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Ue. Nomina delle massime cariche, questa settimana è cruciale

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La maratona per le alte cariche Ue giunge al culmine nella settimana che inizia domani, in vista del summit straordinario di giovedì sera.

Un summit durante il quale i capi di Stato e di governo, in una lunga cena, dovranno decidere il nome del presidente stabile dell'Ue, dell'Alto rappresentante per la politica estera dell'Unione, oltre a quello del segretario generale del Consiglio Ue, carica quest'ultima di ben più basso profilo e dunque meno ambita. Delle nomine potrebbero parlarne già domani, informalmente, i ministri degli Esteri dei Ventisette, che si riuniscono fino a martedì a Bruxelles per il consiglio affari generali e relazioni esterne. Una riunione preceduta dalla colazione dei capi delle diplomazie Ue aderenti al Ppe.

Il premier svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno Ue, sta lavorando alacremente da inizio novembre, da quando cioè il presidente ceco Vaclav Klaus ha finalmente posto la sua firma alla legge di ratifica approvata dal parlamento del suo paese, chiudendo il processo di ratifica. La ricerca dei nomi si è però rivelata molto difficoltosa per gli svedesi, alle prese con un'Europa ormai a 27 stati membri. Reinfeldt sta chiamando, uno per uno, i suoi omologhi europei, e ha già chiuso un giro di consultazioni per aprirne un secondo. Ma l'esito è stato sconfortante: anziché avvicinare la soluzione, ha moltiplicato le candidature. "Ci sono più nomi di posti da offrire" ha detto giorni fa il premier svedese. "Bisogna considerare tanti equilibri, non solo tra i gruppi politici - ha aggiunto - ma tra nord-sud, est-ovest, grandi stati e piccoli stati. Non è uno scherzo".

Reinfeldt dovrà cercare di sbloccare la situazione, arrivando al summit di giovedì con tre nomi che dovrà cercare di far passare. Ma sono sempre più a temere che invece si arriverà al vertice con la partita ancora sostanzialmente aperta, con uno scenario che alcuni diplomatici non esitano a definire 'da incubo'. "Ormai temiamo che si arriverà alla cena di giovedì con i giochi ancora aperti, ed è molto probabile che ci vorrà almeno buona parte della nottata", commenta anche una diplomatica di un importante paese Ue a Bruxelles.

Alcune fonti ipotizzano addirittura un vertice che si prolunga fino al giorno dopo. "La presidenza svedese - affermano - ci ha detto che sta preparando non solo la cena di giovedì, ma anche la prima colazione e il pranzo di venerdì". Soprattutto, il metodo all'insegna della trasparenza che sta adottando Reinfeldt non piace a molti diplomatici europei: "Non si negozia così a Bruxelles - dicono - non puoi telefonare a ogni leader e dirgli: per caso, hai dei nomi da fare? È chiaro che quello, anche se sul momento non ha propri candidati, a quel punto risponde: beh, forse qualcuno ce l'avrei. In questo modo invece di semplificare la situazione la si complica, perché di fatto si favorisce la moltiplicazione dei candidati anziché la progressiva riduzione". Al contrario, molti vorrebbero un metodo più spiccio, identificare nomi su cui si intravede il consenso e verificare poi se piacciono o meno.

Certo è che le candidature continuano a fioccare. Così la lista degli aspiranti alla poltrona di presidente Ue sono l'ex premier Tony Blair, ostinatamente sostenuto dal suo successore Gordon Brown ma su cui il consenso appare sempre più lontano. Il premier belga Herman Van Rompuy, che resta il più 'gettonato', anche se il consenso intorno al suo nome comincia a incrinarsi. Il leader di Bruxelles è fortemente sostenuto da Parigi e Berlino, e molti stati non amano che le due capitali pensino di dettare al resto dell'Unione la loro scelta. Gli olandesi insistono per il loro premier Jan Peter Balkenende, che continua a far attivamente campagna attraverso il suo staff. In settimana si è inoltre 'ufficialmente' candidata l'ex presidente lettone Vaira Vike-Freiberga, imitata dall'attuale presidente estone Toomas Hendrik Ilves.

Resiste il nome del premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, che ha ricevuto il sostegno, ad esempio, del presidente del Bundestag, la camera bassa tedesca, Norbert Lammert: "Il miglior presidente possibile", ha detto. Lo stesso Juncker, in un'intervista apparsa un mese fa, si era di fatto autocandidato: "Non mi tirerei indietro se me lo chiedessero", aveva detto. A sorpresa, inoltre, il Ppe ha tirato fuori il nome dell'ex premier spagnolo Josè Maria Aznar. A farlo è stato anzitutto il presidente dell'europarlamento, il polacco Jerzy Buzek. "A quanto ne so - ha dichiarato al quotidiano spagnolo 'Abc' - per ora Aznar non è interessato a un incarico come questo. Ma credo che sarebbe positivo per l'Ue se cambiasse idea e presentasse la sua candidatura".

Abbastanza affollata anche la corsa alla carica di Alto rappresentante, soprattutto dopo l'uscita di scena del ministro degli Esteri David Miliband, che insiste di non essere interessato. Resta in pole position Massimo D'Alema, anche se non si possono dimenticare lo scetticismo di alcuni paesi dell'Est, Polonia in testa, per un ex comunista, e di Israele per le posizioni dell'ex ministro italiano considerato troppo filo-arabo. 

Nei giorni scorsi la stampa francese e britannica ha tirato fuori il nome dell'attuale ministro britannico per le imprese e l'innovazione Peter Mandelson, che però smentisce. Londra resta in effetti uno dei nodi cruciali: finora continua a insistere su Blair, ma ormai quasi tutti considerano questo una manovra tattica per spuntarla su altri ambiti. Ad esempio, proprio la carica di Alto rappresentante. Oppure 'almeno' il dossier alla Concorrenza per il suo commissario. Inoltre molti diplomatici non escludono anche per questo ruolo la baronessa britannica Catherine Ashton, attualmente commissario europeo al Commercio, ma considerata di basso profilo.

È probabile che Londra terrà il punto fino all'ultimo, impedendo così a Reinfeldt di puntare su un altro nominativo. Ieri l'ex presidente francese nonchè 'padrè del Trattato di Lisbona, Valery Giscard-D'Estaing ha tirato fuori un altro nome italiano, quello di Giuliano Amato, in un'intervista a 'Le Figarò. In questi giorni è tornato inoltre a circolare il nome dell'ex ministro degli Esteri austriaco Ursula Plassnik, che ha in più il vantaggio di esser donna, ma il 'difettò di essere popolare, visto l'intesa informale tra popolari e socialisti europe, così come quello dell'attuale ministro degli Esteri svedese Carl Bildt, anche lui del centro-destra.

"Il fatto è - commenta un diplomatico europeo - che ormai anche elementi considerati assodati come l'accordo Ppe-Pse non sembrano più assolutamente certo". Una partita che resta difficilissima quanto apertissima, e che si è sostanzialmente riaperta dopo la cerimonia per il ventennale della caduta del Muro lunedì scorso a Berlino. Doveva essere l'occasione per una pre-intesa, invece il premiere svedese non ha colto l'occasione, insistendo con le sue telefonate leader per leader. Gli ci vorrà un miracolo per evitare un difficilissimo e imprevedibile vertice, giovedì e forse venerdì, con la possibilità del ricorso, in extremis, a un voto a maggioranza.

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