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Cosa sta accadendo a scuola

Verità non novità, soprattutto per la scuola (altro che feliciometro!)

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Un entusiasmo onirico si è acceso intorno alla scuola, almeno da parte di chi la scuola non la fa ordinariamente. Parlo del ministro Azzolina e del team di esperti di prossima istituzione in procinto di mettere a punto il Grande Progetto di Innovazione per la scuola italiana del prossimo futuro. Un annuncio che ha il sapore della propaganda, una sorta di “pedagogia della prassi” di matrice socialista in cui il termine “sperimentazione”, il mantra della Azzolina, ne era l’essenza rivoluzionaria. 

A lanciarlo una equipe a cui il Covid sta quasi apparendo come una benedizione per muovere un colosso come quello scolastico che ha il grande svantaggio – secondo le moderne linee della didattica – di non essere nativo digitale e la grande saggezza, incompresa dalle moderne linee, di capirne i significativi limiti; nonostante l’estasi psicadelica che pervade il Dicastero. Fare nuove tutte le cose, ministro, è ambizione alta, ne ricordo solo uno che c’è riuscito;  per noi uomini credo diventi impresa illusoria. 

Un piano, dicevamo, di trasformazione verso l’innovazione guidato da esperti, tra cui trapela il nome di Giuseppe Paschetto, 63 anni, insegnante di matematica e scienze di scuola media, unico italiano tra i 50 migliori insegnanti del mondo, scelto tra 10mila candidati per il Global Teacher Prize 2019. A Paschetto sono attribuite le seguenti dichiarazioni: «Bisogna innovare. Noi abbiamo eliminato i libri di testo e i voti insufficienti e abbiamo inventato il feliciometro perché l’obiettivo è che i ragazzi vengano a scuola contenti». 

Bene. Ora torniamo alla realtà.

Dopo la sbornia iniziale a fronte di un’operazione di primo impatto complicatissima, ci siamo trovati poi, in uno stretto giro di tempo, tutto sommato in circostanze soddisfacenti: computer acquistati, programmi, collegamenti, giga, telecamere, calendari, prospetti settimanali, contenitori per caricare compiti….Insomma si trattava di mettere in moto una macchina attraverso una efficiente organizzazione; cosa che è stata fatta e il cui lavoro anche riconosciuto con gratitudine dai genitori stessi. Ma, come spesso accade, stiamo ora registrando, con tutto l’impegno e l’efficienza messa in campo, la discesa stanca di una situazione che di fatto non funziona. La didattica a distanza va a mala pena bene in percorsi universitari o postuniversitari ma è una grande delusione e illusione nei primi due cicli scolastici. 

Docenti stanchissimi, a tratti devastati, famiglie sovraccaricate perché su di loro tra l’altro grava il peso maggiore della gestione (cerca, seleziona, stampa, calendarizza, scannerizza, esegui, trasmetti, scrivi mail…), e noi con i soliti dilemmi: come interrogare, come valutare… 

Ho sentito invocare nella situazione in cui siamo, tra l’altro paventata in maniera prematura e ingiustificata anche a settembre, di tornare ai precettori o di dirottare sull’ homeschooling con tutti i crismi o in extremis l’invito al boicotaggio – in una sorta di rivolta contro il sistema – delle iscrizioni a settembre per far collassare la struttura. Insomma, la pentola bolle, l’insofferenza cresce e l’idillio ministeriale assume per tanti i tratti dello sfottò. 

E non sarà certo questa esperienza a farci sperimentare e scegliere di protrarre l’uso delle tecnologie informatiche a scuola, perché quando torneremo sfido chiunque di noi insegnanti ad esimerci da un corpo a corpo con i propri alunni. Esatto: carne e ossa. Non la registrazione perfetta della lezione, né quel collegamento alienante in cui per farli parlare devi chiamarli con forza, dove non si incontrano gli sguardi e i più nascondono la telecamera o fingono problemi di audio con collegamenti ad intermittenza ed interventi che si accavallano e si confondono. 

In questi giorni leggevo su Facebook il post di un genitore: “oggi ho preso 9 all’interrogazione di storia di mio figlio”. Oppure quello che festeggia con una torta e foto di rito, la promozione dei figli. 

Le lezioni in videochat smorzano l’attenzione, annoiano la mente, stancano gli occhi, spengono ogni entusiasmo. Accentuano la solitudine. Non a caso stiamo osservando, anche con piacere, la riscossa dei timidi; quelli che faticavano il confronto o tendevano ad essere schiacciati dal gruppo. Ecco questi emergono, il che da una parte ci sorprende piacevolmente, ma dall’altra mostra proprio la debolezza del mezzo che non chiede la fatica della relazione e del confronto che per alcuni è evidentemente un momentaneo svantaggio caratteriale. 

