Venezia. Il Leone d’Oro va all’israeliano “Lebanon”, ma Beirut ignora la notizia

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Venezia. Il Leone d’Oro va all’israeliano “Lebanon”, ma Beirut ignora la notizia

12 Settembre 2009

Una guerra claustrofobica vissuta dentro un tank. Questa l’ambientazione ossessiva di Lebanon opera d’esordio dell’israeliano Samuel Maoz che si è aggiudicata il Leone d’oro alla 66/ma edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia.

Il film (distribuito in Italia dalla Bim) che, dopo Venezia, andrà al festival di Toronto e New York è firmato da un autore che ha alle spalle un serio tirocinio tra documentari e programmi televisivi. Ma, va detto che questa storia gli appartiene in modo drammaticamente diretto, tanto da aver dichiarato "forse se non avessi covato in fondo alla mente questo progetto la mia vita avrebbe avuto un’altra piega e magari sarei impazzito". Infatti, arruolato ventenne, Samuel Maoz fu tra i primi soldati israeliani a varcare la frontiera con il Libano nel giugno del 1982.

Coinvolto nei primi scontri, ferito superficialmente a una gamba, il futuro regista avrebbe rimosso quell’episodio fino a quando, due anni fa, non si sarebbe risolto ad affrontare di petto la sua memoria personale e quella collettiva della sua generazione, proprio come accaduto ad Ari Folman, l’autore di Valzer con Bashir, appena un anno fa. Ma la vera sorpresa di Lebanon sta però nel raccontare questa storia letteralmente "dal di dentro". Ne sono infatti protagonisti i giovanissimi carristi che, rinchiusi nel loro carro armato, oltrepassano la frontiera libanese per una missione che dovrebbe essere di puro appoggio alle avanguardie di fanteria.

Dal microcosmo del tank, il mondo si riduce a una feritoia stretta, da cui per lo più, si guarda attraverso il visore a raggi infrarossi. Il mondo diventa una sorta di acquario in cui le persone umane sono solo come possibili bersagli, incidenti di percorso. I protagonisti della storia – ha detto il regista – "non sono eroi e non vogliono nemmeno diventarlo; ma sono uomini, esposti alla paura, all’inesperienza, allo shock della morte e al terrore di diventare ad ogni istante bersagli mobili". La missione, iniziata quasi come una scampagnata in un campo di girasoli, si trasforma rapidamente in un incubo senza possibile "happy end".

Autentico dramma da camera, film di sapori e odori (primo quello della paura), il film concede poco – dice un critico israeliano – allo spettacolo in senso tradizionale, ma ha dalla sua lo spettacolo del reale. "Mai nella mia vita – commenta un reduce delle guerre israeliane – avevo ritrovato in modo così vivido le sensazioni provate al fronte, mentre si sta chiusi dentro quella dannata scatola, apparentemente il luogo più sicuro in battaglia, ma anche una trappola per topi, il bersaglio naturale di ogni attentatore".

Il film del regista israeliano, a quanto pare, non ha suscitato alcun interesse particolare nella stampa libanese che, al contrario, ha seguito con una certa costanza il festival. Solo il quotidiano filo-Hezbollah al Akhbar ha scritto oggi che si tratta di un film che "descrive i soldati israeliani come colombe della pace in un carro armato". Secondo lo stesso giornale, "Maoz ha ammesso che il film è una miscela di fatti e di fantasia, ma è certo che c’è più immaginazione che fatti". "Samuel Moaz è tra i registi favoriti per la vittoria della 66/ma edizione della Mostra", si è limitato a registrare l’Orient le Jour utilizzando agenzie di stampa straniere, così come ha fatto il Daily Star.

Lebanon è il secondo film israeliano che descrive l’invasione israeliana del Libano, Dopo Waltzer con Bashir, che a sua volta ha ben poco attirato l’attenzione tra i libanesi, tranne alcuni cinefili che lo hanno potuto solo scaricare da Internet, poichè le autorità di Beirut vietano la diffusione di qualsiasi prodotto israeliano o che promuova o favorisca Israele. Ragione per cui, anche importanti film sull’Olocausto come "Schindler’s List" o "La vita è Bella" non sono mai stati proiettati nei cinema libanesi.