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Sottomesso e contento, l’ultima provocazione di Houellebecq

E' sempre meglio stare in guardia da un scrittore smaliziato come Houellebecq, “controverso” per definizione. Perché ridurre l’antisemitismo a una grande cospirazione, come cerca di fare l’autore in questa intervista alla Paris Review che vi riproponiamo, pubblicata prima dell’uscita di Sottomissione e prima di Charlie Hebdo, può apparire quantomeno sgradevole. Ed è solo un esempio.

Altrettanti dubbi vengono dalle “scare tacticts”, le strategie finzionali basate sul thriller, che l’autore confessa candidamente di aver usato per raccontare l’islamizzazione soft della Francia nel futuro prossimo. Con tutti i rischi che questo comporta. Ma al di là del romanzesco, che pure ha le sue regole da rispettare, c’è del vero in quello che dice Houellebecq quando parla della crisi (per lui il crollo) della Filosofia dei Lumi e del fatto che il Ventunesimo sarà sempre di più il secolo delle religioni. Dell’Islam, certamente, ma anche del Cattolicesimo, sul quale è più incerto pur dicendo che non sta messo male, o degli Evangelici fortissimi nelle Americhe.

La verità è che Houellebecq sembra attratto fino al midollo, “in modo comtiano”, dalla potenza della fede, qualcosa che attraversa l’uomo come delle onde, spingendolo, meglio, spingendo il protagonista del libro, a convertirsi, a sottomettersi ritrovando finalmente un briciolo di felicità, un senso a un’esistenza che altrimenti sarebbe vuota, triste come il sesso per il gusto di farlo, come una civiltà allo sbando. Ed è questa probabilmente la più grande provocazione con la quale fare i conti.     

***

Siamo nel 2022 e la Francia sta vivendo nella paura. Il Paese è turbato da misteriosi incidenti. Regolari episodi di violenza urbana vengono deliberatamente oscurati dai media. Tutto sembra occultato, l’opinione pubblica è nell’oscurità… e nel giro di qualche mese il leader di un partito islamico fondato poco tempo prima sarà eletto presidente. Il pomeriggio del 5 giugno, durante le seconde elezioni nazionali – la prima votazione è stata annullata dopo diffusi episodi di brogli elettorali – Mohammed Ben Abbas batte facilmente Marine Le Pen con il sostegno della destra moderata e dei socialisti.

Il giorno dopo, le donne abbandonano la moda occidentale. La maggior parte comincia a indossare lunghe vesti di cotone sopra i pantaloni; incoraggiate dai sussidi governativi, le donne lasciano in massa i loro posti di lavoro. La disoccupazione maschile si riduce nel giro di una notte. Il crimine sembra sparire dalle vecchie periferie violente. Le università diventano islamiche. I professori non musulmani sono costretti ad andare in pensione anticipata a meno che non si convertano sottomettendosi al nuovo regime.

Questo è il mondo immaginato da Michel Houellebecq nel suo sesto romanzo, Sottomissione (Soumission). Come andrebbe letto? Alla stregua di uno sgradevole editoriale, come narrativa pulp buona per un anno di elezioni, o come il tentativo di un grande scrittore di allargare la critica sociale grazie a una rappresentazione farsesca? In un’intervista esclusiva alla Paris Review, la prima concessa su questo libro, Michel Houellebecq spiega cosa lo ha condotto a scrivere una storia che ha subito destato scandalo in Francia, ancora prima della sua pubblicazione.

Perché l’hai fatto?

Direi per una serie di ragioni. Innanzitutto perché credo riguardi il mio lavoro anche se non mi curo molto di questa parola. Avevo notato alcuni grandi cambiamenti quando sono tornato in Francia, sebbene non si tratti di trasformazioni specificamente francesi ma che riguardano tutto l’Occidente.  In realtà come esule non t’interessa granché né della società dalla quale arrivi né del posto in cui vivi – e d’altra parte l’Irlanda rappresenta un caso leggermente strano. Penso che la seconda ragione sia che il mio ateismo non ha resistito molto a tutte le morti delle quali mi sono dovuto occupare. Tanto è vero che ormai mi sembra insostenibile.

