Usa. Marea nera, al via domani l’operazione per la chiusura del pozzo
02 Agosto 2010
di Redazione
Nel Golfo del Messico, le operazioni per la chiusura definitiva del pozzo Macondo cominceranno domani. Lo ha comunicato ufficialmente uno dei responsabili.
L’operazione, per certi versi inedito perché mai tentato a quelle profondità, dovrebbe durare tra le 24 e le 48 ore. Denominata "static kill", prevede di cementare il pozzo dall’interno, "iniettandogli" cemento, fango e altro materiale da due condotti laterali senza rimuovere il "tappo" del giacimento.
Nel loro percorso attraverso le condutture del "blowout preventer", il dispositivo di sicurezza il cui malfunzionamento è stato all’origine del disastro lo scorso 20 aprile, i fanghi dovrebbero spingere il greggio verso il fondo del pozzo, costringendolo a rientrare nel giacimento sottomarino da cui è fuoriuscito. Se dopo l’operazione la pressione si manterrà stabile e non compariranno nuove falle, le stesse navi darano inizio a una colata di cemento per sigillare il pozzo dall’alto. In caso di successo di questa prima fase, che dovrebbe richiedere non più di un paio di giorni, i tecnici potranno dare inizio alla seconda fase del piano, quella del "bottom kill", in cui entrerà in gioco il pozzo di servizio a cui la Bp ha iniziato a lavorare dall’inizio di maggio. Questo processo si svolgerà secondo lo stesso meccanismo dello "static kill", con la differenza che l’iniezione di fango e, in un secondo momento, quella di cemento, avverranno attraverso i canali del pozzo di servizio, sigillando il pozzo dal basso e annientandone la pressione interna.
Il processo di "static kill", che inizierà non appena gli ingegneri avranno ultimati i test prepatori, sarà formalmente simile al "top kill" che la Bp tentò alla fine di maggio, con esiti del tutto disastrosi. La compagnia britannica, tuttavia, si dice certa che questa volta andrà diversamente, dal momento che la fuoriuscita di greggio è stata già bloccata grazie alla cupola e, pertanto, l’iniezione di fango potrà avvenire a una velocità molto più ridotta, dell’ordine dei due barili al minuto. La reale dinamica del fenomeno, tuttavia, non è del tutto chiara nemmeno agli stessi scienziati.
Secondo i calcoli, il fango avanzerà seguendo il percorso in cui incontrerà minor resistenza, andando a riempire l’intero foro del pozzo fino all’imbocco del giacimento sottomarino, a circa 4.000 metri sotto il fondale marino. L’operazione dovrebbe far scendere la pressione interna dalle attuali 7.000 libbre per pollice quadrato (Psi) fino a zero, consentendo così di inviare cemento che sigillerà la cima del pozzo in via definitiva. La fase di ‘static kill’ permetterà ai tecnici di continuare con più tranquillità e meno pressioni lo scavo del pozzo di servizio, limitando al massimo gli effetti di un’eventuale interruzione dei lavori dovuta agli effetti delle tempeste tropicali. La buona riuscita di questa fase potrebbe addirittura rendere superfluo il "bottom kill", che diventerebbe così una sorta di test di sicurezza.
L’incognita principale restano però le condizioni del condotto attraverso il quale, per mesi, la miscela di petrolio e gas è fuoriuscita dal giacimento sottomarino riversandosi nel Golfo del Messico. Non è noto, infatti, se il fluido abbia attraversato la tubazione o se abbia seguito un percorso diverso, passando nello spazio anulare compreso tra l’esterno del tubo e la parete interna del foro. Il piano di base prevede che durante il "bottom kill" venga inviato fango proprio nello spazio anulare, che sarà poi sigillato con il cemento. In un secondo momento si perforerà l’intelaiatura metallica della tubazione, e una nuova iniezione di fango verrà compiuta all’interno della conduttura. "Una volta intercettato il pozzo, a seconda delle sue condizioni – a seconda che si debba intervenire sullo spazio anulare, sul condotto o su entrambi – la procedura potrebbe richiedere da qualche giorno ad alcune settimane", ha dichiarato il vice presidente della Bp Kent Wells.
Nel frattempo si sono intensificate le polemiche circa la quantità di "dispersanti" a suo tempo utilizzati da BP per sciogliere il petrolio nei giorni della piena emergenza. BP e le autorità americane hanno confermato che in quei giorni sono stati dispersi sulla superficie del mare circa 7 milioni di litri di dispersanti. Ma secondo una sotto commissione della Camera, la quantità di dispersanti rovesciata in mare è stata molto più alta e per questo tutte le cifre "devono essere rimesse in questione", ha detto Edward Markey, presidente della sotto commissione Ambiente.
