Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

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Su Israele D’Alema è in ritardo con la storia

17 Marzo 2008

C’è
chi ritiene che le posizioni di Massimo D’Alema sul Medio Oriente
possano essere dettate da interesse personale: trovare un posto in
Europa dopo la probabile sconfitta del Partito Democratico. A maggior
ragione se questa non sarà bruciante e, dunque, Walter Veltroni non si
toglierà dai piedi.

Non lo credo. Non solo perché dopo la
vittoria di Zapatero la conferma di Solana come rappresentante della
politica estera dell’Unione è divenuta più probabile. Ancor più perché
conosco D’Alema e so che le sue ambizioni possono essere sbagliate, ma
non sono meschine né opportunistiche.

Il Ministro degli
Esteri in carica, anche per questo, deve essere considerato un
interlocutore politico a tutti gli effetti. Le sue posizioni –
nonostante i tiepidi distinguo di Fassino –  coinvolgono a pieno il suo
partito. D’altra parte, non è un caso che sia Ranieri sia Caldarola –
gli esponenti più filo-israeliani del Partito Democratico – non abbiano
trovato posto nelle liste. Una deroga non si nega a nessuno se c’è una
buona ragione ma, evidentemente, la loro amicizia con Israele è stata
considerata inutile.

D’Alema è convinto d’incarnare una linea
di politica estera che s’iscrive nel solco tracciato da Fanfani,
Gronchi, Andreotti e Craxi (solo per citarne gli interpreti maggiori),
per il quale l’interesse italiano passerebbe attraverso un rapporto
privilegiato con il mondo arabo, in vista di una possibile mediazione
con la “controparte” israeliana e con i suoi sponsor. Questa non è stata
l’unica linea possibile. Ad essa sarebbe fin troppo facile opporre un
diverso filo-occidentalismo: quello di De Gasperi, Scelba, Martino e
Spadolini. Ma sarebbe insufficiente.

C’è qualcosa di più e di
più importante. Il fatto è che la dialettica tra queste due tendenze
della nostra politica estera apparteneva al secolo passato e
s’iscriveva tutta nell’equilibrio bipolare del mondo. Oggi che
quell’equilibrio è venuto meno, diviene ancor più che sbagliato
impossibile continuare a ragionare negli stessi termini.

Si
deve prendere atto che sotto i nostri occhi sono mutati i protagonisti
del conflitto internazionale; che il terrorismo ne è divenuto un
interprete stabile; che la proliferazione nucleare non trova più
polarità abbastanza forti da contenerne gli effetti.

In
questo contesto, diviene impossibile rinnovare formule invecchiate e
antichi schemi senza finire in fuorigioco. Questo è il vero torto di
D’Alema: il meccanico rinnovo di riflessi del secolo scorso l’hanno
portato ad assumere una posizione anti-israeliana di tale odiosità da
subire la più feroce reprimenda che un ambasciatore in Italia abbia
tributato a un Ministro degli Esteri in carica.

Non si può
ricercare il contraddittorio con un capo di Stato integralista e
anti-semita senza comprendere come il suo protagonismo in campo
nucleare stia rischiando di destabilizzare l’intera regione, con
effetti che vanno ben oltre la controversia tra arabi e israeliani. E
ancor meno si può, per motivi sia politici sia morali, accreditare di
uno status internazionale organizzazioni terroristiche che da anni
seminano panico e morte nei territori di un Paese democratico e amico.
Si finisce per assumere posizioni inutilmente ciniche e, quel che più
conta, di offendere l’universalità dei diritti umani, in barba alle
tanto reclamizzate moratorie sulla pena di morte.

Su questi
aspetti il centro-destra fa male a non accendere la polemica e a
inalberare la bandiera della sua diversità. Rispetto dei diritti umani,
democrazia, condanna del terrorismo come arma di lotta politica
rappresentano linee di orientamento profonde: magari non affiorano
tutti i giorni sulla grande stampa ma influenzano sicuramente le scelte
degli elettori. In particolare poi la posizione da tenere nei confronti
di Israele segna una delle poche vere fratture di questa campagna
elettorale: quella tra chi afferma l’impossibilità di legittimare
quanti non riconoscono il diritto dello stato ebraico d’esistere e
quanti pensano sia possibile mettere da parte questo requisito e
sperano di potersela a cavare a buon mercato con un po’ di stantia
retorica anti-fascista.

Chi ha attaccato Fiamma Nirenstein
per la sua scelta di candidarsi nelle liste del PdL pensando di
evidenziarne una contraddizione e chi ha pubblicato la vignetta di
Vauro che la ritrae con la stella di David con accanto il fascio
littorio, sono gli stessi che invece hanno fatto passare sotto
silenzio le parole con le quali l’ambasciatore d’Israele in Italia
Gideon Meir ha chiosato la richiesta di D’Alema di trattare con Hamas:
“Chi ci invita ad aprire trattative con Hamas ci invita a negoziare
sulle misure della nostra bara e sul numero dei fiori da mettere nella
corona”.

E’ trascorso un secolo. C’è chi è andato fino a
Gerusalemme a pentirsi e con pudore ha vestito la kippà. C’è chi,
invece, si è fermato. Presumendo che la storia lo avesse per sempre
collocato dalla parte del bene, per la sua arroganza è finito
in fuorigioco.