La morte del tuo cane, dei tuoi genitori?

Sì, sono accadute un sacco di cose in poco tempo. In parte, contrariamente a ciò che pensavo, potrebbe essere legato al fatto che non sono mai stato del tutto ateo. Ero un agnostico. Di solito questa parola serve come schermo per l’ateismo ma non credo che sia il mio caso. Quando alla luce di quello che so riesamino la questione se ci sia un creatore, un ordine del cosmo, questo genere di cose, mi rendo conto che al momento non ho una risposta.

Mentre prima ce l’avevi…

Ho pensato che non ero ateo, è vero. Adesso davvero non saprei. Per cui sono queste le due ragioni che mi hanno spinto a scrivere il libro e la seconda probabilmente è più significativa della prima.

Come definiresti questo libro?

L’espressione ‘fiction politica’ non è male. Non penso di aver letto molti esempi del genere ma, in ogni caso, qualcosa l’ho letta, più nella letteratura inglese che in quella francese.

A quali libri stai pensando?

In un certo senso ad alcuni libri di Conrad. O di John Buchan.  E poi ad altri libri più recenti, non dello stesso spessore, che somigliano più a dei thriller. Un thriller può svolgersi in una cornice politica, non deve essere per forza connesso al mondo del business. Ma c’è una terza ragione per cui ho scritto questo libro – perché mi è piaciuto molto il modo in cui è iniziato. Ho scritto la prima parte, fino a pagina 26, praticamente in una volta sola. E l’ho trovata davvero convincente, perché riesco a immaginare con facilità la storia di uno studente che cerca di trovare in Huysmans un amico e che gli dedica la sua esistenza.

Non è quello che mi è accaduto in passato. Ho letto Huysmans sul tardi, credo quando avevo intorno ai trentacinque anni, ma in definitiva si può dire che avrei sempre voluto leggerlo. Credo che per me sarebbe stato un buon amico. E così, dopo che scrissi quelle pagine, per un po’ di tempo non combinai nulla. Tutto ciò accadeva nel gennaio del 2013, e avrei dovuto tornare sul testo nell’estate dello stesso anno. Ma il mio progetto a quel punto era molto diverso rispetto all’inizio. Non era deciso che si chiamasse Sottomissione, il primo titolo era La Conversione. E nel mio progetto originale, anche il narratore si converte ma al Cattolicesimo. Vale a dire che segue le orme di Huysmans un secolo dopo, abbandonando il naturalismo per diventare cattolico. E non ero capace di farlo.

Perché no?

Non ha funzionato. A mio parere, la scena chiave del libro è quella dove il narratore dà un’ultima occhiata alla Madonna Nera di Rocamadour, sentendo come un potere spirituale, come delle onde, e tutto a un tratto la Madonna svanisce nel passato e lui torna al parcheggio, solo e sostanzialmente disperato.

E’ un racconto satirico?

No. A essere onesti può darsi che una piccola parte del libro prenda in giro i giornalisti che si occupano di politica, e anche un pochino i politici. Ma i personaggi principali non sono satirici.

Da dove hai preso l’idea di un’elezione presidenziale nel 2022 dove a sfidarsi sono Marine Le Pen e il leader di un partito islamico?

