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Emergenza economica

Una nuova “social card” per mangiare

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“Sono venti giorni che non si lavora e i soldi sono finiti. Non abbiamo più un euro. La settimana prossima non potremo mangiare!”. E’ la voce di molti italiani, di uomini e donne che non hanno più risorse, che sono sprofondati nella misera, da nord a sud, nei paesi e nelle città di questa nostra Italia, oggi duramente provata dall’emergenza Covid-19.

E’ il disagio sociale di questa che sarà sicuramente ricordata come la crisi più grave di tutte quelle vissute fino ad ora. Una crisi da paralisi economica, da interruzione (non si sa per quanto tempo), con ripercussioni a catena su tutte le filiere produttive e le economie al collasso ovunque. In questo momento però, più che guardare ai crolli delle Borse, occorre guardare all’economia reale, al tessuto produttivo delle nostre piccole e grandi comunità: il bar, il ristorante, la piccola impresa, l’artigiano e il commerciante. Insomma, gente che all’improvviso ha interrotto la propria attività lavorativa e che si trova, oggi, impossibilitato a svolgere qualsiasi altra attività da cui trarre un beneficio per andare avanti nel quotidiano.

A questi uomini e a queste donne, a queste famiglie va data una risposta subito! Si tratta di uno scenario da dopoguerra che può inasprirsi in maniera esponenziale!

La memoria ci riporta a quel 1° dicembre del 1940 quando, simili condizioni di disagio sociale, portarono all’introduzione della tessera annonaria, chiamata anche la “tessera della fame”. Colori diversi per le differenti fasce d’etá: verdi per i bambini fino a otto anni, azzurre dai nove ai diciott’anni, per gli adulti grigie, segnarono la vita di grandi e piccini per un lungo periodo, tutti gli anni della tragedia bellica ed anche dopo, per altri quattro anni fino al 1949. Il cibo quotidiano veniva distribuito da quei rettangoli di carta che gli uffici municipali dell’annona provvedevano a fornire ogni due mesi, uno per ogni membro della famiglia.

Oggi, come allora, l’attenzione, gli aiuti e la mano del governo devono arrivare in maniera diretta alle famiglie, e perché no, anche attraverso speciali tessere che possano garantire alle famiglie più povere e più provate da questa emergenza, una sicurezza per i propri bisogni primari.

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