Le più belle lezioni che io ricordo sono rare, lo ammetto, perché erano quelle in cui ho dato tutta me stessa, niente di posticcio, nessuna protesi. Rare perché la scuola è faticosa, perché metterci se stessi oggi è rischiare (e ci sono andata troppo vicina per non costringermi a un tono più conciliante per il bene mio, della mia famiglia e dei dirigenti per cui il rischio educativo da auspicato è diventato pericoloso) e perché il disincanto negli anni attraversa l’animo di tanti di noi. Diffido dei serotonomi della scuola, quelli che scrivono libri, per intenderci, innamorati dello studente; i motivatori che chiamiamo a fasi alterne in assemblea di istituto, recitano anche loro una bella parte – lo fanno di mestiere e nel frattempo non fanno scuola – ma la scuola della gioia non esiste, perché è fatica e dolore; come tutto il buono che viene dal grande sforzo dell’applicazione e della crescita nelle conoscenze e competenze. Il feliciometro in quelle trentatre settimane è misura inadeguata, è come misurare lo zucchero in litri, sbagliamo lo stato della sostanza. 

Se una cosa avranno imparato i nostri alunni da questa esperienza, invece, è che la didattica a distanza non è desiderabile e forse impareranno a scongiurarla, nel futuro, tenendo care le ore trascorse in classe con tutto il carico di sano fuori programma che la vita vera ci riserva. 

È così difficile capirlo? Lo abbiamo sperimentato tutti, puoi trovare il mezzo più affascinante del mondo per raccontare un contenuto, e spesso lo cerchi tentando di colpirli con mezzi fantascopici, ma loro si innamorano di te, odiano e amano te, criticano te, deridono e ammirano te, imitano te, ripensano a te: nella gestualità, per l’accento e per le smorfie, per i momenti rabbia e quelli di incertezza. Ti ricordano nel tempo per quelle poche parole dette col cuore che loro scolpiscono e che tu neanche rammentavi di aver detto. La scuola è verità perché è vita. Ed è te che vogliono in carne ed ossa così come tra loro si cercano, allo stesso modo. I compagni, quelli che ti stanno accanto. La scuola è relazione e la distanza la inficia, la virtualità la altera e la adultera. 

L’innovazione come chiave di trasformazione della scuola è operazione di svendita dei presupposti fondanti della relazione educativa: un surrogato del gesto erotico, parafrasando Recalcati, che è l’insegnamento. 

L’innovazione è una parola farlocca, è un po’ come una formula magica, la scuola fatica: basta innovare! Ma che cosa significa? Cambiare, certo. Cosa? In quale direzione? Verso quali contenuti? È lo slogan politico trasferito alla didattica: cambiare. Anche l’innovazione è un grande contenitore, come tutti gli strumenti, ma se non sappiamo verso dove andare e cosa portarci nel bagaglio rimane uno slogan. Ecco, il Ministero dell’Amore per l’Innovazione mi sembra un po’ come la propaganda orwelliana trasferita nell’affascinante film distopico di animazione Wally, quando uomini dalle gambe troppo corte per sorreggere il peso di un corpo ipernutrito, teletrasportati verso ogni luogo e lobotomizzati dai messaggi pubblicitari decidono di cambiare il colore della tuta che li avvolge da blu a rossa secondo l’indicazione pubblicitaria: “oggi metti il rosso, è il nuovo blu!”. Ecco l’innovazione è il nuovo blu. 

I libri servono, ministro, perché l’alunno deve avere tra le mani il materiale, la sua gestione e la sua organizzazione costruisce il metodo, il confronto con le parole di altri muove il ragionamento e arricchisce il discorso; servono anche i voti perché gli esami non finiscono mai e ogni giorno della nostra vita vale un voto, che per prima cosa dobbiamo imparare a dare a noi stessi per capire quello che inevitabilmente ci danno gli altri. Servono le insufficienze, come servono i no, serve che qualcuno mi dica che ho sbagliato e che io sia capace di accettarlo e capirlo. 

Venire a scuola contenti. Se bastasse innovazione, nessuna insufficienza e nessun libro a innalzare l’asticella del feliciometro. Mi sembra un’idea di felicità così debole, così disincarnata. Esattamente distopica. 

Ricordo un vecchio preside del mio grande istituto scolastico, un sacerdote e un pedagogo che per la scuola ha dato la vita; li aspettava entrare uno ad uno, i suoi alunni, chi col sorriso, chi col sonno, chi contro voglia, chi con l’angoscia. Spesso questi sentimenti se li portavano da casa, alcuni erano meno fortunati di altri, o sapevano di andarvi inevitabilmente incontro in quelle sei ore della mattina. 

La scuola è varcare quella soglia, ogni giorno: affrontare il compagno di classe, la prova, la lezione, la relazione col docente spesso trappola di incomprensioni (quanti studenti non ho conosciuto! Quanti non ho capito!). Oggi è il portone della scuola, domani la porta dell’aula universitaria, poi quella dell’ufficio e poi quella di casa. La scuola funziona se è verità, deve valere per la vita, sempre, la novità soddisfa il momento, scade in fretta, non insegna ai nostri ragazzi ad attendere il futuro con pazienza e a costruirlo con fatica. 

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