Beh, Marine Le Pen mi sembra un candidato realistico per il 2022, forse anche per il 2017… Il partito islamico ancora di più… Questo è davvero il cuore della questione. Ho provato a identificarmi con un musulmano e ho realizzato che, in verità, loro si trovano in una situazione totalmente schizofrenica. Perché in generale i musulmani non sono interessati alle questioni economiche, il loro principale interesse sono quelle che al giorno d’oggi chiameremmo questioni sociali. Su questi temi, ovviamente, loro sono molto distanti dalla sinistra e ancora di più dai Verdi. Basta pensare ai matrimoni gay e si capisce cosa voglio dire, ma è lo stesso su tutta la linea. Non si capisce infatti perché i musulmani dovrebbero votare per la destra, ancora meno per l’estrema destra, che li ha completamente respinti. Insomma se un musulmano volesse votare, come dovrebbe farlo? La verità è che per lui si tratta di una situazione impossibile. Non ha alcun tipo di rappresentanza. Sarebbe sbagliato dire che questa religione non abbia conseguenze politiche perché ce le ha. Ce le ha anche il Cattolicesimo, se è per questo, anche se i cattolici sono stati più o meno marginalizzati. Per queste ragioni, mi sembrava che un partito musulmano avesse un bel po’ di senso.

Ma immaginare che un partito del genere possa ritrovarsi a vincere le elezioni presidenziali tra sette anni…

Sono d’accordo, non è proprio realistico. Per due ragioni, in realtà. Primo – e questa è la cosa più difficile da immaginare – i musulmani dovrebbero imporsi correndo da soli contro tutti gli altri. Il che richiederebbe una personalità estremamente intelligente e con uno straordinario fiuto politico, qualità che ho dato al mio personaggio Ben Abbes. Ma un talento estremo è, per definizione, una circostanza singolare. In ogni caso supponendo che una persona del genere esista, il partito potrebbe nascere ma gli servirebbero più di sette anni per imporsi. Se guardiamo al percorso seguito dalla Fratellanza Musulmana, vediamo network regionali, charities, centri culturali, di preghiera, per l’impiego, sanità, qualcosa di non molto diverso da quello che fu il Partito Comunista.

Se me lo chiedi, in un Paese dove la povertà continuasse a crescere, un partito del genere potrebbe attrarre molto di più del solo musulmano ‘medio’, se posso metterla in questo modo, perché in realtà non esiste più qualcosa come il musulmano ‘medio’ da quando abbiamo persone che si convertono e che non sono esclusivamente di origine nordafricana…  In ogni caso per avere un processo del genere ci vorrebbero diversi decenni. C’è da dire che il sensazionalismo dei media gioca un ruolo negativo. Per esempio, i media si sono esaltati per la storia dell’uomo che vive in un piccolo villaggio della Normandia, che sembrerebbe un francese a tutti gli effetti, che non ha neppure avuto dei genitori separati, e che si converte andando a fare il Jihad in Siria.  Ma possiamo ipotizzare ragionevolmente che per ogni tipo del genere ce ne sono diverse dozzine che si convertono e non diventano jihadisti in Siria, non fanno nulla del genere. Dopotutto, non si dichiara il Jihad per il gusto di farlo, questo genere di cose interessa solo persone che sono fortemente motivate dal compiere atti di violenza, ovvero per forza una minoranza.

Si potrebbe anche dire che ad alcuni interessa andare in Siria più che convertirsi.

Non sono d’accordo. Credo che ci sia davvero un bisogno di Dio e che il ritorno delle religioni non sia solo uno slogan ma una realtà, e che si tratti di un fenomeno destinato a crescere ancora parecchio.

E’ l’ipotesi centrale del libro, ma sappiamo che è stata smentita nel corso degli ultimi anni da numerosi ricercatori, che hanno mostrato come al momento stiamo assistendo a una progressiva secolarizzazione dell’Islam, e che la violenza e il radicalismo andrebbero interpretati come l’agonia dell’islamismo. Questa è la tesi di Olivier Roy e di molti altri che hanno lavorato per almeno vent’anni sull’argomento.

Non è quello che ho riscontrato io, sebbene nelle Americhe l’Islam ha beneficiato meno degli Evangelici. Non è un fenomeno francese, è pressoché globale. Non conosco bene la situazione in Asia, mentre il caso dell’Africa è interessante perché lì hai i due grandi poteri religiosi in espansione – Cristianità evangelica e Islam. Per molti versi resto un comtiano, e non credo che una società possa sopravvivere senza religione.

