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Un commento sul referendum irlandese

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Non condivido la Sua analisi del No irlandese, che mi sembra basata su un'analisi piuttosto parziale del risultato referendario. E' forse vero che nella congerie piuttosto variopinta e diversificata che è stata la coalizione per il No ha dato maggiormente nell'occhio la propaganda di quei gruppi che effettivamente hanno paura dei mercati e auspicano dosi massicce di intervento statale, ma se si esamina da vicino l'esito del voto nelle varie circoscrizioni, a colpire è proprio l'emergere di un fenomeno estremamente interessante se pure poco commentato: fasce consistenti di classe media benestante (ma non le più ricche del paese, da sempre filo-UE) che hanno votato No sulla base di una reazione in senso liberista alle pretese dell'UE. Molti irlandesi hanno cioè temuto che a lungo, medio, o anche breve termine il Trattato mettesse a repentaglio il regime d'imposizione fiscale "leggera" che loro trovano vantaggioso e allineasse prima o poi l'Irlanda sui sistemi di alta tassazione e (teorica) "solidarietà sociale" di paesi come la Francia e la Germania. E non si tratta per nulla di paure campate in aria: sono ormai anni che queste ultime (soprattutto i francesi) cercano di costringere l'Irlanda ad abbandonare quella che secondo le loro asserzioni costituirebbe una forma di concorrenza economica sleale. A leggere i risultati del referendum come se gli irlandesi fossero i francesi si rischia dunque di lasciarsi sfuggire questo nuovo fenomeno di rigetto dettato da presupposti liberisti. Vi è poi un altro punto molto importante: gli irlandesi hanno compreso quanto sia inarrestabile e incontrollabile l'"Europa". Un Leviatano, come si è giustamente detto. I difensori del Sì possono aver riso dei timori di chi prevedeva l'imposizione dell'aborto o della leva obbligatoria, o la perdita della neutralità, ma la verità è che nessuno può essere certo che queste cose non accadranno in futuro; anzi, a vedere la storia delle istituzioni europee, fatta di promesse e garanzie tanto solenni quanto regolarmente disattese, è più che probabile che un giorno o l'altro l'Irlanda, sulla base di decisioni prese senza e/o contro di lei, si trovi costretta a rinunciare al diritto di decidere quali leggi sono accettabili per i suoi cittadini. A questo proposito: se anche la sovranità nazionale fosse stata intesa (e ripeto, si tratta di un'ipotesi contestabilissima) come "possibilità di piegare la fredda logica del risanamento dei conti pubblici alle esigenze di gestione politica (e consensuale) delle risorse", rispondo: non è questo il punto. Il punto è la lezione di democrazia che l'Irlanda ha dato. Dopo 50 anni di retorica europeista tendiamo a dimenticare che la sovranità nazionale è DI PER SE' un principio irrinunciabile. Solo in un paese democratico e sovrano l'elettorato ha la possibilità di scegliere, mediante rappresentanti liberamente eletti, quale indirizzo conferire alle scelte di politica economica (e altre). In certi momenti queste scelte potranno essere in direzione dell'intervento pubblico, in altri momenti liberiste. L'importante è che a decidere in questi casi sono i cittadini, e non una burocrazia non eletta e a loro esterna ed estranea o, peggio ancora, paesi più grandi e più potenti che dettando legge agli altri cercano di sfuggire alle conseguenze delle loro politiche fallimentari.

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