La migliore lettura del 2009/ 7

Storia e storie di Alessandria d’Egitto prima del nazionalismo arabo

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Era il 1890 quando Maupassant, nel suo La vie errante, ritrasse Tunisi come una città perfettamente tripartita – araba, francese ed ebraica. A predominare sembravano però essere gli ebrei, grazie a quella vitalità di chi nella città tunisina poteva davvero sentirsi a casa come in pochi altri luoghi del mondo. La capitale della Tunisia faceva parte di una costellazione di città-mosaico mediterranee in cui da secoli coesistevano lingue, culture, tradizioni e religioni diverse. Se gli ebrei erano di casa ad Orano come a Salonicco, a Tangeri come a Bengasi, altre città, da Alessandria ad Istanbul, da Aleppo a Smirne ospitavano un incredibile crogiuolo di popoli e credi.

Gli ortodossi coesistevano coi cattolici e i copti e gli armeni pregavano affianco ad ebrei e musulmani. Comunità greche e turche sembravano integrarsi con quelle israelite ed arabe mentre il più recente apporto di francesi, inglesi e italiani aveva garantito un tocco europeo a luoghi inesorabilmente esotici. Questo secolare melting-pot si dissolse nel giro di qualche decennio, dapprima travolto dalla violenza della Shoah, seguita poi dalla cieca affermazione del nazionalismo arabo e dal dilagare del conflitto israelo-palestinese il cui triste corollario è stato la sparizione di antichissime comunità ebraiche, da Fes a Gerba, da Algeri a Damasco che non hanno potuto reggere il peso della furia omologatrice. Ultima testimonianza oggi di quello storico cosmopolitismo è probabilmente il Libano che, tuttavia, ha pagato un prezzo altissimo in termini di vite umane la possibilità di far coesistere tra loro genti e fedi diverse.

Uno straordinario romanzo, Ultima notte ad Alessandria di André Aciman, pubblicato nel 2009 da Guanda (euro 17, pp. 335) ma apparso negli Stati Uniti già nel 1995, racconta le atmosfere, i sapori, le vite di quella esemplare città-mosaico che fu Alessandria fino al tremendo epilogo che portò all'eclissi di una floridissima stagione storica. Aciman, docente di Letterature comparate alla City University di New York, non ha fatto altro che attingere alla sua memoria e ai ricordi della sua grande famiglia sefardita: nato nella città egiziana nel 1951, fu costretto ad abbandonarla precipitosamente nel 1965 a soli 14 anni. Sono gli stessi Aciman a rispecchiare l'intreccio di culture e tradizioni tipicamente alessandrino: trasferitisi da Costantinopoli alla metropoli egiziana nei primi decenni del Novecento, italiani per passaporto, imparentati con ebrei orientali e tedeschi, a casa  parlavano comunemente ebraico, arabo, ladino (il dialetto degli ebrei di origine iberica), italiano, francese e una manciata di altri idiomi. Seppur immersi nell'Oriente, si percepivano europei, non senza uno snobistico distacco dal loro mondo: memorabile, ad esempio, l'avventurosa vicenda dello zio Vili, cresciuto ad Istanbul e Alessandria, arruolato sotto le file dell'esercito italiano durante la Grande Guerra, fieramente sabaudista, concluse i suoi giorni in Inghilterra ad allevare cavalli come un vero gentleman.

La città egiziana non faceva altro che riflettere e moltiplicare il cosmopolitismo di questi percorsi familiari: l'élite levantina ed egiziana andava a scuola al Victoria College o al Lycée Francais. Si passeggiava lungo la Corniche degustando dolciumi greci e arabi e chiacchierando in francese o in inglese, in turco o in ebraico. Questo complicatissimo pot-pourri linguistico si rispecchiava tanto nei luoghi di Alessandria, dallo Sporting al Camp de César, da Bulkley a Glymenopoulus così come nei cognomi degli amici di famiglia: Molkho, Rosenthal, Dall'Abaco, Lombroso, Arditi, Arnold, Montefeltro. La guerra del 1956 che vide fronteggiarsi da una parte l'Egitto e dall'altra Israele con Francia e Gran Bretagna e, poi, la propaganda del nazionalismo panarabo fecero di ogni straniero in città un potenziale sospetto, un nemico da marginalizzare e poi espellere. In molti furono costretti ad abbandonare le rive del Mediterraneo già nel 1956; chi riusciva a restare, come André e i suoi genitori, sapeva che prima o poi sarebbe toccato anche a lui. Il fatidico giorno non colse di sorpresa gli Aciman: dapprima vennero nazionalizzati tutti i loro beni; successivamente, il foglio di espulsione garantì una sola settimana per chiudere definitivamente una vita e immaginarne una nuova.

Il romanzo di Aciman non è però soltanto il ritratto di un esodo, come molti altri ce ne sono stati nel lunghissimo Novecento; è semmai l'omaggio ad un luogo ormai scomparso in cui si intersecano i ricordi di un'infanzia felice e i destini di vite disperse dalla muta applicazione dei dettami nazionalistici. Il tutto narrato con un linguaggio sinuoso ed elegante e attraverso evocative descrizioni proustiane che, per fortuna!, rispetto a quelle dello scrittore francese guadagnano in semplicità. 
 

