“Un accordo sul ‘fine vita’ è possibile: giochiamo tutti nella stessa squadra”
15 Novembre 2008
Sarà Raffaele Calabrò, cardiologo e senatore (Pdl) alla sua prima legislatura, ad avere il compito non semplice di trovare il bandolo della matassa legislativa che in questi ultimi mesi si è accumulata attorno alla vicenda di Eluana Englaro. Sarà lui infatti, come relatore in commissione Sanità al Senato, a dover proporre un testo base alla discussione partendo da ben 10 proposte di legge già depositate sul tema del “fine vita”.
Chiunque altro ne sarebbe spaventato, lui invece si mostra fiducioso: “Si tratta di un compito entusiasmante, complesso certo, ma si tratta di una di quelle sfide che rende ragione al nostro essere in Parlamento. Siamo chiamati ad affrontare un tema che riguarda ogni essere umano a prescindere dal suo credo, dalla sua ideologia, dal suo colore…e credo che questo stesso modo dovremo affrontarlo, liberi da condizionamenti e solo preoccupati di trovare una soluzione giusta e condivisa”.
Calabrò sembra avere le idee chiare anche sui tempi dell’approvazione di una legge oltre che della sua necessità: “Dobbiamo arrivarci in tempi brevi: i fatti di questi giorni ci mostrano che senza una adeguato intervento legislativo, le vicende della vita e della morte di ciascuno di noi restano in balia di questo o quel magistrati, di questo o quel collegio, di questa o quella amministrazione locale. So che abbiamo di fronte un compito molto difficile e che suscita un di più di emotività, ma io parto dal presupposto che sarebbe incredibile non riuscirci”.
Se si scende però più in dettaglio a scandagliare le diverse proposte presentate in Parlamento si scopre che i punti in conflitto sono ancora molti. “Meno di quanto si creda – dice subito Calabrò – si sono fatti molti passi avanti e vedo una gran voglia di capirsi e trovare soluzioni. Intanto è ormai matura in tutti l’idea che il “consenso informato” del paziente, che è il punto di partenza di tutte le iniziative, debba sorgere da un’alleanza terapeutica tra medico e paziente, dalla fiducia e non dalla contrapposizione. Quella stessa alleanza che vediamo all’opera in ogni rapporto tra un malato e colui che lo ha in cura, fatta di consigli, di chiarimenti, di opinioni che cambiano e che evolvono. Tutti noi lo abbiamo sperimentato: andiamo dal medico con una certa idea di ciò che vogliamo e ne usciamo con un’altra, che si tratti dell’estrazione di un dente o della rimozione di un tumore. Ecco, io credo che questa dinamica tra medico e paziente debba sopravvivere anche nel caso in cui il malato non sia più cosciente e debba riguardare anche la cosiddetta “dichiarazione anticipata di trattamento”.
Nel senso che il medico può non tenerne conto? Calabrò sa di essere arrivato ad uno dei punti più delicati e sceglie con cura le parole: “Il medico deve tenerne conto ma non fino al punto di essere vincolato alla lettera di quelle dichiarazioni. Le cose possono essere cambiate, la storia del paziente evoluta, nuove cure non previste essere disponibili: il medico deve fare la stessa cosa che farebbe se avesse il paziente cosciente davanti a lui, ragionare, valutare…”. Ma il paziente invece è in coma…? “Per questo quasi tutte le proposte individuano una figura terza che si immedesimi con il malato, alcune la chiamano “esecutore” ma mi convince meno perché ci riporta alla rigidità di un testamento, altri “fiduciario” e credo che corrisponda meglio all’idea che si debba agire all’interno di un rapporto di fiducia, non di “esecuzione”.
Il problema è se alla fine il medico potrà o no rifiutarsi di rispettare le volontà del malato, magari espresse molti anni addietro. “Certo, alla fine potrebbe non giungere una decisione condivisa – ammette Calabrò – per cui si prospetta il caso dell’obiezione di coscienza, anche se non è un esito che mi convince: il medico non dovrebbe sentirsi vincolato fino al punto di dover fare appello all’obiezione di coscienza. Anche perché c’è ancora un certo disaccordo su come gestire questo esito: alcune proposte rimandano ad un comitato etico dell’ospedale, altre direttamente dal giudice…”.
Non siamo però ancora arrivati al nodo centrale di tutta questa lunga diatriba e cioè se considerare idratazione e alimentazione artificiale come terapie oppure no e se quindi esse siano nella disponibilità del malato che può scegliere se accettarle o rifiutarle. “E’ vero, dice Calabrò, questo è il punto di maggiore attrito, anche perché si intreccia strettamente con la vicenda di Eluana Englaro e rischia di assumere contorni ideologici. Sinceramente non so prevedere se saremo in grado di trovare un compromesso. Io suggerisco la seguente riflessione che va al fondo di ciò che intendiamo come terapia: se uno decide di rinunciare ad una certa terapia compie una scelta riguardo al suo stato di salute e all’evoluzione della sua patologia: sceglie cioè se contrastarla o lasciarla al suo decorso naturale. Se ammetto che cibo e a acqua, anche se somministrati artificialmente sono terapie, il rifiuto non comporta una decisione sulla salute ma direttamente sulla vita o la morte. Rinunciare ad acqua e cibo non vuol dire lasciare la malattia al suo decorso naturale, ma fare una scelta sulla propria morte. Se questa scelta la si lascia in mano al fiduciario o a qualunque terza persona siamo molto vicini all’eutanasia.”
Calabrò non fa previsioni ma ha un suggerimento per rendere più distesa e produttiva la discussione sui punti critici: “Smettiamola di ragionare in termini di laici e cattolici, come se giocassimo in due squadre avversarie che debbono segnare un punto più dell’altra. Cerchiamo di guardare ai valori che stiamo maneggiando come valori naturalmente umani, validi per chiunque, e su questi fondiamo le nostre scelte. Questo vale anche per il modo in cui vengono accolte le posizioni della Chiesa: smettiamola di parlare di ingerenze ma guardiamo al fatto che credenti e non credenti hanno molto da prendere – ognuno con il suo punto di vista – dall’insegnamento millenario che la Chiesa ha accumulato proprio su quei valori di cui stiamo discutendo in Parlamento.
Alla fine Calabrò sembra essere anche più ottimista di com’era all’inizio di questa conversazione: “Lo sono perché constato due cose: la prima è che ormai tutti convengono sulla necessità di una legge e nelle proposte presentate vedo una sincera volontà di arrivare ad una soluzione. Secondo ricordo che dopo il voto con cui l’opposizione respinse nell’agosto scorso il conflitto di competenza con la Cassazione, subito dopo approvò all’unanimità una mozione in cui si sosteneva la necessità di una legge e il rifiuto di ogni forma di eutanasia. Se partiamo dallo stesso punto perché non dovremmo arrivare insieme a destinazione?”.