Ma perché hai scelto di raccontare queste cose in un modo così drammaticamente esagerato quando tu stesso ammetti che l’idea di un presidente musulmano nel 2022 è irrealistica?

Dev’essere la parte che gioco nel mercato di massa, il mio versante “thriller”.

Non dovresti chiamarla la tua parte alla Eric Zemmour?

Non saprei, non ho letto il suo libro. Cosa dice esattamente?

Malgrado le rispettive differenze, lui e un certo numero di altri scrittori concordano nel descrivere una Francia contemporanea che a me sembra essenzialmente fantasticheggiante, dove la minaccia dell’Islam incombe sulla società francese e diventa una delle sue principali caratteristiche. Mi sembra che nella trama del tuo romanzo lo accetti come premessa e che tu promuova la stessa descrizione della Francia odierna che ritroviamo nel lavoro di quegli intellettuali.

Non lo so, conosco solo il titolo del libro di Zemmour [Il suicidio francese, ndr], e questo non è l’unico modo con cui guardo le cose. Non ritengo che stiamo assistendo al suicidio della Francia. Se mai credo che stiamo assistendo all’esatto contrario. E’ l’Europa che sta commettendo un suicidio e, nel bel mezzo del Vecchio Continente, la Francia combatte in modo disperato per sopravvivere. E’ la sola nazione che sta combattendo per sopravvivere, il solo Paese la cui demografia glielo permette. Il suicidio è una questione di demografia, è il miglior modo e il più efficace di commettere un suicidio. Ecco perché la Francia in fin dei conti non sta commettendo un suicidio. Cosa può esserci di meglio per chi si converte in segno di speranza e non perché si sente minacciato. Detto questo, non credo che le persone si convertano per ragioni sociali, le ragioni che le spingono sono più profonde – nonostante il mio libro mi contraddica leggermente, essendo Huysmans il classico caso di un uomo che si converte per ragioni che sono puramente estetiche. A dire il vero le questioni che preoccupavano Pascal lasciano freddo Huysmans. Non le menziona mai. Ho fatto di tutto per immaginarlo come un esteta. Per lui, la bellezza era la  prova. La bellezza della rima, dei dipinti, della musica, provava l’esistenza di Dio.

Il che ci riporta alla questione del suicidio, a cominciare da quello che dice Baudelaire di Huysmans che la sola scelta a sua disposizione era quella tra suicidio o conversione…

No, fu Barbey d’Aurevilly a fare questa considerazione, che ci sta tutta, soprattutto dopo aver letto A rebours. Ho riletto il suo libro con attenzione e, alla fine, è davvero cristiano. E’ sorprendente.

Per tornare alla questione delle tue forzature irrealistiche, nel libro descrivi in un modo davvero vago e confuso svariati eventi della realtà, eppure il lettore non riesce mai completamente a capire cosa c’è sotto. Questo ci porta nel regno del fantasy, non credi, e in una politica della paura.

Forse è così. Effettivamente il libro ha un lato pauroso. Utilizzo delle tattiche per spaventare.

Come immaginare la prospettiva di un Islam che prende il controllo del Paese?

Al momento, non è chiaro di cosa dobbiamo preoccuparci, se dei nativi o dei musulmani. Lascio la questione irrisolta.

Ti sei chiesto quale potrebbe essere l’effetto di un romanzo basato su ipotesi del genere?

Nessuno. Nessun effetto di sorta.

Non credi che il libro potrebbe rafforzare l’immagine della Francia che ho appena descritto, nella quale l’Islam appare sospeso lassù come una Spada di Damocle, la cosa più minacciosa di tutte?

