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Spending review: la “resa dei conti”

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Dopo le dimissioni dalla Commissione sulle retribuzioni di parlamentari e amministratori pubblici di Enrico Giovannini, che ha manifestato la resa a fronte dell’impossibilità di ridurre i costi della politica modulandoli su quelli europei, sembra che anche il conseguimento della riduzione della spesa pubblica sia un mandato impossibile. A spiegare perché è proprio l’incaricato alla spending review, il Ministro Piero Giarda, in un’intervista di ieri a La Stampa.

Mentre nel Regno Unito e in Spagna i governi conservatori di Cameron e di Rajoy stanno effettuando importanti riduzioni di spesa pubblica, in Italia dalle parole di Giarda sembra impossibile persino considerarli, così che anche il nostro governo si sta rivelando “conservatore” , ma purtroppo conservare lo status quo ereditando la tradizione politico-finanziaria è quanto di più rovinoso ci possa capitare e non ha nulla a che vedere con il conservatorismo e il rigore finanziari.

La riforma delle pensioni è stata provvidenziale e la rinnovata immagine a livello internazionale grazie alla reputazione e al decoro del nuovo governo (soprattutto per contrasto percettivo con i precedenti) è certamente una bella cosa. Ma il decreto liberalizzazioni e la riforma del lavoro, presentati come cambiamenti storici senza in realtà essere molto riformanti (e così l’immagine inizia a essere anche troppo importante), stanno facendo presagire un esaurimento dell’iniziale propensione riformatrice.

Fermarsi di fronte proprio alla spesa pubblica significherebbe lasciare a disposizione della politica, che si appresta a tornare, lo strumento più accessibile di consenso che ha portato al debito pubblico che ci ritroviamo e a una pressione fiscale sempre più opprimente per l’economia, oltre al fatto che pensare di continuare a risolvere ogni problema aggiungendo qualche tassa è diventato verso i cittadini oltremodo ingiusto e “rozzo”, per usare l’espressione dello stesso Monti.

Una riduzione strutturale della spesa pubblica, invece, attraverso il trasferimento di molti servizi pubblici al mercato sarebbe l’unico modo per togliere una volta per tutte dal controllo della politica la gestione inefficiente e clientelare di servizi a carico dei contribuenti.

Per mettere la finanza pubblica al riparo dalle logiche politiche di espansione dello Stato anche future, servono soluzioni difficilmente reversibili di apertura al mercato, sottraendo alla fiscalità generale il finanziamento di servizi pubblici, di cui la concorrenza potrà anche elevare l’efficienza e la qualità.

Certamente un buon processo decisionale rispetto a una politica di tagli dovrà tener conto dei costi sociali, senza però ignorare che sarà possibile il ricollocamento nel settore privato dei dipendenti pubblici e che per quanto riguarda i posti di lavoro improduttivi, la “loro salvezza” è sempre a scapito di altri posti di lavoro (esistenti o potenziali) repressi dall’alta pressione fiscale che serve a finanziare proprio la spesa pubblica.

Il mantenimento di un livello così alto di spesa pubblica (circa 50% su Pil) e di pressione fiscale (che nel 2013 raggiungerà il 45%, 68% per le imprese) ha dunque un costo opportunità altissimo, e anche il tempo è una risorsa scarsa da non sprecare perché si sa che più si avvicinano le elezioni e più i partiti di maggioranza saranno difficilmente disposti a sostenere provvedimenti con benefici diffusi ma costi concentrati su gruppi particolari di elettori.

Eppure il ministro ha avvisato che si può procedere a delle razionalizzazioni degli apparati dello Stato ma con il solo obiettivo di non far aumentare la spesa, la sua riduzione non sarebbe infatti possibile per Giarda a meno che non si riveda il confine attuale tra servizi pubblici e privati, non una grande scoperta ma comunque una grande opportunità: mancarla sarebbe una resa grave del governo che continueremmo a pagare con sempre più tasse, coglierla significherebbe liberare l’economia e promuovere la crescita.

 

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