Torna l’antiberlusconismo ed è sempre più filo-proporzionale

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Torna l’antiberlusconismo ed è sempre più filo-proporzionale

12 Aprile 2010

Le Regionali avevano momentaneamente interrotto le manovre antiberlusconiane. Ma la pausa è durata solo per qualche giorno e le danze crisaiole sono riprese subito con lo slancio delle settimane precedenti al voto. Il punto di forza di queste manovre sta naturalmente nei settori militanti e corporativi della magistratura che cercano di intimidire e disarticolare l’influenza berlusconiana.

Così per esempio le nuove inchieste calabresi e laziali sono utili per ricordare a eventuali finiani titubanti quali siano i loro interessi e i rischi che si corrono a sostenere l’attuale premiership. E nuovi colpi di scena sono d’attendersi da quei settori (non sempre maggioritari) siciliani e fiorentini della magistratura i più decisi nel cercare di dare un colpo radicale all’attuale quadro politico. Se questa è l’avanguardia “armata” dei tentativi di sommovimento in atto, l’arco più allargato che cerca di determinare il consenso sociale adeguato agli obiettivi antiberlusconiani e di preparare così nuovi assetti politici (parliamo di idee e influenze non di complotti), è quello costituito da un mix di manager senza più reale peso nell’economia (il cuore del montezemolismo), di nomenklature senza più legami veri con la società e senza più un ruolo nazionale (alcuni settori dell’ex Msi,e più ampi dell’ex Dc e dell’ex Pci innanzi tutto) e ambienti dei media (con in testa La Repubblica) che vogliono mantenere il ruolo di king maker in politica e in finanza acquisito nella lunga stagione della deresponsabilizzazione della politica partita dopo il 1992.

Diverse le manovre in corso. In parte si concentrano sulla Lega: con alcuni che la demonizzano per indebolire il centrodestra e altri che la esaltano per cercarne riparo dal berlusconismo e comunque divaricare il centrodestra. Però l’offensiva centrale è ancora quella studiata da Carlo De Benedetti e mirata a preparare un ritorno al proporzionale che impantani la situazione italiana e impedisca ogni prevalere di un efficace e unitario indirizzo di governo nazionale. Pur di evitare questo esito che sconvolgerebbe le posizioni di rendita a cui prima si accennava, si è pronti a concedere molto, persino, paradossalmente, agli interessi personali di Silvio Berlusconi che potrebbe in questo senso prepararsi a gestire con serenità gli anni futuri purché rinunciasse a qualsiasi idea di fare di quella italiana una società aperta, con poteri responsabili, realmente contendibili.

La testa migliore di questa offensiva è senza dubbio quella di quel colto prepotente che è Giovanni Sartori, in grado di usare la sua arguzia e la sua vasta sapienza non per analizzare i problemi ma per “decapitare” gli avversari. In questo senso ha spiegato da una parte come da sempre le costituzioni in Francia, negli Stati Uniti, nella Germania e nel Giappone sconfitti dagli Stati Uniti, nascano dalla storia e non da modelli astratti, e dall’altra come in Italia questa visione concreta dei processi politici non debba valere, come il nostro paese (stregato da Berlusconi) debba solo limitarsi a copiare astrattamente o il sistema francese o quello tedesco. In realtà il sistema elettorale francese così com’è non è imitabile perché applicare una logica centralistica a un Paese che si avvia verso un assetto federalistico significa preparare una stagione di disgregazione. Ma anche imitare il sistema tedesco è una scelta strampalata perché quest’ultimo ha funzionato solo grazie alla Guerra fredda, alla messa fuori legge di nazisti e comunisti, e alla necessità determinata da cause di forza maggiore di raggiungere continue tregue “interne”.

Di fatto il sistema migliore per l’Italia sarebbe uno di tipo spagnolo (maggioritario con “delicatezza” e largamente federalista) ma ho il sospetto che riesca a funzionare solo grazie all’esistenza della monarchia. Bisognerà quindi cercare una qualche via nostrana per dominare le specifiche contraddizioni che ci riguardano. Con spirito dialogico con l’opposizione e interrogando seriamente la cultura politologica e istituzionale (cosa che non è tanto nelle corde del berlusconismo organizzato). Con tutti i necessari pesi e contrappesi dei vari poteri. Al netto però dalle scemenze del politically correct sulle “soluzioni veramente neutre”, sui “modelli da copiare integralmente”, sulla necessità che “tutto sia sempre condiviso tra forze politiche diverse”. Quando queste ultime posizioni non sono organicamente parte delle manovre per disarticolare il berlusconismo (che con tutti i suoi limiti al momento costituisce l’unica tendenza in atto che dia una base alla possibilità di una politica “nazionale”) sono espressione di insensate semplificazioni da contrastare puntualmente.