E’ in ogni caso l’argomento del quale i media parlano di più, non potrebbero parlarne maggiormente. Sarebbe impossibile parlarne più di quanto già accada, per cui il mio libro non avrà alcun effetto.

Questo non ti ha spinto a scrivere qualcos’altro così da non unirti al coro?

No, obiettivamente parte del mio lavoro è parlare di quello di cui discutono tutti. Appartengo al mio tempo.

Nel romanzo sottolinei che gli intellettuali francesi rifuggono dal prendersi qualsiasi responsabilità, ma ti sei chiesto quali sono le tue responsabilità come scrittore?

Ma io non sono un intellettuale. Non mi schiero da una parte, non difendo un regime. Io nego ogni responsabilità, affermo di essere completamente irresponsabile – eccetto quando discuto di letteratura nei miei romanzi, allora mi impegno come critico letterario. In ogni caso sono le analisi saggistiche che cambiano il mondo.

Non i romanzi?

Certamente no. Benché abbia il sospetto che questo libro di Zemmour sia davvero troppo lungo. Penso che anche il Capitale di Marx sia troppo lungo. In realtà è il Manifesto del Comunismo ad essere stato letto e ad aver cambiato il mondo. Rousseau cambiò il mondo, delle volte seppe come arrivare dritto al punto. E’ semplice, se vuoi cambiare il mondo, devi dire ecco com’è e cosa andrebbe fatto. Non puoi perderti in considerazioni romanzesche. E’ ineffettuale.

Non c’è bisogno di spiegarmi come un romanzo possa essere usato alla stregua di uno strumento epistemologico. Questo era il tema di La carta e il territorio. Nel tuo nuovo libro, mi sembra che tu abbia adottato categorie descrittive, opposizioni, che sono peggio che ambigue – quel tipo di categorie alle quali si sono affidati gli editor di Causeur, o Alain Finkielkraut, Eric Zammour, forse Renaud Camus. Ad esempio la “opposizione” tra antirazzismo e secolarismo.

Non si può negare che ci sia una contraddizione su questo punto.

Io non la vedo. Al contrario, si può essere un militante antirazzista e un fervente difensore del secolarismo, e i due modi di pensare risalgono all’Illuminismo.

Guarda, l’Illuminismo è morto, riposi in pace. Un esempio lampante? Il candidato di sinistra nel ticket di Olivier Besancenot che indossava il velo, per te ci sarebbe una contraddizione in questo. Ma oggi sono solo i musulmani a trovarsi in una situazione schizofrenica. Al livello di quelli che comunemente chiamiamo valori, i musulmani hanno molte più cose in comune con l’estrema destra che con la sinistra. C’è una opposizione molto più sostanziale tra un islamico e un ateo che tra un musulmano e un cattolico. Mi sembra ovvio.

Ma non capisco quale sia la connessione con il razzismo…

Non lo capisci perché non c’è. Oggettivamente parlando, non c’è. Quando sono stato processato e assolto per razzismo, una decina di anni fa, il pubblico ministero sottolineò, giustamente, che la religione musulmana non era un tratto razziale. Questo è diventato ancora più ovvio oggi. Così abbiamo esteso il dominio del “razzismo” inventando il crimine di islamofobia.

Forse questa parola può essere usata in modo sbagliato, ma esistono forme di disprezzo verso gruppi o categorie di persone, che sono forme di razzismo…

No, l’islamofobia non è un tipo di razzismo. Se c’è qualcosa che è diventato ovvio, è proprio questo.

L’islamofobia funziona come uno schermo per un tipo di razzismo che non può più esprimersi perché è contro la legge.

Mi sembra che un’affermazione del genere sia proprio falsa. Non sono d’accordo.

Ti affidi a un’altra ambigua dicotomia, l’opposizione tra antisemitismo e razzismo, quando invece ad oggi possiamo indicare molti momenti della storia nei quali le due cose sono andate mano nella mano.