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2 COMMENTS

  1. anche Spalato era così
    La presentazione invita a leggere il libro, cosa che farò.
    Mi fa anche pensare ad un’altra situazione simile, che non ha trovato finora un romanziere che la descriva: Spalato fino al 1919, in parte fino al 1945.
    Era Spalato una città grande, non come Alessandria, incontro di più culture. La cultura italiana, erede diretta della civiltà romana (testimoniata in città dal Palazzo di Diocleziano, in cui la città stessa era nata); la cultura croata dei contadini inurbatisi nel corso dei secoli; la cultura ebraica sefardita dalla non grande comunità israelitica il cui fondatore nel ‘500 era stato un ebreo iberico, Rodriguez, inventore della prosperità economica della città; la cultura dei popoli slavi ed ottomani dell’interno dei Balcani (che avevano in Spalato il porto di riferimento); la cultura levantina e quella veneziana di un porto che aveva fondato la sua ricchezza proprio sul commercio fra l’oriente ottomano-bizantino e l’occidente veneto ed europeo; la cultura austriaca in tutto l’800 fino alla prima Guerra mondiale.
    Una Spalato dove il nascere dei fermenti nazionalistici slavi (nel sogno dell’illirismo e pan-slavismo) nell’800 portò ad una graduale marginalizzazione della componente culturale italiana dalla fine dell’800, fino alla scomparsa ufficiale dopo i tratti di pace di Versailles e Rapallo che assegnarono la città alla Iugoslavia. Da allora gli Italiani di Spalato si immersero, in apnea, nel mare slavo che sommergeva la Dalmazia tutta. Dopo il 1943 dovettero, con difficoltà inenarrabili, scappare o rinnegare la loro identità.
    Ma fino al 1918, ed in parte fino al 1940, la cultura delle gente di Spalato era ancora una cultura muultiforme, dove la gente parlava due-tre, forse quattro e cinque lingue (l’italiano, il croato, il tedesco, l’ebraico e lo spagnolo –ladino, dice Aciman-). Dove la gente s’incontrava, commerciava, ma ancor di più intrecciava relazioni ed amori, senza tener molto conto della provenienza culturale. Fu solo il radicalizzarsi del nazionalismo, dopo che nel 1882 fu fatto cadere con la violenza l’amministrazione dell’amato sindaco Bajamonti, che cominciò ad alzarsi qualche steccato fra le gente, ma erano steccati ufficiali che non alterarono la convivenza.
    Occorrerebbe trovare una altro Aciman che racconti la storia della gente di Spalato, dei rapporti umani e familiari.
    In parte ci ha provato Bettiza con “Esilio”, ma era poco romanzo, più autobiografia. Altri stralci ne dà Luciano Morpurgo in “Quand’ero Fanciullo”, ma si tratta di un libro di 70 anni fa.
    [carlo Cetteo CIPRIANI]

  2. civiltà multiculturale
    La presentazione invita a leggere il libro, cosa che farò.
    Mi fa anche pensare ad un’altra situazione simile, che non ha trovato finora un romanziere che la descriva: Spalato fino al 1919, in parte fino al 1945.
    Era Spalato una città grande, non come Alessandria, incontro di più culture. La cultura italiana, erede diretta della civiltà romana (testimoniata in città dal Palazzo di Diocleziano, in cui la città stessa era nata); la cultura croata dei contadini inurbatisi nel corso dei secoli; la cultura ebraica sefardita dalla non grande comunità israelitica il cui fondatore nel ‘500 era stato un ebreo iberico, Rodriguez, inventore della prosperità economica della città; la cultura dei popoli slavi ed ottomani dell’interno dei Balcani (che avevano in Spalato il porto di riferimento); la cultura levantina e quella veneziana di un porto che aveva fondato la sua ricchezza proprio sul commercio fra l’oriente ottomano-bizantino e l’occidente veneto ed europeo; la cultura austriaca in tutto l’800 fino alla prima Guerra mondiale.
    Una Spalato dove il nascere dei fermenti nazionalistici slavi (nel sogno dell’illirismo e pan-slavismo) nell’800 portò ad una graduale marginalizzazione della componente culturale italiana dalla fine dell’800, fino alla scomparsa ufficiale dopo i tratti di pace di Versailles e Rapallo che assegnarono la città alla Iugoslavia. Da allora gli Italiani di Spalato si immersero, in apnea, nel mare slavo che sommergeva la Dalmazia tutta. Dopo il 1943 dovettero, con difficoltà inenarrabili, scappare o rinnegare la loro identità.
    Ma fino al 1918, ed in parte fino al 1940, la cultura delle gente di Spalato era ancora una cultura muultiforme, dove la gente parlava due-tre, forse quattro e cinque lingue (l’italiano, il croato, il tedesco, l’ebraico e lo spagnolo –ladino, dice Aciman-). Dove la gente s’incontrava, commerciava, ma ancor di più intrecciava relazioni ed amori, senza tener molto conto della provenienza culturale. Fu solo il radicalizzarsi del nazionalismo, dopo che nel 1882 fu fatto cadere con la violenza l’amministrazione dell’amato sindaco Bajamonti, che cominciò ad alzarsi qualche steccato fra le gente, ma erano steccati ufficiali che non alterarono la convivenza.
    Occorrerebbe trovare una altro Aciman che racconti la storia della gente di Spalato, dei rapporti umani e familiari.
    In parte ci ha provato Bettiza con “Esilio”, ma era poco romanzo, più autobiografia. Altri stralci ne dà Luciano Morpurgo in “Quand’ero Fanciullo”, ma si tratta di un libro di 70 anni fa.
    [carlo Cetteo CIPRIANI]

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