Home News Tremonti, il profeta della globalizzazione

Previsioni avverate

Tremonti, il profeta della globalizzazione

0
56

Giulio Tremonti è stato al centro della scena politica, non solo italiana, negli anni in cui i processi di globalizzazione, e quelli concernenti il rafforzamento e ampliamento sulla stessa linea dell’Unione Europea, celebravano i propri fasti. Si meritò allora l’epiteto di Cassandra perchè, con le parole e con gli atti (e anche coi suoi libri), manifestava perplessità e critiche. Si può però dire, col senno del poi, che, più che una Cassandra, Tremonti era uno che vedeva più lontano degli altri: individuava con precisione quei limiti e quelle pecche della globalizzazione che ormai sono davanti agli occhi di tutti. Se non ne foste convinti, basta che leggiate il volume che l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze dei governi Berlusconi ha pubblicato l’anno scorso per l’editore Solferino: Le tre profezie. Appunti per il futuro dal profondo della storia. È un libro illuminante ove tutti i fili si annodano attorno a un’idea centrale: la fine, scritta già nella sua origine e quindi (vichianamente) nella sua essenza, dei processi di globalizzazione. Chi aveva letto e apprezzato, per acutezza di analisi e stimoli intellettuali, quelle pagine, si sarà forse domandato, in queste ultime settimane, cosa Tremonti avrebbe pensato della crisi pandemica in atto, la quale sembra collocarsi perfettamente, confermandola, nella sua linea di discorso.

Quei lettori non restano delusi perché l’editore ha appeno dato alle stampe una nuova edizione a cui ha fatto aggiungere dall’autore una introduzione dedicata proprio alle ultime e drammatiche vicende (dal titolo evocativo: “Fermati e aspetta che la tua anima ti raggiunga”). La forma in cui Tremonti presenta il tema è particolare: una sorta di lemmario, dalla A di ambiente alla W di Weimar, in cui come in un almanacco o zibaldone di pensieri ci dà, in forma quasi icastica, degli squarci di riflessione. “Il coronavirus -scrive- altera il disegno dell’ingegneria sociale finora applicata al mondo globale”. E precisa: “L’apparizione del virus agisce infatti sul pensiero, indica che nel palinsesto della globalizzazione ormai niente è più sicuro”, al contrario di quello che l’ideologia globalista aveva voluto farci credere. “Un decisivo, strutturale mutamento di paradigma, mutamento che avrà ed ha un impatto non solo e non tanto economico, quanto soprattuto psicologico, e perciò un impatto ancora più forte”. Sempre molto legato al concreto, Tremonti sotovaluta il problema del senso, che rimosso riemerge oggi in tutta la sua pregnanza. In alcuni casi ciò sfocierà in una ricerca del sacro, comunque in un ritorno alla trascendenza.

Mi convince perciò solo fino a un certo punto l’affermazione che “il coronavirus segna il ritorno violento della natura nel nostro mondo”. O meglio, l’affermazione è condivisibile solo se, depurata di ogni naturalismo, viene a significare il ritorno all’idea del limite, e quindi della finitezza umana. Bisogna invece ammettere, e lo faccio un po’ a malincuore da critico degli aspetti catastrofisti e palingenetici presenti nel gretismo, che Tremonti ha ragione quando osserva che “la narrazione di Greta incrocia” i processi di deglobalizzazione che si annunciano. Un’affermazione temperata solo dall’osservazione beffarda che “a Bruxelles tutto questo oggi viene denominato New Green Deal ma si dimentica che il primo New Deal, quello di Roosevelt, tutto era tranne che green, e comunque era fatto a debito”. Altri interessanti spunti sono sparsi in queste pagine, come il giudizio negativo, e veramente controcorrente, sul da tutti osannato “Quantitative Easing” definito “una cura assurda che ha finito (finirà) per essere peggio del male”. Essa segna “lo spostamento dell’asse del potere, prima dai governi nazionali alla Banca Centrale Europea. E poi da questa, per via di una cambiale diabolica, al mercato finanziario globale, a sua volta dominato da robot e algoritmi”. Condivisibile la lettura del sovranismo come il giusto ritorno all’idea di patria: un’idea che nona caso, dice Tremomti, era “stata sviluppata al principio dell’Ottocento, in reazione alle novità inebrIanti ma standardizzanti portate in europa dalle armate di Napoleone”. In definitiva, l’invito che emerge da queste pagine è di fermarsi a capire: “tanto la vera storia della globalizzazione, quanto la direzione verso cui oggi ci spingono le forze che l’hanno generata”

  •  
  •  

Aggiungi un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here