Credo che l’antisemitismo non abbia nulla a che fare con il razzismo. Ho passato del tempo a cercare di capire l’antisemitismo, come si sprigiona. Il nostro primo impulso è collegarlo al razzismo. Ma che tipo di razzismo è quello per cui non ci si può dire se una persona è ebrea o non lo è, visto che la differenza non si vede? Il razzismo è qualcosa di molto più elementare, si basa sulla differenza del colore della pelle.

E no, perché il razzismo culturale ci ha accompagnato per molto tempo.

Adesso stai cercando di far assumere alle parole un significato che non hanno. Razzismo è semplicemente quando non ti piace qualcuno perché appartiene a un’altra razza, perché non ha il tuo stesso colore della pelle, le stesse fattezze, eccetera. Non puoi forzare la parola dandole un significato più grande.

Eppure da quando, da un punto di vista biologico, le “razze” non esistono più, il razzismo è diventato necessariamente culturale.

Ma il razzismo esiste, almeno sembra, tutto intorno a noi. E’ ovvio che sia esistito dal momento in cui le razze hanno iniziato a mischiarsi… Cerca di essere onesto, Sylvain! Sai bene che un razzista è qualcuno al quale gli altri non piacciono perché hanno la pelle nera o i tratti arabeggianti nel volto. E’ questo il razzismo.

O perché i suoi valori e la sua cultura sono…

No, mi spiace ma questo è un problema diverso.

Perché è poligamo, per esempio.

A, beh, uno può essere scioccato dalla poligamia senza essere minimamente razzista. Deve essere il caso di tanti che razzisti non lo sono neanche un po’. Ma torniamo all’antisemitismo, perché siamo andati fuori tema. Visto che nessuno è mai stato capace di definire qualcun altro ebreo solo per la sua apparenza o per il suo modo di vivere – almeno da quando si è davvero diffuso l’antisemitismo – e considerando che davvero pochi ebrei seguono uno stile di vita ebraico, cosa vuol dire allora antisemitismo? Non è una forma di razzismo. Tutto ciò che bisogna fare è leggere i testi per accorgersi che l’antisemitismo è semplicemente una teoria della cospirazione – per cui ci sarebbero delle persone nascoste responsabili di tutta l’infelicità del mondo, che stanno tramando contro di noi, che c’è un’invasione in mezzo a noi. Se il mondo va male è per colpa degli ebrei, per colpa delle banche degli ebrei… E’ una teoria della cospirazione.

Ma in Sottomissione – nel tuo libro non c’è una teoria della cospirazione – l’idea di una “grande sostituzione”, per usare le parole di Renaud Camus, è in corso, i musulmani stanno prendendo il potere?

Non so molto di questa teoria della “grande sostituzione”, mi sembra di capire che abbia a che fare con la razza. Ma nel mio libro non si parla di immigrazione. Non è questo l’argomento.

Non è necessariamente qualcosa di razziale, potrebbe essere anche un fatto religioso. In questo caso, il tuo libro descrive la sostituzione della religione cattolica con quella islamica.

No. Il mio libro descrive la distruzione della filosofia tramandata dall’Illuminismo, che non ha più senso per nessuno, o forse per pochissime persone. Il Cattolicesimo, al contrario, si sta comportando abbastanza bene. Ritengo che un’alleanza tra cattolici e musulmani sia possibile. Lo abbiamo visto accadere in passato, potrebbe succedere ancora.

Tu che sei diventato agnostico riesci a guardare tutto questo allegramente e ad assistere alla distruzione della filosofia dei Lumi?

Sì. Deve accadere prima o poi e tanto vale che accada ora. Anche in questo senso sono un comtiano. Siamo in quella che lui definisce una fase metafisica, che inizia nel Medio Evo e il cui scopo era distruggere la fase precedente. In sé, una fase del genere può anche non produrre nulla, solo infelicità e vuoto. Per cui sì, voglio dirlo con chiarezza, sono ostile alla filosofia dei Lumi.

