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Quelle riforme che non possono essere rimandate

Taglio dei parlamentari? All’Italia servono riforme profonde e strutturali

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Il referendum confermativo del 20 e 21 settembre è ormai alle porte. Chi ne parla, chi non ne parla. Chi lo boicotta silenziosamente prendendo spunto dalla “silent America” di eco trumpiana e chi, invece, seriamente, ma sempre numericamente in svantaggio, cerca di produrre una critica argomentata analizzandone eventuali caratteri positivi ed eventuali caratteri negativi.

Lasciando ad una certa politica le sterili grida di stampo grillino, proviamo ad analizzare il perché questa riforma, manzonianamente parlando, non “s’ha da fare”.

In primis, è doveroso sottolineare il fatto che i principali promotori della riforma sono stati i dirigenti e gli attivisti del MoVimento 5 Stelle, i quali, prima attraverso il governo giallo-verde e ora attraverso il governo giallo-rosso continuano a infettare l’opinione pubblica e quindi i mass-media, i mezzi di comunicazione istituzionali e qualsiasi altro mezzo di informazione di una malata e malsana cultura antipolitica, sostenendo sempre più la tesi che la politica e gli attori che ne prendono parte non vanno cambiati o rinnovati ma eliminati, tagliati, diminuiti.

Ecco che quindi, ormai, l’antipolitica è un gene profondamente radicato nel nostro modo d’essere cittadini di un regime democratico. Ecco che quindi, alla vista di una forza politica – di maggioranza relativa soprattutto – che propone di tagliare un terzo delle “poltrone” presenti in Parlamento – e, di consguenza, un terzo della rappresentanza democratica – dalla condizione eraclitea di dormienti diveniamo subito svegli. Invochiamo la rivoluzione. Idolatriamo quella politica che al tempo stesso vogliamo distruggere.

In ogni caso, se per quanto concerne una dimensione logico-culturale questa riforma non ha senso, analizzandola da una prospettiva politico-strutturale questa diventa, forse, pericolosa. Perché? Gli argomenti diffusi dalla propaganda a favore sono sempre e soltanto di natura e carattere economico e mai politico-istituzionale. Nessuno, nonostante l’ignoranza in materia dei più, argomenta analizzando la possibile crisi istituzionale che il nostro sistema politico potrebbe attraversare se questa modifica dovesse diventare realtà. Il sistema politico italiano si configura come una Repubblica parlamentare in cui, quindi, il complesso sistema dell’esecutivo è indirettamente eletto dal popolo. Impropriamente, infatti, si parla della figura del Premier, dato che la forma di governo esistente non è quella del premierato elettivo.

In Italia, soprattutto dopo l’esperienza fascista, si afferma per necessità garantista e democratica il principio collegiale secondo cui il Capo del Governo è un primus inter pares e i poteri esecutivi che detiene sono bilanciati non solo dai ministri stessi, ma anche da una serie differente di attori istituzionali che operano a livello nazionale, regionale e locale. Il più importante in relazione a questo discorso è, sicuramente, il Parlamento che, attraverso i rappresentanti legittimati direttamente dal popolo, svolge anche la funzione di contrappeso diretto. Già solo questo può far capire come diminuendo per necessità populista i delegates, il Parlamento rischia di perdere il suo ontologico ruolo centrale, di essere svuotato dei suoi poteri e privato delle sue funzioni. Si può affermare, dunque, che questa riforma è incompleta, monca e il rischio di una crisi istituzionale per mancanza di bilanciamento dei poteri esecutivo-legislativo è reale e possibile.

Per questo, alla riduzione del numero dei parlamentari è necessario accostare una riforma organica dell’assetto istituzionale dello Stato, garantendo la rappresentanza ad ogni livello della governance e i giusti contrappesi politici. È plausibile e possibile, in quest’ottica, parlare di federalismo e presidenzialismo. Tramite la costruzione di uno Stato Federale d’ispirazione atlantica, si valorizzerebbero le identità territoriali e la rappresentanza regionale, garantendo così, ai cittadini di ogni ipotetico Stato, una rappresentanza politica direttamente legittimata, capace e in potere di sviluppare la dimensione orizzontale del problem solving in più materie e campi di quelli attuali tramite anche e, soprattutto, un atteggiamento collaborativo nei confronti del governo nazionale, forte di una delega duale che vedrebbe elette, direttamente dal popolo, Parlamento e Capo dell’esecutivo contestualmente ma separatamente.

I contrappesi sarebbero plurimi e tutti sottoposti l’uno dall’altro a un forte iter istituzionale di screening e responsiveness popolare per garantire, al tempo stesso, rappresentanza, trasparenza e governabilità. Verificatasi la consolidazione del sistema e il raggiungimento di un equilibrio tra i vari attori politici e tra le diverse istituzioni sarà possibile, quindi, proporre la riforma per cui il popolo italiano è stato chiamato, prematuramente, alle urne.

Allora, per adesso, possiamo solo aspettare che cambi il vento ed esercitare il nostro sudato e guadagnato dalla storia diritto di voto.

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1 COMMENT

  1. “All’Italia servono riforme profonde e strutturali”. Questo ce lo dicono e ce le promettono da oltre 50 anni ma nessuno le ha mai fatte tantomeno i sostenitori del “NO”, buoni solo a scadare sedie. Le riforme vere profonde e necessarie, nel breve tempo, porterebbero ad uno scollamento del consenso elettorale e poichè i nostri politici “campano alla giornata” perchè privi di una visione e un porogetto per il Paese a lungo termine, pensano solo a se stessi.

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