Sulla scelta delle primarie pesa la differenza di leadership tra le coalizioni
20 Gennaio 2011
di F.M.
Lo strumento delle primarie nasce in America nei primi anni del Novecento e in Italia appare per la prima volta su scala nazionale il 16 ottobre del 2005, per scegliere il candidato premier dell’Unione per le elezioni politiche dell’aprile 2006. Le consultazioni – più di quattro milioni di persone in fila per partecipare alla scelta, annunciavano le segreterie dei partiti – rappresentarono il debutto dello strumento democratico di partecipazione diretta dei cittadini, a prescindere dalla titolarità delle tessere e dalla volontà delle oligarchie di partito.
Da allora, il centrosinistra ha sempre fatto ricorso alle primarie utilizzandole come strumento di contemperamento dei contrasti interni alla coalizione. Così è stato anche nell’ottobre del 2007, quando la macchina pre-elettorale si è rimessa in moto per designare il Segretario e le Assemblee Costituenti nazionale e regionali del nuovo Partito democratico.
Tuttavia, nessuno ha mai promosso una iniziativa per introdurre le primarie nel nostro sistema elettorale. In America esse sono regolate da leggi degli Stati, mentre in Italia solo la Regione Toscana ha approvato, nel 2004, una legge che formalmente consente ai partiti di tenere elezioni primarie per stabilire i loro candidati, proponendo anche una comune regolamentazione dello svolgimento. Manca, invece, una normativa comune a livello nazionale, nonostante il principio della rappresentanza rimanga il miglior modo di dare voce a tutti i cittadini.
Per le prossime elezioni comunali, che si terranno in primavera in città importanti come Torino, Milano, Bologna e Napoli, saranno i cittadini a decidere il candidato del centrosinistra. Mentre a destra manca una spiegazione esaustiva che giustifichi il rifiuto dell’ipotesi delle primarie, nonostante i nomi in circolazione di possibili candidati siano tanti e la conclusione delle trattative appaia ancora lontana.
In Campania, alla campagna elettorale dei cinque candidati del Pd alle primarie del 23 gennaio 2011 per la scelta del candidato sindaco di Napoli fa eco, ad oggi, solo il tentativo del nuovo partito di Gianfranco Fini di agitare le primarie più come strumento per spaventare i colleghi di partito, che quale reale opportunità per i cittadini. A ottobre, Futuro e Libertà ha infatti lanciato e ritirato a distanza di poche settimane l’ipotesi primarie, accolte con favore anche dal coordinatore cittadino e dirigente nazionale del Pdl, Marcello Taglialatela. Un breve giro d’esposizione mediatica e poi la proposta è svanita.
Il governatore Stefano Caldoro, addirittura, confermando il proprio no alle primarie, ha dichiarato di ritenerle estranee “al dna del Pdl”. In realtà, è difficile da capire come uno strumento di efficienza democratica possa considerarsi non compatibile con la genetica di un partito, che sulla parola “libertà” ha fondato il suo consenso.
Tra le due coalizioni avversarie, in assenza di altre evidenze, resta la leadership l’unica differenza che può condizionare la scelta relativa all’utilizzo delle primarie. Se il Pdl ha da sempre una forte connotazione leaderistica, e in essa fonda buona parte del suo successo, il Pd attraversa una fase incerta, dovuta all’assenza di una figura rappresentativa che traduca in un linguaggio comune i diversi idiomi presenti nel centrosinistra.
Il ricorso allo strumento delle elezioni primarie, in quest’ultimo caso, sembra quindi essere il risultato non di un processo di modernizzazione democratica – prova ne è l’esclusione dalla rosa dei candidati di rappresentanti di sesso femminile – ma la conseguenza degli equilibri instabili che agitano la sinistra italiana. In questo caso, infatti, l’opportunità del voto popolare per la selezione dei candidati non è tanto una scelta, quanto un’esigenza dettata dall’assenza di una linea comune all’interno del centrosinistra. La sua applicazione pratica nel corso degli anni, pur con un’ampia partecipazione popolare, non ha consentito di fugare i dubbi sui meccanismi interni di selezione – che restano una prerogativa delle gerarchie di partito – ma è servita solo a sedare l’ormai nota rissosità che anima molte formazioni politiche.