Perché hai scelto di ambientare il tuo romanzo nel mondo accademico? Forse perché incarna l’Illuminismo?

Va bene se rispondo non lo so? Perché davvero, non credo di riuscirci. La verità è che volevo che ci fosse una lunga sottotrama collegata a Huysmans, ecco da dove ho preso l’idea di fare del mio personaggio un professore universitario.

Sapevi fin dall’inizio che avresti voluto scrivere il romanzo in prima persona?

Sì, perché era un lavoro su Huysmans. Era così fin dall’inizio.

Di nuovo, hai descritto un personaggio che in parte è un autoritratto, non del tutto, ma… c’è la morte dei suoi genitori, per esempio.

E’ vero, ho usato questo genere di cose, anche se i dettagli sono davvero molto diversi. I miei personaggi non sono mai autoritratti, sono sempre delle proiezioni. Per esempio, cosa sarebbe accaduto se avessi letto Huysmans quando ero giovane, se avessi studiato letteratura e fossi diventato un professore? Immagino vite che non ho mai condotto.

Mentre dai agli eventi dell’attualità la possibilità di introdursi nelle tue vite fittizie.

Sì, uso momenti che mi hanno colpito nella vita reale. Ma tendo sempre di più a trasporli. In questo libro tutto ciò che resta della realtà è l’elemento teoretico – la morte del padre – ma effettivamente tutto ciò che la riguarda è differente. Mio padre era molto diverso dal tipo che ho descritto nel libro, la sua morte dopotutto non è andata in quel modo. La vita mi dà solo le idee di base.

Scrivendo il libro ti sei sentito come una Cassandra, un profeta di sventura?

Non si può definire il romanzo una previsione pessimistica. In fin dei conti, le cose non vanno a finire tutte male.

Non così male per gli uomini, ma per le donne…

Già, questo è un altro bel problema. Ma mi sembra che il progetto di ricostruire l’Impero Romano non sia così stupido, se l’Europa torna a guardare verso Sud la cosa inizia a prendere senso, anche se per il momento non sembra averne. Politicamente, ci si potrebbe quasi augurare uno sviluppo del genere, non è affatto una catastrofe.

E però il libro è straordinariamente triste.

Vero, c’è una tristezza fortemente marcata. A mio parere, l’ambiguità culmina nella frase con cui si chiude il romanzo – “Non avrei avuto niente da rimpiangere”. Davvero, uno potrebbe provare esattamente l’opposto. Il personaggio ha due cose da rimpiangere – Myriam e la Madonna Nera. Ma si dà il caso che non lo faccia.  Ciò che rende triste il libro è una sorta di atmosfera di rassegnazione.

Come metteresti in relazione questo romanzo con gli altri tuoi libri?

Si potrebbe dire che ho trattato diversi aspetti dei quali avrei voluto occuparmi da lungo tempo, cose che non avevo mai fatto prima. Come avere un personaggio davvero importante che nessuno riesce mai a vedere, chiamato Ben Abbes.  Credo anche che sia il finale di una storia d’amore più triste che abbia mai scritto, perché è il più banale – lontano dagli occhi, lontano dal cuore. I miei personaggi avevano dei sentimenti. In generale, c’è un senso di entropia più forte che negli altri miei libri. C’è una parte tetra e crepuscolare, responsabile della tristezza del tono. Per esempio, se il Cattolicesimo non funziona è perché esso stesso ha già fatto il suo corso, sembra appartenere al passato, ha sconfitto se stesso. L’Islam è un’immagine del futuro. Qual è la ragione per cui l’idea di Nazione è arrivata a un punto morto? Perché se n’è abusato troppo a lungo.

Non c’è traccia di romanticismo e ancor meno di liricità. Siamo già nella fase della decadenza.

