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Sos: perché i cantieri rischiano di non ripartire?

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Mentre medici e scienziati di ogni ordine, grado e latitudine si scervellano per capire come tracciare la diffusione di un virus potenzialmente asintomatico e con un significativo tempo di incubazione, una nuova preoccupazione attraversa il mondo produttivo: che alla fine, sul piano formale, il problema venga risolto con l’individuazione pressoché automatica di un colpevole. Che, manco a dirlo, sarebbero le aziende.

Il caso nasce da un codicillo nascosto fra le pieghe del decreto “Cura Italia”, tutt’ora all’esame del Parlamento. Al secondo comma dell’articolo 42, infatti, il provvedimento varato dal governo Conte disciplina la procedura da attivare presso l’Inail nei casi accertati di infezione da coronavirus in occasione del lavoro. Il che pone un interrogativo – stanti le caratteristiche del Covid-19, come si fa a esser certi delle modalità di contagio di una persona? – e soprattutto incute un timore: che per interpretazione estensiva, e soprattutto a causa di talune circolari Inail piuttosto “hard”, la responsabilità dell’infezione di un lavoratore venga automaticamente attribuita al datore e all’azienda.

Il fatto è che classificare il coronavirus nel registro Inail come infortunio sul lavoro è operazione non solo parecchio aleatoria, vista la vastità di un contagio pandemico e la difficoltà di una sua mappatura, ma anche e soprattutto foriera di potenziali conseguenze, dal momento che per i dieci anni successivi esporrebbe le imprese al rischio di un pesante contenzioso in sede sia civile che penale. Insomma: non si tratta di ricostruire il percorso di una malattia infettiva rara, ma di tirare ai dadi con una forzatura probabilistica la diffusione di un virus che nessuno al mondo è ancora riuscito a ingabbiare. Con l’aggiunta di una evidente beffa per le imprese che rispettano scrupolosamente le prescrizioni di sicurezza, le quali oltre alle difficoltà economica dovute all’emergenza sanitaria si vedrebbero accollata un’inversione dell’onere della prova di cui francamente non si avvertiva il bisogno.

Il problema, già di per sé avvertito nel mondo produttivo, in particolare nell’edilizia, rischia di diventare esiziale nelle aree terremotate. Ne sanno qualcosa all’Aquila: già costretti a una quotidiana lotta contro le pastoie burocratiche di cui l’amministrazione comunale implora da tempo invano la semplificazione, i costruttori temono che la qualificazione del coronavirus come infortunio sul lavoro, con tutto ciò che ne consegue, possa avere un impatto esiziale sulla ricostruzione della città.

Un conto infatti è pretendere rispetto per la sicurezza dei lavoratori – esigenza che nel capoluogo abruzzese è avvertita a prescindere, visto ciò che gli aquilani hanno passato con il terremoto -, ed è anche comprensibile che si cerchi di offrire la più ampia tutela possibile ai malati e, nel caso di esito infausto, ai loro congiunti. E’ altrettanto evidente, inoltre, che dopo questa vicenda nulla sarà come prima e il concetto stesso di sicurezza dovrà essere profondamente rivisto. Altro è scaricare ancora una volta la protezione sociale sulle imprese, che rischiano di vedersi incredibilmente imputata la diffusione di un virus inafferrabile e impalpabile. Sarebbe per tutti un’ingiustizia. Per i crateri post-sismici un dramma del quale auspichiamo che governo e maggioranza non vogliano rendersi responsabili. A questo scopo il senatore Gaetano Quagliariello, eletto nel collegio L’Aquila-Teramo, ha presentato un’interrogazione urgente. E’ necessario chiudere la falla, mettendo al riparo le imprese che rispettano le regole prima che sia troppo tardi.

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