Press, Politics and Public Policy all’Università di Harvard. Nel suo ultimo libro (“Losing the News. The Future of News that Feeds Democracy, Oxford University Press) sottolinea, in 234 pagine dense di teoria del giornalismo e di analisi empiriche, come la stampa scritta ha una sola strada per salvarsi (e contribuire alla democrazia): in-depth reporting (ossia approfondimenti ed inchieste).

Se il giornalismo si dedica al coretto a cappella per intonare un Miserere per Lehman Brothers, non si lamenti che i tempi sono duri.