Questo è vero. Il fatto che abbia iniziato con Huysmans deve avere qualcosa a che fare con tutto ciò. Huysmans non avrebbe potuto tornare al romanticismo, ma per lui era comunque possibile convertirsi al Cattolicesimo. Il punto più chiaro di connessione con gli altri miei libri è l’idea che la religione, di qualsiasi tipo, è necessaria. Questa idea è in molti dei miei libri. Anche in questo, solo che adesso è una religione esistente.

Invece prima si sarebbe potuto inventare una religione, in senso comtiano.

Auguste Comte cercò invano di creare una religione e infatti a volte anch’io ho creato delle religioni nei miei libri. La differenza è che quella di cui parliamo esiste.

Che posto c’è nel libro per il senso dell’umorismo?

Qua e là ci sono dei personaggi comici. Immagino che all’incirca ci siano lo stesso numero di personaggi ridicoli di altri miei libri.

Non abbiamo parlato molto delle donne. Ancora una volta ti attirerai delle critiche da quel fronte.

E’ ovvio che una femminista non avrà grandi possibilità per amare questo libro. Ma non posso farci niente.

Eppure rimanesti scioccato quando definirono misogino Estensione del dominio della lotta. Sottomissione non ti gioverà.

A dire la verità penso ancora di non essere misogino. In ogni caso direi che questo non è il punto cruciale. La cosa che potrebbe irritare è che mostro come il femminismo sia condannato da un punto di vista demografico. L’idea sottostante e che in fin dei conti può davvero sconvolgere è che l’ideologia non ha molte possibilità se la paragoniamo alla demografia.

Il libro non va inteso come una provocazione?

Ho accelerato il corso della Storia, ma no, non posso dire che il libro sia una provocazione – se questo significa raccontare cose che fondamentalmente considero non vere solo per dare sui nervi alla gente. Ho provato a comprimere quella che a mio parere è una evoluzione realistica.

Mentre lo stavi scrivendo o rileggendo, hai previsto qualche tipo di reazione alla pubblicazione?

Non sono ancora in grado di prevedere questo genere di cose.

Si potrebbe ritenere sorprendente il fatto che hai scelto di andare in questa direzione dopo che il tuo ultimo libro era stato salutato come un trionfo capace di zittire i tuoi critici.

Francamente la vera risposta è che non l’ho scelto. Sottomissione era iniziato con una conversione al cattolicesimo che avrebbe potuto avere luogo ma non è accaduto.

Non c’è qualcosa di disperante rispetto a questo gesto che realmente non sei stato in grado di compiere?

La disperazione viene dal dire addio alla civilizzazione, se pure antica. Ma in fin dei conti il Corano emerge come qualcosa di molto meglio di ciò che pensavo, ora che l’ho riletto, o meglio, letto. La conclusione più ovvia è che i jihadisti sono cattivi musulmani. Ovviamente, come avviene per tutti i testi religiosi, c’è spazio per l’interpretazione, ma un lettore onesto ne trarrà la conclusione che in generale non viene legittimata l’idea di una guerra santa aggressiva, è solo la preghiera a essere considerata qualcosa di efficace. Si potrebbe dire che ho cambiato opinione. Ecco perché sento che non sto scrivendo per paura. Se mai percepisco che riusciremo a trovare una forma di accordo. Se dobbiamo essere onesti fino in fondo, le femministe non saranno capaci di farlo. Ma io e molte altre persone sì.

Potresti sostituire la parola femministe con donne, no?

No, non si può cambiare la parola femministe con donne. Davvero non si può. Ho spiegato chiaramente che anche le donne possono convertirsi.

Sylvain Bourmeau è uno dei produttori di France Culture e professore associato alla Ecole des hautes elude en sciences sociales di Paris.

Tratto da the Paris Review, 2 gennaio 2015. Il titolo originale dell’intervista è Scare Tactics: Michel Houellebecq Defends His Controversial New Book

Tradotto dal francese da Lorin Stein

Traduzione di Roberto Santoro

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