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Ucraina, un genocidio rimosso. Anche al cinema

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Nell’edizione 2019 del prestigioso Festival del cinema di Berlino fu presentato Mr Jones, un film molto particolare della regista polacca Agnieszka Holland. Mr Jones racconta la vicenda del giornalista Gareth Jones e delle sue implicazioni con la storia della Russia sovietica, una vicenda purtroppo semisconosciuta al grande pubblico; e tale probabilmente destinata a restare, considerando che il film è passato in sordina e non risulta praticamente disponibile in streaming.

La biografia della Holland – e della sua famiglia – presenta molti elementi di interesse, intrecciata com’è con le turbolenze della storia polacca a partire dagli anni Quaranta. Liceo nella Polonia comunista, poi studi di cinema a Praga: ed è qui che la troviamo nel 1968, quando viene arrestata per il supporto ai dissidenti. Rientrata in Polonia, comincia a lavorare nel cinema. Alla promulgazione della legge marziale del 1981 emigra in Francia.

Professionalmente si forma con calibri come Zanussi e Wajda, collaborando alla realizzazione di Illuminazione e di Danton. Nel 1978 esce il suo primo film di successo (Attori provinciali), con cui vince il premio della critica a Cannes nel 1980. Ottiene anche due candidature all’Oscar per Raccolto amaro (1985) e Europa Europa (1990). Nel 1995 dirige Leonardo Di Caprio e David Thewlis in Poeti dall’inferno. Ma nella sua filmografia occupa un posto importante anche la direzione di episodi serie TV di successo (The Wire, House of Cards, Cold Case, Treme, The Killing, The First): molti lavori, molti riconoscimenti anche internazionali.

Su Mr. Jones, il film del 2019, dopo il Festival di Berlino viceversa cala una patina di disinteresse. Qualche fugace recensione, qualche appunto tecnico sulla costruzione della storia. In sostanza l’oblio, forse complice davvero una prova filmicamente non riuscitissima: eppure, considerando la statura della regista e la rilevanza storica dell’argomento, avrebbe meritato certamente un’attenzione maggiore.

Il silenzio generale è stato interrotto pochi giorni fa da un articolo molto bello di Roberto Sarracco su La Nuova Europa, che già nel titolo (Orwell e Mr.Jones) indica il succo del racconto: la storia della carestia in Ucraina negli anni 30 (Holodomor), su cui il giornalista gallese fece luce, si intreccia con la genesi del capolavoro di George Orwell, La fattoria degli animali. È un articolo che merita non solo di essere letto, ma anche di essere diffuso in tutti i canali tecnicamente disponibili, giacché pare che per argomenti di questo tipo la penetrabilità della nostra ‘infosfera’ sia rimasta a un livello non tanto superiore all’epoca del samizdat.

Il film, come si è detto, è incentrato sulla scoperta inattesa da parte di Jones dello «sterminio per fame» di milioni di persone nell’Ucraina sovietica, perpetrato dal governo staliniano tra il 1932 e il 1933. Già tra il 1930 e il 1932 Jones, racconta Sarracco, grazie al suo incarico governativo (era consigliere per gli affari esteri del primo ministro Lloyd George) aveva visitato l’Unione Sovietica. Prima ancora di recarsi direttamente in Ucraina aveva posto il problema dei costi umani dei piani quinquennali di Stalin. Ma è con la visita del marzo ’33 che Gareth vede scene di fame e miseria già a Mosca, sua prima tappa, per poi scoprire la devastazione totale, camminando per la campagna ucraina. Nel film riesce a sfuggire al suo accompagnatore ufficiale, che aveva il compito di mostrargli i trionfi dell’industrializzazione in Ucraina: «la prima scoperta è l’improvvisa e agghiacciante visione dei passeggeri silenziosi e galvanizzati da un tozzo di

pane, ammassati su un carro merci ferroviario di fortuna; poi appaiono i lavoranti costretti a smistare con rapidità tonnellate di sacchi di grano diretti a Mosca, sotto i fucili spianati delle guardie, case abbandonate con defunti morti di fame nel sonno, bambini smagriti, allucinati e costretti dalla fame al cannibalismo».

Tra parentesi, proprio la narrazione in Occidente degli episodi di cannibalismo dovuti alla carestia generò la fortunatissima e sarcastica espressione di contropropaganda comunista “i capitalisti non sanno più cosa inventare, ora dicono che i comunisti mangiano i bambini”, esempio perfetto di rovesciamento e rimodulazione a proprio vantaggio di una vicenda tragica che di per sé dovrebbe soltanto proiettare una luce fosca sulla costruzione ideologica che la causò.

La testimonianza di Jones fu subito attaccata dall’apparato propagandistico comunista, che aveva un elemento di punta in Walter Duranty, premio Pulitzer e firma del New York Times e Time Magazine, cantore affermato dei grandi successi economici e sociali dell’URSS. Secondo Duranty non c’era nessuna carestia in atto, ma solo un aumento di mortalità per malattie dovute alla malnutrizione. E per la verità la recezione degli articoli di Jones, benché circostanziati e documentati, non fu per niente scorrevole in Occidente, dove abbondavano ampiamente le voci negazioniste o minimizzatrici dei simpatizzanti per l’esperimento sovietico: una per tutte, George Bernard Shaw.

A Garreth Jones fu precluso l’accesso all’Unione sovietica ma, nonostante la disinformazione massiccia messa in atto, riuscì almeno in parte a sfondare il muro della menzogna. Tuttavia, se in Unione Sovietica la verità sulla carestia “indotta” fu a lungo occultata, e la tragedia degli anni Trenta cominciò ad essere nota solo negli anni della glasnost, anche in Occidente fu fatta piena luce solo con i lavori di Robert Conquest e James Mace, che mostrarono come non si fosse trattato di pur gravi errori nella pianificazione socialista, ma che nei confronti dell’Ucraina era stato praticato un vero e proprio “genocidio”. Questo termine, ancora oggi rifiutato nella narrazione nazionalcomunista dominante nella Federazione Russa, ha acquisito piena evidenza anche grazie all’opera di un valoroso studioso italiano, Ettore Cinnella , che ne ha mostrato non solo le dimensioni, ma anche la consapevole programmazione da parte di Stalin e del Partito Comunista (Ucraina: Il genocidio dimenticato 1932-1933, Pisa, 2015). Secondo Cinnella la carestia che portò alla morte 6 milioni di contadini (due terzi dei quali ucraini) venne orchestrata da Stalin per punire i ribelli delle campagne che, in tutta l’URSS, si opponevano alla collettivizzazione imposta dall’alto.

E Orwell? La Holland nel film immagina un dialogo, nel corso di un incontro, che non sappiamo se sia mai avvenuto davvero. Lo scrittore chiede al giornalista fino a che punto le imperfezioni del socialismo giustifichino una sua condanna come sistema di pensiero. E la risposta sta nella scelta di Orwell di raccontare la moria degli animali della Fattoria, prodotta deliberatamente dall’applicazione di un’ideologia pervicace; oltre che nell’allusivo nome del fattore del romanzo orwelliano, Mr. Jones, che dovrebbe essere un indizio importante del fatto che lo scrittore avesse letto i resoconti di Gareth e ne fosse rimasto fortemente colpito.

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