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E' una questione di qualità/ 1

“Via i freni che bloccano lo sviluppo del Mezzogiorno”

Se l’Italia non rimuove quegli elementi di contesto che frenano lo sviluppo del Mezzogiorno può dire addio agli investimenti privati e alle ricadute positive dei fondi europei sul territorio. Di questi freni e delle opportunità che il nostro Paese deve cogliere in ambito europeo parliamo con Paolo Tancredi, vicepresidente della Commissione Politiche Comunitarie alla Camera.

Onorevole, i fondi europei sono un tema complesso ma che risultati ha avuto il Governo?

C’è una logica nel lavoro svolto dal sottosegretario Delrio per snellire la programmazione di Europa 2020. Stiamo seguendo gli obiettivi di convergenza, restringendo il numero dei progetti, portiamo avanti gli accordi di partenariato, lavoriamo molto e in maniera più coordinata sul cofinanziamento per rimediare ai danni del passato.

Possiamo usare meglio i fondi?

Si può migliorare la capacità di spesa e colmare il gap di efficienza che c’è nelle regioni meridionali, ma nello stesso tempo occorre attrarre più investimenti privati, le due cose non sono scollegate.

Cos'è che non funziona al Sud?

I fondi europei sono una spesa sottoposta a controllo e rendicontazione all’interno di meccanismi di verifica dell’efficienza. Il Sud appare meno competitivo nel presentare i progetti, nella gestione delle procedure, e soprattutto nella valorizzazione degli investimenti fatti.

Apriamo il ministero del Mezzogiorno?

Idea nobilissima ma i problemi del Sud non si risolvono solo così. L’andamento generale degli investimenti in Europa si è ridotto, l’Italia va peggio e la situazione è ancora più sfavorevole nel Mezzogiorno. E’ necessario cambiare gli aspetti di contesto che frenano lo sviluppo di questa parte del Paese, in modo da sfruttare sia le ricadute dei fondi europei sia gli investimenti privati.

Quali sono questi freni?

Un sistema giudiziario che sembra orientato a scoraggiare gli investimenti. L’eccessiva burocrazia. La rigidità del mercato del lavoro che il Governo si sta impegnando a superare con il Jobs Act.

Un premio alle amministrazioni virtuose?

Assolutamente sì ma serve anche un investimento sulla selezione e il controllo dell’assistenza tecnica; quest’ultima deve essere una opportunità per le PA invece che disperdersi in mille rivoli. Grazie a una verifica sull’efficienza della spesa e sulla sua efficacia possiamo capire in che modo gli investimenti hanno accresciuto la potenzialità di fare prodotto e di creare sviluppo sul territorio.

A che serve il Piano Juncker?

E’ un Piano straordinario di investimenti che permette alla Commissione di passare a un livello diverso, in qualche modo superiore, strutturale, della programmazione strategica. Il criterio di flessibilità introdotto dalla Commissione – mi riferisco alla proposta di escludere dal patto di stabilità il finanziamento dei fondi europei – è un risultato del nostro Governo e del semestre italiano di presidenza Ue. Una politica che va portata avanti soprattutto per il Sud, trovando il giusto equilibrio tra risanamento e sviluppo.

Basta con i finanziamenti a pioggia?

Accettiamo la sfida della competizione sui progetti, sulla loro qualificazione, sulla capacità di spesa… Finanziamo investimenti di medio e lungo periodo, che non portano ritorni immediati ma sono fondamentali per avere grandi infrastrutture, fronteggiare il dissesto idrogeologico, rilanciare la scuola e il sistema dell’istruzione. Negli ultimi anni invece si è abusato dei “progetti sponda”.

Prego?

Le amministrazioni locali si accorgono che non farebbero in tempo a rendicontare bandi o progetti già inseriti nella programmazione e allora ne rendicontano altri, opere già previste, realizzate con i fondi disponibili che saranno stornati all’arrivo di quelli europei. Pratiche del genere aiutano le amministrazioni a spendere, ma penalizzano la programmazione della spesa.  

Che ruolo gioca Cassa Depositi e Prestiti nel Piano Juncker?

Viene prima l’impegno consistente della Bei, la Banca europea degli investimenti. La Cdp si muove insieme alle altre banche europee e potrà utilizzare fino a 8 miliardi di euro sui progetti di investimento.

Serviranno?

E’ un intervento freddo, arriva in seconda battuta sulle cosiddette “piattaforme nazionali”. Mi sembra un approccio un po’ campanilista, del tipo ‘almeno sappiamo che i soldi vanno a finire sul nostro territorio’. Bel modo di battersi per una vera Unione federale! Ne ho parlato durante l'audizione con il ministro Padoan, per i Paesi europei sarebbe stato meglio intervenire direttamente sul Fondo.

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